La famosa toponomastica
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Giulia Antelli
- 8 Agosto 2012
Non ho capito bene come né perché, ma pare che qualcuno abbia voluto invitare anche noi a San Paolo, ed è un invito molto serio, professionalmente parlando: tutto pagato e spesato, insomma, non è che capitiamo lì per caso!.
Non più solo Reggio Emilia e Cavriago (con il relativo ultimo busto di Lenin in terra occidentale e tutto quel che ne segue). Gli Offlaga Disco Pax, qualche giorno dopo la nostra intervista, avevano in programma un viaggio in Brasile per partecipare al SESC De Artes, la rassegna culturale che ogni anno ospita tutti gli eventi culturali più importanti del paese e non solo.
Noi, li abbiamo visti e sentiti qualche settimana fa direttamente dallo Psycho Stage di Arezzo Wave, ed è proprio nella cornice del festival toscano – tornato letteralmente a casa dopo sei anni di assenza – che abbiamo fatto una bella chiacchierata con il frontman Max Collini sull’ultimo lavoro Gioco di società. Un album, il terzo della loro carriera, che segna la nuova tappa del particolare percorso portato avanti fino a qui dalla band emiliana: dopo il Socialismo Tascabile degli esordi e Bachelite, gli alfieri del recitarcantando tornano con il loro personalissimo gioco sulla società e sulla memoria, un’approfondita analisi sui significati e sui contenuti di un’epoca/epica/etica sempre più in bilico tra passato, presente e futuro.
Per il titolo del disco, Gioco di società, inizialmente avevate pensato a Corteo, un gioco da tavolo degli anni ‘70. Visto e considerato che anche l’artwork di copertina, curato come sempre da Enrico Fontanelli, raffigura la sagoma del centro storico di Reggio Emilia pensato per l’appunto come ideale tabellone di gioco, perché lo avete scelto come tema principale dell’album?
Corteo era un’idea che Enrico aveva avuto all’inizio, ma si trattava di un’ipotesi e non di una scelta. Quando poi è venuto il momento di decidere quale sarebbe stato il titolo definitivo, ha proposto Gioco di società, valutando che fosse più adatto ad avere maggiori chiavi di lettura rispetto a Corteo, che in questo senso forse avrebbe trasmesso un messaggio più forte. Per l’artwork, invece, è vero che si è ispirato a questo gioco da tavolo degli anni ’70 come Risiko o Monopoli, che però riproduceva le dinamiche di una manifestazione di piazza. Siccome ha preso spunto da quella grafica e da quel gioco, e siccome nel disco Reggio Emilia è presente in diversi brani – nei testi, nello sfondo delle narrazioni, ma anche come protagonista principale -, è finita che Enrico ha fatto una sorta di “mash-up” sovrapponendo il gioco alla città vera e propria. È così che la pianta esagonale del centro storico è diventata il gioco di società degli Offlaga Disco Pax: noi ne abbiamo scritto le regole, ma ognuno potrà trovare le sue all’interno del disco. Il tabellone, inoltre, riproduce completamente la città anche attraverso immagini di repertorio dell’epoca, principalmente dalla seconda guerra mondiale in poi, e sono raffigurate anche le tappe di cui si parla nel disco, come Palazzo Masdoni o Via Fontanelli. In definitiva, credo che l’idea di trasformare Reggio Emilia nel nostro ideale campo da gioco sia stata significativa anche rispetto ai contenuti dell’album.
Infatti alcuni brani sembrano pensati come mappa mentale del disco.
Sì, ma è un processo che noi abbiamo riconosciuto soltanto a posteriori. Nel tempo, abbiamo preso atto che molti pezzi portassero a Reggio Emilia, ma non è stata una scelta di concept vero e proprio, bensì una dinamica inconsapevole. Il tema è comune a molti brani e solo dopo è diventato anche il tema di tutto il resto. In questo senso, infatti, mi sembra che da un punto di vista musicale, dei testi e delle grafiche Gioco di società sia un disco molto coeso, un album fatto proprio alla vecchia maniera.
A proposito di questo: l’album è completamente autoprodotto, e si tratta del primo della vostra carriera. Come siete arrivati alla scelta dell’autoproduzione?
In realtà, il nostro rapporto con Santeria / Audioglobe è sempre stato molto positivo, non ci sono mai stati particolari problemi. Da un punto di vista delle scelte artistiche, abbiamo sempre avuto totale autonomia, i dischi li abbiamo sempre consegnati finiti sotto tutti i punti di vista, e nessuno ha mai interferito su alcunchè, anche perché i nostri album erano in licenza. Detto questo, con il pubblico che abbiamo acquisito c’è da sempre una grande dose di comprensione delle dinamiche, e visto che ci piace curare ogni progetto dall’inizio alla fine, diciamo che stavolta abbiamo voluto accorciare la filiera (ride), anche se per fare questo ci vogliono più tempo e più impegno. Abbiamo ceduto a Venus la distribuzione del cd, mentre l’lp ce lo siamo prodotto completamente da soli, stampando le copie in Germania, curando il packaging e tutto quello che concerne l’edizione in vinile, che è abbastanza monumentale (ride ancora). È un lavoro in cui abbiamo speso più tempo e denaro, ma è chiaro che così abbiamo avuto anche più soddisfazione. Considerando che il nostro staff è lo stesso da quando abbiamo cominciato, e che all’esterno abbiamo solo la gestione della vendita dei cd, per quello che siamo, la via dell’autoproduzione è in sostanza quella più snella, senza voler fare necessariamente delle valutazioni molto generali sul sistema e quant’altro. Forse è stato semplicemente il passo successivo, ma dal punto di vista artistico non è che sia cambiato molto: rispetto a prima, abbiamo soltanto più controllo sull’aspetto pratico.
Avete detto che Gioco di società è stato pensato, anzi, dedicato, per chi è abituato ad ascoltare il flusso dei propri pensieri. Perché avete voluto approfondire questo aspetto?
Beh, siamo un gruppo che non tutti potrebbero ascoltare mentre lavano i piatti, i nostri dischi richiedono uno sforzo di attenzione in più durante l’ascolto, e speriamo che questo ascolto più attento ripaghi con un risultato di appagamento maggiore rispetto al semplice sottofondo. Sappiamo che la nostra è una proposta che non può piacere a tutti, e per questo ci sarà chi apprezza maggiormente le nostre narrazioni, le scelte estetiche e musicali a mio parere molto rigorose, rispetto a scelte e gusti diversi. Il nostro è un progetto che qualunque persona non avvezza potrebbe ritenere molto sperimentale o difficile, anche se io non credo che sia così: penso che gli Offlaga abbiano la capacità di attirare l’attenzione anche di chi solitamente non ha ascolti troppo complicati o sperimentalissimi. Ci si può avvicinare in tanti modi alla nostra musica, vuoi per i testi o per le direzioni musicali molto definite, e ciascuno potrà ritrovare quello che più lo aggrada. Secondo me si tratta di una musica molto meno difficile di come la giudica qualcuno, e lo dimostra il fatto che in tanti anni di attività abbiamo sempre trovato un pubblico numeroso e forse anche maggiore di quello che ci potevamo aspettare.
Quindi siete soddisfatti dell’album?
Assolutamente sì, credo che il disco ci rispecchi molto. Tutto sommato, la lavorazione si è svolta in un periodo di tempo relativamente breve, ci abbiamo lavorato un po’ in primavera e un po’ nell’autunno dello scorso anno. Sostanzialmente, la scrittura dei testi ha portato via tre-quattro mesi, e si è svolta in un clima sereno e rilassato. Ho riascoltato il disco un po’ di giorni fa dopo qualche tempo che non lo facevo e sinceramente l’ho trovato anche meglio di come me lo ricordavo (ride). Quindi sì, siamo davvero molto contenti del risultato, specialmente dell’edizione in vinile, che poi è quella che noi abbiamo pensato come principale da un punto di vista dell’insieme del progetto. Riguardo a ciò che facciamo, i primi a esserne contenti dobbiamo essere noi, ovviamente, e in questo non abbiamo riserve, anche se può suonare un po’ retorico. Forse dipende dal fatto che anche tra di noi questo è stato un periodo molto positivo, la lavorazione ci ha coinvolti molto: quasi tutti i pezzi sono stati costruiti in sala prove, ricucendoli e sistemandoli insieme. Per esempio, una parte del lavoro che a me piace molto è quella che riguarda la base delle musiche per rendere il pezzo più coeso a livello sonoro, è il momento in cui il gruppo dà il meglio di sé: mettere insieme i vari elementi, farli funzionare assieme, è un processo che oltre a valorizzare la presenza di tutti e tre si svolge anche in grande armonia.
Parliamo un po’ della scelta del singolo Parlo da solo, il video con la vecchia Volvo rossa in giro per Reggio Emilia e uno dei simboli anni ’70 per eccellenza, la glitterball…
Allora, la scelta c’è stata praticamente subito dopo che abbiamo cominciato a provare il brano per le prime volte: un po’ perché è quasi una canzone, forse la più canzone tra tutte quelle che abbiamo scritto, direi, un po’ perché è breve, quindi si presta bene come singolo, e un po’ perché ci piace molto come pezzo. A me piace molto suonarlo dal vivo. Il testo parla di un momento abbastanza difficile della mia vita personale, e ammetto di averlo usato un po’ anche come terapia rispetto al superamento di quella certa fase. Il video invece è stato curato da Luca Lumaca, e il soggetto stesso è stato un’idea sua: anche se le ambientazioni e i riferimenti sono tutti diversi rispetto alla storia così personale raccontata dal testo, trovo comunque che funzioni molto bene, e mi piace molto la visione della città deserta che si trasforma. La scelta dell’auto è simbolica – quella vecchia Volvo che viaggia da sola per le vie della città, la nostra famosa toponomastica – e vuole raffigurare una Reggio Emilia desolata che prende vita non attraverso le persone ma attraverso le cose. È un video quasi simbolista, dechirichiano, con questi paesaggi urbani vuoti e completamente dilatati. Luca ha avuto carta bianca, l’unica cosa che abbiamo espressamente richiesto è stata la Volvo rossa (ride).
Vorrei che mi dicessi qualcosa in più sul brano di apertura Palazzo Masdoni, sede del partito a Reggio Emilia. C’è una frase che mi pare molto significativa per il senso generale dell’album, in cui canti “quel portone ormai chiuso reclama anche adesso il candore di allora”.
Questa è la frase classica delle cose che scrivo: nelle canzoni cerco sempre di far convivere il candore di allora, cioè l’adolescente inquadrato politicamente, con un orizzonte ideale molto definito e l’idea di voler cambiare il mondo, con l’adulto di oggi disincantato e disilluso, in un’epoca completamente diversa da quella della mia adolescenza e della mia infanzia. Perciò in ciò che scrivo si ritrova spesso il tentativo di conciliare queste due dimensioni opposte. In qualche modo, mi viene abbastanza naturale, e probabilmente perché anch’io dentro me stesso vivo questa difficoltà tra l’adolescente che ero e l’adulto che sono diventato. In questo senso, credo che la frase più emblematica di tutto l’album sia nell’ultimo brano, A pagare e a morire, in cui dico “com’è possibile che io sia finito da fare da scudo umano ai risparmi della classe media, non me lo so spiegare”. Questi due mondi continuano entrambi a coesistere, anche se credo però che un eccesso di disillusione e cinismo finisca poi per rendere le nostre vite di uomini adulti un po’ aride, e magari ti sfuggono delle cose che sarebbero importanti da un punto di vista ideale. Ecco perché a volte mi manca il candore di allora e la voglia di fare che oggi non ho più.
Ultima domanda: gli Offlaga presto sbarcheranno in Brasile.
Esatto! Il prossimo 25 luglio saremo alla Mostra SESC de Artes, una rassegna che si tiene a San Paolo da oltre 15 anni. Non ci sarà solo musica, ma anche arte, letteratura, cinema e teatro, e in generale tutto quello che rappresenta cultura. Per quanto riguarda noi, hanno tradotto tutti i testi in portoghese, e le traduzioni verranno proiettate anche per chi non ha dimestichezza con l’italiano. Ovviamente siamo felicissimi all’idea di partecipare a un evento simile, e la cosa meravigliosa è che, non avendo mai suonato all’estero, invece che a Lugano o Capo d’Istria esordiamo addirittura in Brasile… anche se non ci dispiacerebbe affatto suonare a Lugano o Capo d’Istria (ride).
