Per assomigliare ai propri miti bisogna essere se stessi. Intervista a Federico Fiumani
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Valentina Zona
- 21 Gennaio 2022
Molti di noi considerano certi dischi dei Diaframma una specie di “comfort zone” musicale: uno spazio della mente in cui è sempre piacevole tornare, a prescindere dal contesto e dal tempo. Un disco come Siberia è il rifugio perfetto per cercare nei ricordi qualcosa che non abbiamo necessariamente vissuto in prima persona, ma che ci è stato tramandato attraverso un immaginario che è ancora inspiegabilmente nitido, e che sentiamo nostro come se davvero ci appartenesse – sebbene sia un’appropriazione indebita. Lo stesso dicasi di 3 Volte Lacrime e di Boxe (che racchiudono l’essenza di una decennio fondamentale per la musica indipendente italiana). E poi ancora gli anni ’90 (In Perfetta Solitudine, Anni Luce e via dicendo), anche quelli magari scoperti in differita per ragioni anagrafiche, e in qualche modo trasfigurati da ciascuno attraverso la propria personale esperienza (la mia, la vostra). Il bello è che Federico Fiumani, fondatore e deus ex machina di quella creatura eternamente underground che sono i Diaframma, è ancora qui ad alimentare questa narrativa, sospesa tra passato e presente, tra nostalgia e no future.
Quella di Fiumani è una case history interessante nel panorama del rock italiano: una vicenda pluridecennale di non allineamento, di ostinato rifiuto all’addomesticamento; le scelte artistiche, lo stile cantautorale, persino il canto (volutamente sgraziato e punk), sono una continua testimonianza di un’attitudine scomoda e per certi versi selvatica, che a suo modo resiste anche quando sembra che il mondo voglia andare in tutt’altra direzione. Di recente ho rivisto un vecchio film del 1963, RO.GO.PA.G., composto da quattro episodi a firma Rossellini, Godard, Pasolini e Gregoretti. L’ultimo capitolo, diretto da quest’ultimo, s’intitola Il pollo ruspante. Dentro c’è una satira raffinatissima del consumismo nell’era del boom economico, dove un formidabile Ugo Tognazzi incarna quella classe media che si affaccia timidamente alle nuove opportunità di ricchezza e ascesa sociale che il momento storico gli offre. Memorabile il dialogo con il figlioletto in un autogrill, quando alla cameriera che elenca le opzioni menù del giorno, Tognazzi chiede se il pollo sia “ruspante”. Ovviamente no, è un pollo d’allevamento. «Papà, che cos’è il pollo ruspante?». «Adesso te lo spiego subito, eh… Dunque, il pollo ruspante, vedi, è un pollo libero, che vive in campagna, un po’ disordinatamente, senza criterio. Mangia quando può, dorme quando ne ha voglia … Ne sono rimasti in pochi, eh … Il pollo d’allevamento no, è invece un pollo che sta lì nel suo allevamento, mangia ad ore fisse, cresce un tanto al giorno …». «E perché tu preferisci il pollo ruspante?». «Beh, è più saporito, forse perché mangia con più appetito, cioè mangia quando vuole e come gli pare (…) … Un giorno non ha voglia di mangiare, non mangia … Un altro giorno invece si fa una bella scorpacciata e mangia tanta roba. Poi, sai, è un pollo insofferente: scappa, corre, va con le galline, becca, fa del moto, vola via (…). Il pollo d’allevamento invece no. Capirai, fin da quando è piccolino (…), viene messo nel suo bel reparto, sottoposto ad una disciplina … Insomma, lui non può assolutamente decidere di niente, capisci … Fa soltanto quello che gli dicono di fare: luce rossa, sveglia; luce verde, mangiare; campanello, basta (…). Però intanto ha il suo vitto assicurato e così ingrassa scientificamente, ecco … Insomma, agisce il suo subcosciente (…)».
Non so perché, ma quel passaggio (significativamente legato al finale del film, che non vi svelo così ve lo andate a vedere), mi ha fatto fare un volo pindarico su tutto quello che può voler dire essere punk oggi, ammesso che si possa ancora averne il privilegio (nella vita e nell’arte): senza troppe sottigliezze, dovrebbe equivalere a una libertà d’espressione che si misura in via prioritaria con la propria integrità individuale, con la propria autenticità e il proprio disordine, accettando tutto ciò che ne consegue. Musicalmente parlando, è esattamente il contrario di quello che vediamo in TV e su Instagram, l’opposto di quello che leggiamo su molti giornali o che troviamo nelle playlist di Spotify. Polli d’allevamento in ogni dove (da Sanremo al Saturday Night Live, fino al Coachella), patinati e impeccabili. Ma se c’è un merito che dobbiamo riconoscere a Federico Fiumani ancora oggi è proprio questo: ricordarci sempre che, da qualche parte, è ancora possibile imbattersi in un sapore diverso.
L’abbiamo intervistato in occasione dell’uscita della nuova raccolta Confidenziale 2021, un’antologia live registrata al Circolo Arci Il Girone di Fiesole il 24.11.2021, nell’ambito del tour che l’ha portato a toccare 25 città italiane in altrettante date (di cui una interrotta per pioggia), durante quel 2021 che doveva segnare il ritorno della musica, salvo poi prenderci in contropiede e dilatare ancora e indefinitamente l’attesa.
Un disco che raccoglie 22 brani eseguiti live in un momento storico in cui la musica è nuovamente ostacolata dalla pandemia: sembra quasi un controsenso, ma in realtà ha tutta l’aria di essere la celebrazione di qualcosa di prezioso. Che impatto ha avuto su di te, musicalmente ed emotivamente, il nuovo freno ai concerti dovuto al protrarsi dell’emergenza sanitaria? E com’è nata la scelta di incidere quest’album?
Questa situazione comincia ad essere veramente pesante, e non se ne vede la fine. L’album, come tutte le buone cose, è nato senza essere stato pianificato. Si suonava a casa, a Firenze, e si è detto – io e Luca Cantasano (il musicista che mi accompagna) – “perché non registrare e farne un cd?”. Suona come un bootleg, ma registrato bene. È povero e scarno, ma la roba dentro è di buona qualità.

Ho notato che sui social molti musicisti hanno espresso posizioni controverse rispetto ai vaccini e al green pass. L’ho trovato quasi contraddittorio, visto che è proprio il vaccino lo strumento che ci offre la speranza di arginare una situazione che sta danneggiando in modo particolare proprio l’industria musicale. Qual è la tua opinione in merito?
Io sono assolutamente pro-vaccino, ho fatto tre dosi. Mi faccio anche quello anti-influenzale da una trentina d’anni, perché suonare con la febbre è tremendo e non posso permettermi di far saltare i concerti (vivo di quelli).
Questa difficoltà, se non la vera e propria impossibilità di pianificare (la nostra vita, i nostri impegni lavorativi, i nostri incontri), è una dimensione del tutto inedita con cui siamo costretti a convivere. Tu come l’affronti nella vita quotidiana?
Ho seguito le regole, più o meno. Ultimamente avevo un po’ abbassato la guardia, visto che sembrava che l’ondata stesse scemando, ma adesso purtroppo la situazione è peggiorata nuovamente. Per il resto leggo, faccio passeggiate. Meno male che abbiamo potuto fare questo tour, io e Luca: fino ad ora sono state ben 24 date.
Torniamo al tuo disco. Come hai scelto i brani da includere in questo nuovo lavoro?
Più o meno ho scelto quelli più famosi, quelli che la gente ascolta più volentieri.
C’è qualche canzone che vorresti aver incluso?
Una stagione nel cuore e Grande come l’oceano, ma son difficili da fare in versione così ridotta.
Siberia continua a togliere il fiato, anche con un semplice arpeggio di basso (suonato come se fosse una chitarra, con la bravura di Luca Cantasano). Come descriveresti la sua magia?
Ti ringrazio. Non saprei davvero come descriverla, e forse non ne ha bisogno.

Abbiamo visto il bellissimo video di Amsterdam, che ha come protagonista Fabio Cantelli Anibaldi, filosofo, scrittore e protagonista di uno dei documentari più discussi dello scorso anno: Sanpa. Ci racconti il vostro incontro?
Gli avevo scritto per manifestargli la mia stima, lui mi ha risposto e ci siamo incontrati qualche giorno dopo a un mio concerto a Torino, città dove lui risiede. É nata da subito una grande sintonia; vedendolo di persona mi ha colpito molto la sua figura ieratica e il carisma che emana, per cui ho subito pensato a lui per il video di Amsterdam. É venuto esattamente come lo avevo immaginato, ne sono molto contento e anche Fabio lo è.
Il disco è una vera e propria antologia: ripercorre infatti tanti momenti diversi della tua carriera, dai primi Diaframma fino ancora ai Diaframma “rifondati”. Che effetto ti fa, dopo tanti anni, rivivere da capo le molte peripezie della tua creatura?
Mi porto addosso la mia storia come un vestito che non mi pesa affatto, sono felice a ogni concerto. Come dice Paolo Conte, «un concerto è sempre una bella serata passata tra gli amici».
Qual è il brano associato al ricordo più bello? E quello associato al ricordo più spiacevole?
Io ho te perché ha successo presso il pubblico femminile. Quella spiacevole è Boxe, perché era un periodaccio quando la scrissi.
Tra i brani, c’è anche un omaggio ai tuoi amati Television. Se dovessi eseguire la cover di un artista di oggi, chi sceglieresti?
Non mi viene in mente nessuno.
Sei stato omaggiato da tanti cantautori dell’indie italiano, lo stesso Francesco Bianconi ha più volte espresso il suo debito di riconoscenza verso la tua parabola artistica. Questo ha portato anche le generazioni posteriori ad approcciarsi ai Diaframma. Il dialogo tra generazioni diverse è un tema che mi affascina profondamente: credi che sia un confronto facile e immediato, o ci sono aspetti che lo rendono più difficile?
Per me abbastanza difficile, visto che ho un carattere piuttosto chiuso ed elitario. Stimo enormemente Bianconi, fin dal primo album dei Baustelle, nel 1999.
Ho visto che in questi giorni hai postato sul tuo profilo Facebook un sacco di bellissime immagini risalenti a foto session degli anni 80 e 90. Qual è il tuo rapporto con la nostalgia?
In realtà è andata così: avevo proposto al mio amico Manuele Fior di disegnare la copertina di Diaframma 40, un libro di prossima pubblicazione che racchiude articoli e interviste dagli esordi a oggi, e lui mi ha chiesto di mandargli delle foto per trarne degli spunti. Così mi sono trovato con un sacco di foto in mano, e un po’ le ho messe su Facebook.
Cosa ti manca di più della “vita di prima” (oltre, ovviamente, ai concerti)?
A parte i concerti full band, davvero nulla.
Cosa vuol dire, oggi, essere punk?
Capire che per assomigliare ai propri miti bisogna essere assolutamente se stessi.
