Psicogeografie selvagge a colpi di blues ritmico
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Stefano Pifferi
- 20 Febbraio 2012
Dalle Marche non arrivano solo suoni figli di un marcio rock’n’roll imbastardito col noise come abbiamo avuto modo di illustrare un paio di anni fa. Da quella terra di confine, fiera e arcigna nel suo essere provinciale e di conseguenza genuina e ruspante, sono venuti anche raffinati guitar-hero alle prese con impro e blues deforme. Mattia Coletti, proprio ora in uscita col comeback The Land ed una fama ormai internazionale, ad esempio. O come Marco Bernacchia a.k.a. Above The Tree. Colonna portante della scena marchigiana con progetti misconosciuti ma seminali per far germogliare il rumore rock da quelle parti, come Gallina o M.A.Z.C.A, si è ritagliato un suo spazio con una personale forma isolazionista di avant-blues.
Io nonostante i miei viaggi continui vivo nelle Marche, a Senigallia, almeno per il momento, visto che data la situazione politica in cui ci stiamo cacciando sarò sicuramente costretto ad emigrare e dopo anni di resistenza e “lotta” contro l’oscuramento dei cervelli italici dovrò alzare bandiera bianca, fare la mia solita valigia prendere la mia creatività ed andarla a regalare altrove, dato che qui si rischia di uscirne pazzi!
La musica di Above The Tree è fedele alla tradizione, ma anche in grado di rielaborarla, ripensarla e rinvigorirla, offrendone una visione altra, minimale e quasi disidratata, contaminata con l’avanguardia chitarristica bianca. Una musica da espletarsi in una sorta di solipsismo autistico – alla domanda “soli è meglio” non posso che risponderti che “soli è l’unica strada percorribile” – che diviene quasi l’unica via possibile per allargare eccentricamente la questione e affrontare le vicissitudini, le problematiche, le questioni esistenziali poste in essere dall’attualità. A livello individuale, prima; su quello collettivo, poi.
Noi da una parte, che vorremmo solo esistere, esprimerci, poter contribuire con la nostra espressione ad un cambiamento sociale ed economico sostenibile e loro pronti ora ad annullarci e presto a spararci addosso pur di mantenere con gli artigli i loro vecchi luoghi comuni. Wild intende descrivere appunto questa situazione, i selvaggi oggi come al tempo degli indiani d’America. Più selvaggi i Sioux o i nordisti mossi dai cacciatori d’oro? Chi è più selvaggio in un mondo selvaggio? Chi vive a contatto con la terra e con i piedi a terra oppure chi mosso da ambizioni “rapaci” non si accorge di annientare la terra stessa su cui vive?
È in questo interstizio che si pone Wild, nel tentativo di descrivere l’ambiguità che esiste nel momento in cui lo stato primordiale dell’essere umano (quello dato dalla sopravvivenza animale, quel particolare atteggiamento di sopravvivenza che non guarda in faccia a nessuno) si sviluppa in una dimensione astratta come è la situazione attuale in cui lo scenario di questa massacro primitivo è quello dell’economia. Non un concept album, sia chiaro, ma una riflessione sul presente, sul progresso, sulla condizione civile della contemporaneità.
Quella di Above The Tree è una storia classica dei giorni nostri. Un progetto nato da un’idea in solo, da quella necessità fisica di rinchiudersi in se stessi che mai come in questi anni ha segnato la bedroom-music tutta. Poi, una piccola fama conquistata sul campo e accresciuta da una costante resa live – sono più di 600 i concerti in giro per l’Europa – che è momento ideale in cui entrare in catartica comunione con l’ascoltatore, ma anche per introiettare suggestioni e input, influssi e conoscenze. Allargare eccentricamente la propria visuale per elaborare cioè una idea artistica che esuli da quella meramente musicale.
Ora, dopo un paio di album di avant-blues ipnotico e trancey ben accolti (Blue Revenge e Minimal Love) e qualche pezzo piccolo (la tape Live at Cà Blasè), è giunta l’ora della rinascita. La sigla si presenta infatti munita di una appendice che risponde a un nome, il conterraneo Matteo Sideri celato dietro la sigla E-Side, e a un suono, quello elettronico-percussivo che innerva e arricchisce le composizioni di Wild. Non che la proposta fosse “povera” dal punto di vista strumentale, ma il tappeto ritmico aggiunge una dimensione di alterità in certi passaggi piuttosto straniante.
La povertà è uno stato prima che reale, psicologico e molto soggettivo. Chiaramente dopo cinque anni di vita di Above The Tree e circa 650 concerti in tutta Europa le emozioni e l’amore che si prova per il proprio lavoro cambia. Sicuramente quello che prova un ascoltatore che pone il disco nel lettore e si vive i suoi 40 minuti di sospensione è assai diverso da quello che provo io dopo migliaia di km fatti, centinaia di soundcheck, treni, aerei presi e persi, notti alla guida per raggiungere la sala concerti in tempo il giorno dopo nella nazione adiacente. Milioni di input, ricordi, volti amici mi legano a questa esperienza, però chiaramente nella sovraesposizione e nella sovrasollecitazione si genera una sorta di apatia. La povertà si genera quando si ha un po’ il vuoto dentro, e a questo punto si sente la necessità di una nuova ricerca, una nuova avventura una nuova montagna da scalare, Above The Tree in solo rimane sempre lì al suo posto, continuerà ad esistere autonomamente, però Above The Tree & The E-Side, grazie anche all’amore regalatomi da Locomotive Records, mi sta dando nuove ricchezze interiori, nuovi spazi di ricerca, ho ora davanti un nuovo foglio bianco e nuove matite e colori con i quali “attaccarlo”…
È interessante notare come, nelle intenzioni del suo deus ex machina, Wild più che il terzo disco di Above The Tree sia il primo di Above The Tree & E-Side, sigla che dell’originale mantiene molte delle caratteristiche filosofico-musicali più evidenti, tentando però di spostare il discorso su latitudini sonore diverse.
Dentro di me non ci sono state molte variazioni tra questo disco e i precedenti, li ho vissuti più che altro come un unico flusso. La mia esperienza solista, concerto dopo concerto ha sentito la necessità di sfociare in questo nuovo mondo. Ascoltando però in maniera analitica Wild capisco che nello spettatore potrebbe sfuggire tutto ciò che significa comporre un disco, che non è solo “fare un disco” ma è fare un disco all’interno della propria esperienza di vita, che è contaminata da momenti, ascolti fatti, fasi ed esigenze nuove. Data l’impossibilità di comprendere il “dietro le quinte” abbiamo deciso di suddividere questa esperienza, tanto che da ora in poi esisterà sempre un Above The Tree che prende la sua valigia e se ne va partendo per lunghi tour solitari, ma parallelamente Above The Tree & E-Side avrà il suo percorso fatto di nuove contaminazioni (che paradossalmente poi contamineranno a loro volta l’Above The Tree solista in un loop infinito di scambi).
In questa svolta, in questo sdoppiamento di personalità musicali in forme simili, quasi gemellari, un posto di rilievo lo occupa mr. E-Side, Matteo Sideri. Spirito affine e traino verso questi nuovi paesaggi sonori, non divide con Bernacchia solo le origini: Matteo è anche lui come me marchigiano di Senigallia, da poco presidente di un’associazione culturale (la casa della Grancetta), luogo dove, oltre ad altre attività, era anche possibile registrare. Quindi abbiamo deciso di sfruttare lo spazio per le registrazioni e per arrangiare i pezzi con le parti di elettronica che ci sentivamo, il disco è stato pensato da me sia come brani che come scelta stilistica, e insieme a Matteo e all’etichetta abbiamo lavorato sul nuovo suono.
Pur divaricandosi in due progetti (quasi) distinti, l’ingresso di Sideri e la conseguente “svolta” non rappresentano però un punto e a capo nell’economia di Wild. È innegabile che le strutture si siano complicate e vengano rese in maniera più corposa e potenziata rispetto al passato, ma gli elementi cardine del suono di Above The Tree – folk, avanguardia, blues del delta – ci sono ancora tutti. Vengono però uniti e stratificati su una serie di influenze e nuovi ascolti (Grazie all’aiuto di Matteo siamo riusciti ad avvicinarci anche a “generi “ come trance, minimal techno, musica africana, musiche rituali dei nativi americani) che ne radicalizzano la portata e sfrangiano le possibilità, sia nella attuazione concettuale in studio che nella manifestazione live. Momento, quest’ultimo, inscindibile dalla realizzazione discografica eppure dotato di un sua catartica peculiarità: Come sempre però potrebbe essere la mia scelta stilistica/estetica in fase di registrazione a trarre in inganno, come era già accaduto in Minimal Love, io tendo sempre a dividere la fase “live” da quella di registrazione. Ho una tendenza a rendere artificiale un prodotto che in chiave live si caratterizza per la spontaneità evidenziando come queste due fasi siano due esperienze molto differenti. In studio ho un approccio molto analitico, mi piace rappresentare in qualche modo la finzione che è insita nel supporto, un disco non è la realtà , ma è la rappresentazione della realtà trasformata in frequenze, forme d’onda e immagazzinate su un supporto fisico. Chiaramente in fase di registrazione e di stampa di un disco si perdono quasi tutti gli elementi visivi della band o solista che li hanno prodotti , la propria identità intrappolata in quel supporto non è che parziale, lasciata solo in parte tramite le grafiche, che a volte però riescono addirittura a modificare in maniera erronea il senso percettivo del senso del disco stesso.
In questo processo il suono si prende il 90% delle attenzioni, in fase live invece il corpo, le luci e tutto il resto aiutano e aggiungono all’esperienza sonora un’esperienza visiva e la somma di questi fattori genera una esperienza unica. Credo che un giudizio definitivo su questo disco debba essere dato solo dopo aver assistito ad entrambe le fasi, quella dell’ascolto del disco e quella della visione live della performance così da capire con quale processo creativo esse sono mosse…
In continuo movimento, dunque, Above The Tree. In evoluzione perenne. Mai fermo sulle stesse posizioni, mai stabile nemmeno in un luogo. L’esperienza live, motore inarrestabile dell’evoluzione del sound e delle dinamiche interne al progetto, assume connotazioni altre quando a venir toccate sono latitudini inconsuete, come l’Ucraina. Dopotutto, a venir disseminate in Wild – ma a ben vedere anche lungo la discografia pregressa – sono psicogeografie possibili, erranze e vagabondaggi psichici, slanci verso luoghi fisici che si trasfigurano in stati della mente pronti a divenire materiale per nuovi lavori, nuove produzioni. In un circuito virtuoso che ritorna sempre al punto di partenza. Pur se trasfigurato.
Il viaggio è da sempre stato fondamentale, è da sempre fonte di nuovi spunti e punti di vista su ciò che sto facendo. In particolare credo che il futuro di questo progetto sia proprio quello di realizzare dei “concept album” e cioè di andare a viver in una nazione per almeno un anno e da lì con la collaborazione di musicisti del posto, registrare un nuovo disco. Mi interessa davvero riuscire a contaminare la mia musica del folklore del luogo e facendo questo vorrei in una volta per tutte riuscire a ad unire arte e vita.
