Prove tecniche d’imperfezioni

“Le cose perfette non ci portano fortuna dobbiamo metterci
d’impegno e rovinarle ad una ad una”. Un monito, un consiglio o più
semplicemente un pensiero. Certo, sentirlo pronunciare da un
architetto, da uno che della perfezione ha fatto il suo mestiere, suona
abbastanza strano, un’incongruenza. Ma la contraddittorietà in Alberto
Muffato si è trasformata in cifra stilistica peculiare. O forse lo è
sempre stata. Un anagramma per presentarsi al mondo. Un curioso
tentativo di nascondersi dietro uno pseudonimo che “contiene” se
stesso, il che permette al cantautore (Muffato) di
manifestarsi/dissolversi nell’alter-ego (Artemoltobuffa), così da
potersi dedicare ad un pop-rock “indiedelico” con qualche evidente
radicamento “indigeno”. Artemoltobuffa quindi come uno dei (tanti?)
possibili aspetti che il pop italiano potrebbe assumere qualora sapesse
svincolarsi dalla propria tradizione senza rinnegarla, accogliendo
effluvi angloamericani senza per questo rimanerne soggiogato? Forse.
Senz’altro. Perché no?

In principio furono un paio di lavori autarchico-artigianali – Nel bambù (2002) e lo split con i Carpacho Cocomeri?Split (Aiuola, 2003) -, soppiantati nel duemilaquattro dall’album d’esordio Stanotte/Stamattina (Aiuola / Self, 2004): undici tracce che spalmano la sbrigliatezza dei Pavement sulla poetica amara e distaccata di Samuele Bersani, aspergono retaggi Gino Paoli tra evanescenze Yo La Tengo (stentate a crederlo? Provate con Muratori sul tetto), sfilacciano strutture e contorni di folk sospesi quasi come le peregrinazioni apolidi di certo Jim O’Rourke,
infarcendo infine tutto l’orticello sonoro di stuzzicanti piantine
sintetiche. Le canzoni sono acquerelli teneri e malinconie briose (“Tutte le mie lettere solletico su di lei sono le mie lacrime d’inchiostro nero, lacrime a biro.” da Lacrime a biro),
giochi post-adolescenziali immersi in dolciastro surrealismo, canovacci
pettinati da un’appropriatissima voce malferma: nulla cioè che provochi
un trabocco di termini entusiastici, ma “soltanto” qualcosa da cui
lasciarsi ben volentieri accompagnare, almeno per un po’. Che si tratti
di folk ballad cartilaginosa (Pomeriggio d’asma) o di pop elettrico tra cascami wave (I tuoi denti, deliri Max Gazzé e un organino che scomoda i Cure più fiabeschi), che sia l’incedere Bersani tra sghembezze Pavement de Il mio nome è un lago (più l’armonica, gli ottoni, il piano elettrico, gli astrusi coretti Beach Boys…) o il gioco di sponda tra Perturbazione e Mario Venuti di C.E. Gadda e l’estate (pulsazioni sintetiche e coretto samplerizzato, organo e campanellini), eccetera.

Nelle parole del Nostro: “Fare
musica per me è come tenere un diario. Cercare di ritrovare gli anni e
le giornate, le persone incontrate, la musica ascoltata, i libri letti.
perciò queste canzoni presentano, come ogni diario, una doppia faccia:
un lato buio dove si nascondono fantasie e ricordi, ed un lato solare
dove prendono spazio la vita e le cose di sempre. In una mano provo ad
impugnare il bagaglio della notte, con il suo carico di sogni e
mistero. Nell’altra l’evidenza del giorno, in un deghejo di insetti e
ticchettii. Stanotte e stamattina – appunto
”.

Cos’è allora l’iniziale brano omonimo (“Stanotte ho sognato che ero al college / stanotte io ti ho sognata bionda e ben truccata: una ragazza pon-pon”)
se non il sogno – o l’incubo? – di un’adolescenza trascorsa sotto
l’ombra di un immaginario tanto stupefacente e allettante quanto
lontano dalla provincia veneta? Un oggetto carino e poco più,
all’ascolto, un manifesto poetico/formale, col suo propugnare
disincanto Perturbazione, puntiglio Bersani e verve Malkmus, a
differenza della profusione d’aggettivi, tendenti all’assoluto, spesi
ovunque al riguardo. Piuttosto, degne di maggior nota sono La scena patetica, con le sue ombrosità spigolose, le corde in bilico sull’atonale e lo scenario slacker, e la conclusiva Hulk nella montagna, con la sua psichedelia sedat(iv)a Red House Painters– spazzola che collassa sul rullante, chitarre un carillon di mestizia
– e sorniona attitudine sintetica in decollo rumoristico (un po’ come i
fall out apparecchiati da O’Rourke per i commensali Wilco),
germogli di una visione sonora meno indulgente, più acida e sbrigliata,
come ribadisce il vento di rifrazioni Seventies che scompagina la
liberatoria ghost track. Non un disco da riportare negli annali, ma
comunque un perfetto biglietto da visita di questo – massì –
cantautore, uno capace di gettarsi oltre l’ostacolo con la leggerezza
di chi ha più futuro che passato. (6.5/10)

E
il futuro pare illuminare sempre più una strada chiamata “tradizione”.
Adagio, su una strada affascinante quanto pericolosa ovvero quella
della canzone d’autore italiana, Alberto prosegue il suo percorso
narrativo e sonoro con il nuovo L’aria misteriosa (Aiuola
/ Self, 30 maggio 2007), attraverso arrangiamenti che si gonfiano di
classicità pop, forse perdendo un po’ della sua trasversalità tortuosa
ma acquistandone in levità, facendosi ispirare come sempre dal vissuto,
dai ricordi, dai segreti dell’esistenza, inchiodata alla terra eppure
terribilmente e irresistibilmente romantica. Non leziosi giri di
parole, non banalità pseudo intellettuali, ma sincera purezza d’animo,
come chi guardi il mondo per la prima volta lasciandosi ammaliare da
tutte le sue stupefacenti imperfezioni. E la sensibilità distintiva e
fuori dal comune del Nostro è riuscita a coglierle e a renderle nella
loro armoniosa irregolarità, rispolverando un’arte estremamente seria e
nobile: la scrittura.

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