Primavera Sound 2022
Poster del Primavera Sound 2022

Primavera Sound 2022. La Primavera è tornata: guida ai nomi che (forse) vi siete persi

La marcia di avvicinamento al ventesimo Primavera Sound di Barcellona sta per concludersi: una maxi-rassegna, dall’1 al 12 di giugno, che accorpa il lavoro svolto per assemblare la line-up del 2020 a quella di un’ipotetica edizione 2021, entrambe saltate per ovvi motivi.

Il cartèl di quest’anno, pur con qualche dolorosa defezione ufficiale (Massive Attack, Brockhampton, Turnstile) o paventabile (Bauhaus, King Gizzard & the Lizard Wizard), è comunque forte di una proposta ricca ed eterogenea, che punta alla gender equality (segnale di continuità rispetto all’edizione 2019) e a valorizzare ulteriormente gli act hispanohablantes, rappresentando le varie anime del festival catalano: il pop, dai Tame Impala a Dua Lipa; l’hip hop e la trap, con Playboi Carti e Megan Thee Stallion, Tyler, the Creator e Run The Jewels; l’alternative moderno che dialoga con la vecchia guardia, dagli Idles ai Pavement, dai Fontaines D.C. ai Dinosaur Jr.; e come sempre, una “lineup nella lineup” che propone il meglio del panorama elettronico internazionale, da Squarepusher e Autechre a Jeff Mills e Black Coffee.

A conti fatti, un’edizione che mette d’accordo chi al festival va per i grandi nomi e/o appartiene alla generazione Z, e chi ci andava quando ancora esisteva il palco ATP. Già, i palchi: molte novità sul fronte, con l’accostamento dei due main stage, il cambio pressoché totale dei nomi (che verranno indicati in questa guida), e altre piccole accortezze che potreste notare dalla mappa. In mezzo ai nomi segnati con la matita rossa, agli imperdibili, ai più noti, sostanzialmente, ci sono molte cose che (forse) non avete notato e che potrebbero valere un tentativo – d’altronde, uno dei fiori all’occhiello del PS è quello di farti scoprire cose che non conoscevi, lasciandoti un senso di grande soddisfazione. Partiamo quindi con una breve lista di nomi tra il primo e il secondo weekend (2-4 giugno e 9-11 giugno), che si terranno come sempre al Parc del Fòrum.

Gli eventi della Ciutat, che si svolgeranno in vari club (tra cui Razzmatazz e Sala Apolo) nella quartiere Ravàl e zone limitrofe, sono spesso set supplementari di artisti che si esibiscono anche al Fòrum, showcase di etichette come 4AD, Nyege Nyege Tapes e P.C. Music e dj set speciali (come quello della serata queer di Barcellona Maricas, o il trance party del deejay britannico Evian Christ).

WEEKEND 1

Les Savy Fav, Binance Stage (ex-ATP/Primavera), 02/06, h. 18:55-19:55 e Sala Apolo, 05/06, h. 23:30-00:30

I Les Savy Fav (un nome in fake french che, appunto, non significa niente) sono un gruppo la cui presenza in questa line-up è la dimostrazione che il DNA non si baratta facilmente: per quanto le mire del festival catalano siano proiettate alla notorietà globale stile-Coachella (e come biasimarli), nella forma di nomi altisonanti come Lorde, Gorillaz o la sopracitata Dua Lipa, questo combo post-hardcore ci ricorda i tempi in cui nomi analoghi erano il pane quotidiano e costituivano la maggior parte del cartellone. Pur non essendosi mai veramente sciolta dal 1995, anno in cui la band fu fondata da studenti della prestigiosa Rhode Island School of Design, la formazione newyorchese si presenta al Primavera dopo un lungo iato. Forse un gruppo che ha raccolto meno di quanto seminato, anche se il loro nome è spesso citato nel novero delle migliori band del genere (oltre ad essere stati in gran parte creatori di quel sound poi riconosciuto come emo). Un motivo in più per vederli è sicuramente l’istrionico frontman Tim Harrington, la cui presenza scenica non passa inosservata.

The Armed, Plenitude stage (ex-Pitchfork), 02/06, h. 22:35-23:25

Dall’hardcore della vecchia guardia a quello moderno, in cui i The Armed sono sicuramente una creatura incollocabile. Un enigmatico collettivo da Detroit, con una cura maniacale per l’estetica (dalle copertine ai video, impreziositi da un curioso range di personaggi – Tommy Wiseau, o Tony Hawk vestito da cespuglio), un gusto per il dadaismo alla Residents, un bizzarro portavoce (grafico pubblicitario con un passato da voice actor) e un sound inesorabile e brutale, che mescola industrial, metal e synthwave e dalla band presentato come ULTRAPOP (così, tutto maiuscolo). Un live imperdibile per un motivo in particolare: è una delle sole quattro tappe europee del tour estivo della band, che raramente si concede a lunghi tour, e spesso propone eventi ad hoc in location inusuali quali warehouse e hangar abbandonati.

Kareem Ali, Dice stage (Primavera Bits, ex-Lotus), 02/06, h. 23:30-00:30

Come detto la programmazione della cosiddetta “spiaggetta” del PS è una sorta di festival a sé, capace di tenere testa all’altra grande rassegna musicale in città, che si tiene a qualche giorno di distanza, il Sònar. Oltre a deejay continentali che attirano gran parte dell’audience verso questa zona isolata del festival, sono molti i nomi degni di attenzione che presto potrebbero diventare superstar internazionali: tra questi, il newyorchese (di origini congolesi) Kareem Ali, un prolifico producer (solo sei gli album pubblicati nell’arco del 2020) che mescola radici drum’n’bass e house a nuance più affini all’R&B contemporaneo e all’ambient. Un album su tutti come punto di partenza per esplorare la sua discografia: Blackbody, 2019.

Pelada, NTS stage (ex-Warehouse), 02/06, h. 00:15-01:15 e Boiler Room x Cupra (ex-Your Heineken Tent), 03/06, h. 19:45-20:30

Doppio set per questo duo canadese, composto da un producer di origine tedesca, Tobias Rochman, e una vocalist colombiana, Chris Vargas. I Pelada sono definibili come electro-punk, almeno nell’attitudine: niente chitarre o sezioni ritmiche serrate infatti, ma un sound vagamente acid creato con una Roland e batterie midi – più vicino al TV Lounge che al CBGB’S, per quanto echi dei Suicide si possano confondere tra i martellanti beat processati alla Front 242. Movimiento Para Cambio, uscito nel 2019 su PAN, è un disco che ha dentro di sé la vis polemica dei Rage Against the Machine, ma tradotta in un linguaggio elettronico molto estroverso e dissonante.

Otoboke Beaver, Ouigo stage (ex-Adidas Originals) 02/06, h. 03:10-04:00

La musica delle Otoboke Beaver è descrivibile come il fragore delle sale pachinko che per molti giapponesi costituiscono un autentico dopolavoro dal sapore catartico: palline che sbattono a velocità supersonica in questa sorta di flipper orizzontali, con epilettiche luci a intermittenza a fare da contorno. Un’esperienza allucinante sotto più punti di vista. Formatesi a Kyoto, prendono il nome da un love hotel di Osaka vicino al liceo di una dei membri della band; sono spesso accomunate alle connazionali CHAI, altra band tutta al femminile che ha però accantonato un sound inizialmente punk-funk per soluzioni più pop, mentre le Otoboke Beaver sono rimaste fedeli all’ispirazione principale, i rumorosissimi (e anche loro giapponesi) Melt Banana. L’ultimo album, Super Champon, è l’ennesimo schiaffo sonoro che promette molto bene in sede live. Data la tarda ora, avrete bisogno sicuramente di una scossa.

Moin, NTS stage (ex-warehouse), 03/06, h. 22:00-23:00

La percussionista Valentina Magaletti non dirà molto ai più, ma è da anni attiva nella scena londinese con progetti di assoluto valore: originaria di Bari, poi trasferitasi nella capitale britannica, Valentina si è fatta notare col suo progetto principale, Vanishing Twin, ispirati dai Broadcast e dalla library. Il sound dei Moin non è meno psichedelico, ma è sicuramente più scattoso, ancor più serrato e krauto nelle ritmiche, e condito dai sample di chitarra e field recordings raccolti dal duo Raime, con cui la Magaletti forma questo trio. Il loro Moot! è uno degli album più particolari (e meno noti) dello scorso anno – sicuramente quello con la cover più bella.

Mavis Staples, Auditori Rockdelux, 04/06, h. 19:00-20:00

Oltre alla dozzina di palchi en plein air di cui il festival può vantare, il Primavera ha di nuovo ottenuto la disponibilità dell’Auditori, venue al chiuso situata proprio all’ingresso del Parc del Fòrum. È per distacco lo stage in cui si gode della miglior acustica, ovviamente, ma anche un jolly che il festival si gioca con gli act che meglio si prestano a tale cornice: per quest’anno, l’Auditori è aperto solo nel primo weekend, ospitando i set di Low, Autechre e Kim Gordon, tra gli altri.

Ma soprattutto una delle grandi voci del soul americano, Mavis Staples. Attiva sin dai primi anni ’50 nel gruppo a conduzione famigliare The Staple Singers (assieme alle due sorelle Cleotha e Yvonne e al fratello Pervis), Staples ha mantenuto la sua reputazione adamantina continuando a incidere dischi, fare tournée mondiali e lanciare collaborazioni molto interessanti (con gli Arcade Fire nel 2017, ad esempio). Mavis è classe ’39, ma a discapito di questo, eccovi una sua recente esibizione per farvi capire che l’età, a volte, è solo un numero.

Automatic, Ouigo stage (ex-Adidas Originals), 04/06, h. 19:55-20:45 e Sidecar (Primavera a la Ciutat), 05/06, h. 22:10-23:00

Salutato l’Auditori, potreste fare un salto là fuori per farvi scuotere un po’ da una bella miscela di post-punk, krautrock e funk mutante stile no wave newyorchese. Si resta negli USA, ma il trio stavolta è di Los Angeles: le Automatic sono uno di quei classici nomi da PS che potreste vedervi prima che diventino future headliner; hanno suonato nei tour di Viagra Boys e Tame Impala come opener, intercettando quindi pubblici piuttosto eterogenei. Excess è il loro album d’imminente uscita e le anticipazioni fanno ben sperare.

Il trio si esibirà anche il giorno successivo, al Sidecar, piccolo club nei pressi del Parc de la Ciutadella, per il Primavera a la Ciutat. Nell’occasione, faranno da opener agli australiani Tropical Fuck Storm.

Jawbox, Plenitude stage (ex-Pitchfork), 04/06, h. 20:50-21:40 e Sala Vol (Primavera a la Ciutat), 05/06, h. 22:00-22:50

Altro nome che, come i Les Savy Fav, ricalca un “template” tipico delle lineup primaverche: il grande ritorno della band indie, un tempo forse dimenticata o trascurata, e ora rinfrescata da qualche ripescaggio sul web. I Jawbox hanno sempre vissuto come una band di culto, già dal loro scioglimento avvenuto nel 1997: in questo caso, al contrario dei Savy Fav, trattasi di una vera e propria reunion della band capitanata da J. Robbins – produttore e gotha del post hardcore dello stato di Washington, fondatore della DeSoto Records (con cui ha pubblicato gli album dei Dismemberment Plan), figura di spicco dell’indie americano di quegli anni.

L’onda lunga e l’influenza della band non si è dissolta nel tempo (Chino Moreno dei Deftones li cita spesso nelle interviste come una delle sue band preferite, nonché ispirazione primaria per la band di Sacramento), e il loro live sarà una buona occasione per ripercorrere la loro breve seppur intensa carriera.

Boy Harsher, Ouigo stage (ex-Adidas Originals), 04/06, h. 03:00-04:00

Se siete appassionati di industrial o EBM, un buon modo per chiudere la serata di sabato 4 giugno (e quindi chiudere il primo weekend) è sicuramente andare al set dei Boy Harsher. Inizialmente annunciati per l’edizione 2020 nell’ambito dello showcase dell’etichetta/distro City Slang, il duo formato da Jae Matthews e Augustus Muller avvicina il nichilismo cool della Factory e dei primi New Order all’estetica al neon di una Los Angeles popolata da vampiri glamour: il sound è denso di oscurità, ma non manca un beat che sia assolutamente infettivo e che guidi i vostri corpi (e spiriti) per un’ora di dancefloor crepuscolare.

Dave P., Cupra stage (ex-Ray Ban), 04/06, h. 04:05-06:00 e Sala Apolo, 05/06, h. 00:45-02:30

Altro nome davanti al quale molti faranno un’espressione interlocutoria, Dave P. è sicuramente uno dei migliori digger e selezionatori di house e dance music in questo momento storico: al secolo David Pianka, questo deejay di Philadelphia ha cementato la sua reputazione nella città dell’amore fraterno, poi in tutto il paese e in tutto il mondo, grazie alla sua serata Making Time (che è pure il nome di un suo radio show su Radio Primavera Sound) al, tempio dell’house in città.

Se il PS ti concede il set di chiusura all’ex-Ray Ban nell’ultimo giorno Warehouse on Watts del primo weekend, significa che hai le carte per scaldare una pista a dovere. Altro onere e onore, chiudere la gloriosa serata di domenica all’Apolo, con King Gizzard (ancora pendenti), Iceage e Les Savy Fav.

WEEKEND 2

Pile, Sidecar (Primavera a la Ciutat), 07/06, h. 23:30-00:20 e Ouigo (ex-Adidas Originals), 09/06, h. 21:45-22:30

Una curiosa tratta collega Boston a Nashville: la città della scena indie legata alla UMass, fino al Tennessee, luogo di culto del country. I Pile non sono niente di tutto questo, ma un’evoluzione psichedelica e meditabonda delle escursioni piratesche dell’alternative di metà-fine anni ’90. Con il loro sound ipnotico e imbevuto di effetti, il quartetto capitanato dal tuttofare Rick Maguire (che aveva creato i Pile nei primi 2000 come progetto solista con una band fittizia) ha raccolto una schiera di proseliti molto contenuta ma solida come l’alabastro. I Pile potrebbero rappresentare il picco zen e catartico in un secondo weekend tutt’altro che quieto.

Working Men’s Club, Ouigo stage (ex-Adidas Originals), 09/06, h. 23:30-00:30

Parlando proprio di cose tutt’altro che quiete, ecco una bella sfera di energia caotica che incanala la Madchester e la cultura rave degli anni ’90, mescolandola con la new wave e il post punk degli ’80: i Working Men’s Club non avranno il sound più fresco e originale (se paragonati ai coevi della scena “estesa”, dagli Squid ai black midi), ma sono indubbiamente dotati di maggior estro ed esplosività.

La formula danzereccia ed esagitata del trio del West Yorkshire è sicuramente scolpito per la sede live, e non vediamo l’ora di sentire autentici instant classic come “Valleys” (una sorta di hit di culto già per radio come BBC 6 Music) perforare la nostra materia con coltellate di synth luccicanti e inesorabili.

Duma, LAUT (Primavera a la Ciutat), 08/06, h. 23:10-00:00 e NTS stage (ex-Warehouse), 09/06, h. 00:40-01:40

Tra i moltissimi nomi in lineup, i Duma potrebbero essere il più peculiare: questo duo proveniente da Kampala, Uganda, è una delle ultime scoperte della sempre attiva Nyege Nyege Tapes, etichetta di Nairobi spesso dedita a sonorità del territorio purché legate a varie forme di dance ed elettronica. I Duma (il cui nome in lingua Kikuyu significa “tenebra”) sono la creatura del vocalist Martin Khanja e del producer e chitarrista Sam Karugu, e mescolano varie iterazioni dell’harsh noise dell’industrial più sulfureo e caotico con vocals black metal e riff in stile grindcore.

Un act che ha girato i più importanti festival europei (tra cui lo scorso Le Guess Who? di Utrecht), dopo anni in cui nel paese natio hanno avuto problemi nell’esibirsi, spesso braccati da forze dell’ordine che irrompevano nel loro club/garage/studio con fumogeni e sfollagente. Da quest’esperienza, la loro musica si configura come un qualcosa di mistico ed esoterico (spesso facendo riferimento ai numerosi culti animisti della zona), ma anche un graffio polemico nei confronti dell’abuso di potere e della politica malata che attanaglia lo stato africano. Nota di merito per NTS Radio, che anche con questo nome amplia il senso di ricerca ed esplorazione nella propria curatela per il Primavera Sound.

Sampa the Great, Binance (ex-ATP/Primavera), 10/06, h. 18:50-19:40

Sampa the Great tiene fede al suo nome d’arte: la ventottenne Sampa Tembo, originaria dello Zambia, cresciuta in Botswana ma poi trasferitasi in USA per studiare tra Los Angeles e San Francisco, adesso è residente in Australia, paese in cui ha avviato la propria carriera di cantante. Rapper sarebbe il termine più adeguato, ma c’è un ampio spettro di possibilità vocali che Sampa riesce a incanalare nella sua musica: la sua voce sa essere soulful, quieta, ma anche graffiante, senza soluzione di continuità. Il suo flow è uno dei migliori in circolazione, e questo vale per il rap su scala globale. Curioso il fatto che il suo LP di debutto si intitoli The Return, come se Sampa incarnasse lo spirito di una divinità africana da tempo sopita e adesso finalmente risvegliata.

PinkPantheress, Cupra (ex-Ray Ban), 10/06, h. 19:45-20:35

Cosa succederebbe se il pop si adattasse ai tempi e metodi di fruizione del pubblico di TikTok? PinkPantheress, teenager britannica con un gusto per le composizioni ermetiche e un culto totale per le stramberie electrobubblegumpop del giro P.C. Music, è sicuramente l’incarnazione più fedele di questo concetto.

Melodie-bonsai all’acido di batteria, un mondo filtrato dal rosa e dal fluo che parte da un’estetica primi-2000 e si staglia su un qualcosa di più trance-oriented e vagamente grottesco: i suoi brani sono già hit sui social e sulla piattaforma tanto amata dalla generazione Z, quanto vituperata dagli artisti (vedasi il caso Halsey). E se fosse PinkPantheress a sfruttare la piattaforma, e non viceversa? Da non perdere, perché lei potrebbe dominare il gioco del pop da qui a molti anni.

Special Interest, Plenitude (ex-Pitchfork), 10/06, h. 04:05-05:45

Maxi set esteso per questo quartetto queer punk da New Orleans, Louisiana. Altra band di culto assoluto già dopo un lustro di attività, la band è guidata dalle visioni mistiche e deflagranti del tastierista e produttore Ruth Mascelli (attivo anche in solo, con una formula molto originale di techno psichedelica). Una band che si è costruita una reputazione di solidissimo act live nelle numerose serate hardcore punk del Sud degli Stati Uniti, per quanto “punk” sia una definizione forse buona a raccontare la loro attitudine.

Il sound infatti si espande per grandi lunghezze, andando a flirtare con la dance, l’industrial, il noise e pure l’house, come anticipato dall’ultimo, sensazionale singolo “(Herman’s) House”. Un set di chiusura in quello che negli anni si è confermato essere il palco con il miglior roster di artisti – una bella investitura per una band di cui sentiremo parlare a lungo.

Genesis Owusu, Binance (ex-ATP/Primavera), 11/06, h. 17:00-17:45

Altro artista proveniente dal continente africano (Ghana per la precisione) ma residente in Australia, Genesis Owusu è un’autentica bomba a orologeria pronta a esplodere da un momento all’altro. Il suo Smiling with no Teeth è stato uno degli esordi più incensati dalla critica e amati dal pubblico da molti anni a questa parte, un’opera cross-genere che mescola la passione del nostro per i Death Grips al funk e disco più lascive, senza dimenticare forti legami con la musica da club e con l’hip hop old school.

Coadiuvato da una live band (di cui è facente parte anche Kirin J. Callinan, produttore, polistrumentista e anch’esso membro illustre della nuova genia indie-qualcosa che sta dominando le classifiche australiane), Genesis Owusu ha tutte le fiches puntate per essere l’autentica sorpresa di questo festival: quel nome che vedi per caso, o in attesa di altri live, che ruba la scena e di cui ti ricorderai per sempre.

Angel Bat Dawid, Cupra (ex-Ray Ban), 11/06, h. 17:50-18:40

Ecco un set che avrebbe sicuramente beneficiato della cornice dell’Auditori. Come detto, quel capolavoro di architettura votata all’acustica più limpida e democratica non sarà della partita per il secondo weekend, quindi, dovremo accontentarci di vedere uno dei set più interessanti in giro in ambito free jazz nella cornice dell’ex-Ray Ban, una sorta di anfiteatro con la vista del mare all’orizzonte. Per quanto quest’immagine sia idilliaca e invitante, il sound di Angel Bat Dawid e il suo ensemble pone le radici nel conflitto e sprigiona una furia caotica e a suo modo liberatoria.

Il carburante è la protesta, il fuoco è un sound che brucia lento e raggiunge picchi di vocalità e di maelstrom sonoro quando la band, Tha Brotherhood, decide di comune accordo di portare la dinamica sonora pari a quella di un jet in decollo: l’esperienza-Bat Dawid è quanto di più vicino al grido dei protestanti del Black Lives Matter esista in musica, ne è un’estensione quasi fisica, tangibile. La fisicità (in tutti i sensi) della musicista di Chicago sul palco ha un qualcosa di messianico, e si percepisce pure tra i solchi del disco Live, album dell’anno 2020 per il magazine di suoni “altri” Wire.

Rolling Blackouts Coastal Fever, Plenitude (ex-Pitchfork), 11/06, h. 20:50-21:40

Una delle indie band più criminalmente sottovalutate degli ultimi tempi (almeno da stampa e pubblico, e non da Sub Pop, che investe in loro da circa un lustro), i RBCF sono maestri di intrecci chitarristici e melodie che ti si appiccicano addosso come la maglia un’afosa giornata estiva. Il caldo torrido dell’outback australiano (da cui i membri della band provengono) ha sicuramente definito i contorni del loro sound e della loro narrativa, di un immaginario che è quanto di più fedele al mondo raccontato qua sopra, ma con le orecchie e la psiche sintonizzate sulla New York degli Strokes e sul power pop degli anni ’80, con doverosi omaggi alla Flying Nun records dei “dirimpettai” neozelandesi.

Tra i maestri assoluti della chitarra in un festival che già vanta guru dello strumento come J Mascis dei Dinosaur Jr. e Matt Pike degli High on Fire.

Special Request, Dice (ex-Lotus, Primavera Bits), 11/06, h. 01:00-02:30

Per concludere, un giro in spiaggetta con uno dei deejay più caldi in circolazione: il britannico Paul Woolford, in arte Special Request, è un digger furioso, un producer meticoloso e multiforme, un deejay istrionico e un eroe dei Due Mondi. Non è infatti raro trovare il suo nome in qualche serata ibizenca, una scena che ci ha abituati a deejay “di cassetta” e glamour più che a veri e propri draghi del deck, ma è pure richiesto in festival come il Primavera proprio per la sua capacità d’adattamento: dalla house alla disco, passando per l’electro e arrivando a un qualcosa che potemmo definire come un crescendo che mescola d’n’b e techno, i set di Special Request hanno un qualcosa che mette tutti d’accordo, con salomonico spirito. Il suo Dj Kicks, pubblicato recentemente, è un’ottima polaroid della versatilità di questa leggenda in the making.

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