A volte… rimangono

Tra il 1979 e il 1983, i Mission Of Burma hanno contribuito a spargere i semi del rock alternativo degli anni ’80 e ‘90, senza raccoglierne i frutti se non nel rispetto e nella considerazione di colleghi e addetti ai lavori; erano troppo fuori dagli schemi e troppo “in anticipo” per essere accettati in quel momento. Ma dal 2002 si stanno prendendo lentamente la rivincita sul loro tempo e sul destino. Ora che un pubblico più ampio li riscopre come classici dell’indie rock, le ristampe “definitive” hanno canonizzato la scarna discografia del periodo originale. Mentre loro vanno semplicemente avanti, fieri di rimettersi in gioco e di non cavalcare l’onda di uno sterile revival.

I Mission Of Burma erano una band atipica; la critica li apprezzava ma non c’era una scena compatta alle loro spalle e non si potevano neppure inserire in un movimento. E in un’epoca in cui non esisteva ancora un network underground diffuso a livello nazionale, non avevano a disposizione vere infrastrutture, ad esclusione della piccola etichetta che pubblicava i loro dischi.

Non che a Boston i fermenti mancassero. La scena hardcore dimostrava un’identità forte, anche se molto chiusa, ed era proprio una reazione alla new wave cittadina da cui i nostri erano nati. Sull’altro versante, se l’ondata punk e post-punk della capitale del Massachusetts aveva prodotto i Modern Lovers e altre band di medio e buon livello (per una breve panoramica, si può ascoltare la compilation Mass Ave – The Boston Scene 1975-1983), tante musiche dei loro contemporanei – il rock and roll dei Neighbourhoods, il garage rock dei Lyres o dei Del Fuegos o il power pop dei Neats – non sono termini di paragone molto adatti per il sound dei Burma (fanno forse eccezione gli Human Sexual Response). Solo nella seconda metà degli anni ’80 sarebbe esploso il college rock e sarebbero saliti alla ribalta Dinosaur Jr., Throwing Muses, Pixies, Lemonheads, Buffalo Tom. Al giro di boa del decennio i Mission Of Burma non sono mai arrivati; alcune delle loro folgoranti illuminazioni sono però rifluite nell’opera di Sonic Youth, Pixies, Hüsker Dü, Big Black, Dinosaur Jr, Yo La Tengo e persino REM.

I nostri avevano ben chiaro che, dopo l’opera di azzeramento dei codici effettuata dal punk, esisteva un nuovo spazio di azione tra l’idea di una garage band e quella di un gruppo progressivo. Da qui avevano intuito molti link e possibili intersezioni tra il punk atonale e la musica d’avanguardia, il noise bianco e la psichedelia, il power pop e l’heavy metal, la musica melodica e gli ensemble sperimentali. Eccoli quindi unire melodia e accordi d’assalto, urgenza punk e sintassi progressiva. Una chitarra dissonante e piuttosto libera rispetto alla forma blues, le textures musicali create con le distorsioni e i volumi altissimi, la svolta a livello armonico con gli stessi elementi e l’idea di smontare e riassemblare a piacere la forma canzone sono uno spaccato di quanto saprà offrirci negli anni il rock alternativo americano. I MOB ne sintetizzano una formula ancora in piena epoca new wave, subodorando la pista giusta per gli anni a venire. Per Roger Miller, Clint Conley, Peter Prescott e Martin Swope potrebbe valere, su scala certamente ridotta, il celebre ragionamento di Brian Eno a proposito dei Velvet Underground: li avevano ascoltati in pochi, eppure quei pochi avevano tutti formato una band.

Nel 1978 Clint Conley suonava il basso nei Moving Parts. Succede tutto nell’inverno di quell’anno. All’uscita da un bar, Clint viene investito da un camion. Mentre è ancora convalescente, il chitarrista del gruppo fa i bagagli e parte per la California. I Moving Parts cercano un sostituto attraverso un annuncio sul giornale Real Paper, ed è allora che risponde un ragazzo di Ann Arbor, Michigan. Roger Miller si presenta un giorno in sala prove, ha la barba ed è vestito come un hippy, con i capelli lunghi e un cappotto verde bottiglia. Il tempo di sentire sullo stereo i Ramones, e scatta in una strana danza. Clint lo vede e si mette anche lui a ballare, seguendo i suoi movimenti. Tra i due è subito feeling.

Roger ha studiato pianoforte e composizione, è un appassionato di free jazz, ammira John Cage e Karlheinz Stockhausen. Alla fine degli anni ’60, insieme con i fratelli Laurence e Ben, ha dato vita agli Sproton Layer. L’album postumo With Magnetic Fields Disrupted racconta di un complesso calato nello spirito di quei tempi, una sorta di incrocio tra dei Cream più jazzati e i primi Pink Floyd. Ha spunti interessanti e vale un ascolto anche solo per curiosità. Laurence e Ben avrebbero poi suonato nei Destroy All Monsters, storico gruppo underground di Detroit, mentre i tre fratelli Miller hanno continuato a collaborare negli anni sotto la sigla M3. Roger intanto aveva composto Max Ernst, un brano entrato nel repertorio dei Moving Parts e che sarebbe stato uno dei primi cavalli di battaglia dei Mission of Burma. Già ai tempi soffriva di quel disturbo persistente all’udito con cui si trova costretto a convivere ancora oggi (l’acufene), ma l’annuncio in cui si cercava un musicista per una rock band che sapesse anche leggere la musica gli era sembrato troppo allettante per rinunciare.

Clint Conley ha descritto l’approccio dei Moving Parts come “anti rock”. Secondo il tastierista Erik Lindgren, il gruppo doveva unire il punk e le influenze colte come Debussy e Varèse. Il risultato era in verità un art rock che non nascondeva velleità progressive. Roger, con la sua forte personalità, crea uno squilibro nel complesso, che si scioglierà dopo qualche mese. «C’era uno scontro tra i miei pezzi e quelli di Erik, e Clint stava dalla mia parte» ha raccontato Miller nel DVD Not a Photograph. Lindgren, che poi suonerà con Miller nei Birdsongs Of The Mesozoic, scriveva pezzi difficili, dominati dalle sue artificiose tastiere. Roger e Clint avrebbero preferito un taglio punk con pochi accordi suonati ad alto volume, e con una tale divergenza di vedute è chiaro che il gruppo non potesse andare avanti (si possono ascoltare i Moving Parts nell’album Wrong Conclusion del 1992, testimonianza sonora della loro breve avventura).

Durante una prova a gruppo ormai sciolto, Roger accenna l’arpeggio iniziale della futura Einstein’s Day, sicuro di fare effetto su Clint. I due decidono di continuare insieme e di formare una band più viscerale e chitarristica rispetto ai Moving Parts. Provano con diversi batteristi e la scelta cade su Peter Prescott, non prima di averlo sottoposto a ben tre audizioni (i due erano piuttosto esigenti, Miller ha raccontato di aver mandato via su due piedi un batterista bravissimo ma che non riusciva a suonare un passaggio di Max Ernst). Manca solo di decidere come chiamare la band: «Mi piaceva la parola Burma [l’allora Birmania, oggi Myanmar], volevo un nome sciocco che la contenesse». Un giorno a Manhattan Clint vede sull’ingresso dell’ambasciata birmana una targa, nero su bianco: “Mission of Burma”. È il nome che cercava.

I Mission Of Burma debuttano dal vivo in un cinema di Boston l’11 aprile 1979. Qualche mese più tardi, al gruppo si aggrega Martin Swope, il quarto uomo, “l’elettronico” che agirà dietro le quinte nei concerti. Swope conosceva e collaborava con Roger dai tempi di Ann Arbor e abitava insieme Roger e Clint. Il suo ingresso aggiunge una nuova dimensione al suono della band. Martin non opera durante le prove ma il suo apporto in studio e dal vivo è fondamentale. Inizia con l’aggiungere dei loop al brano New Disco e pian piano diventa mastermind del suono sul palco. Nella sua postazione dietro il mixer, non si limita ad aggiungere frammenti preregistrati ma li crea in diretta, armato di nastro vergine su cui registra piccole frasi per poi manipolarle e rispedirle in loop attraverso i diffusori. Se il loop non era una novità nel rock, questa tecnica di taglia e incolla dal vivo, eseguita interamente con nastri analogici, inventava in pratica degli auto-campionamenti prima che i samples spopolassero nell’hip hop e in tutta la musica leggera.

Il gruppo gode già di un certo sostegno in città, da parte di pubblicazioni come il Boston Rocker o della radio che aveva fatto di Peking Spring una piccola hit senza che fosse uscito un 45 giri. Il primo e unico discografico a interessarsi è però Rick Harte, proprietario di un’etichetta indipendente che già vanta alcuni singoli di gruppi locali come i Neighbourhoods. La Ace Of Hearts non ha grandi mezzi né capacità distributive, ma realizza prodotti molto curati, tanto nei suoni quanto nel packaging. Una sorta di Factory in sedicesimo.

Pubblicato dall’etichetta di Harte, il singolo Academy Fight Song/Max Ernst è un imperfetto ma potente biglietto da visita per la band, che alla prima vera esperienza in uno studio di registrazione tradisce qualche incertezza, tale però da compromettere solo in parte il risultato finale. La prima tiratura di 7500 copie va subito esaurita, e anche se non si può parlare di un successo nazionale, il New York Rocker inserisce il 45 giri tra i primi dieci nella classifica assoluta dei singoli dell’anno, un vero exploit per una band indipendente di Boston. Le prospettive di successo rimanevano in ogni caso limitate.

A crescere in questi mesi è la personalità dei bostoniani. Per usare una metafora che sicuramente loro gradirebbero, la loro musica somigliava sempre più a uno di quei collage dadaisti dove più elementi, presi da contesti diversi, si incontrano e scontrano per sprigionare un senso nuovo; o a un dipinto cubista, in cui ogni oggetto è scomposto su più piani che si intersecano, allo scopo di creare figure frammentate e non euclidee. Il discorso musicale parte da un punk rock stilizzato, a cui si aggiungono una plastica componente d’avanguardia e una sensibilità pop, una sinergia che proiettava i Burma ben oltre il blaterante rock intellettuale dei Moving Parts.

Moby, tuttora uno dei loro più grandi fan, ha dato una descrizione piuttosto esatta della percezione che si aveva di quel sound, specialmente se rapportata al periodo: «Erano allo stesso tempo un gruppo da college esoterico e sperimentale e una garage band che ti spaccava il culo, e in più avevano questo lato melodico ed emotivo». Nel primo 45 giri, gli stili dei due autori si dimostrano complementari: Conley è più melodico, Miller predilige brani complessi. Il lato A è di Clint, pop-punk dai dissimulati accenti sixties, con un arrangiamento che lascia scie di folk rock e tarda psichedelia. Max Ernst, di Roger, è allo stesso tempo più ficcante e più cerebrale, a partire dal testo, una dissertazione sul famoso pittore dadaista e poi surrealista. È musica diretta ma tutt’altro che facile, i virtuosismi sono tanti ma in qualche modo criptati, in virtù del tiro trascinante dei pezzi. In Max Ernst rimane quel breve passaggio (un po’ in levare, un po’ in battere) che da solo mandava in crisi i batteristi durante le audizioni.

I Mission Of Burma hanno creato un ponte tra diverse esperienze: il rock di Detroit, la new wave dell’Ohio (Pere Ubu, Devo), il pop-punk di Ramones e Buzzcocks (immaginate i Ramones formati da allievi di John Cage e Stockhausen e non andremo troppo lontani dalla realtà), il rock progressivo, Jimi Hendrix, i Beatles, i Velvet Underground, il kraut rock, i Wire, i Gang Of Four, i Pink Floyd con e senza Syd Barrett, i Roxy Music con Brian Eno, l’hardcore, la musica classica contemporanea. Bisogna togliere tutti questi strati, uno dopo l’altro, per arrivare a un cuore che è soprattutto concettuale: quello dei MOB è già un rock postmoderno, che sintetizza esperienze del presente e del passato (il punk, la melodia pop, il rock classico, la sperimentazione) a uso e consumo del successivo alternative rock, anticipandone la forma e l’estetica.

Alla fine del 1980 il gruppo organizza il suo primo tour nazionale, tra lunghe sfacchinate in aereo (l’offerta di un pacchetto di voli illimitato li obbliga però a partire ogni volta da Atlanta), successi come la data a Minneapolis (dove per loro aprono gli Hüsker Dü) e fiaschi clamorosi. La musica dei Mission Of Burma dal vivo diventa più dura e aggressiva, anche se rimane sottile e complessa. Non tutti gradivano, anzi, secondo la band cinque persone su sei erano infastidite dal loro stile; d’altro canto, il pubblico dell’hardcore li trattava più o meno alla stregua di fighette new wave, mentre chi era abituato al rock più convenzionale era disorientato dalla musica e da tutto quel… rumore.

Nel luglio 1981 esce l’EP Signals, Calls and Marches. E qui si fa davvero sul serio. Apre le danze That’s When I Reach for My Revolver, un anthem punk atipico che preannuncia, giusto con qualche anno di anticipo, la dinamica loud/quiet/loud cara ai Pixies e poi ai Nirvana. La strofa parte lenta ma perentoria, poi un’accelerazione metronomica e una scrosciante rullata della batteria lanciano il ritornello, grandioso e fatale. È il solo pezzo firmato da Clint Conley, che vi suona il basso come una seconda chitarra, ad accordi e con il plettro, concedendosi anche un assolo parzialmente doppiato da Roger Miller. Il chitarrista è l’autore di tutti gli altri pezzi. Outlaw si muove disarticolata tra il funk bianco e una scombinata avant-disco, un po’ Talking Heads e un po’ Pere Ubu, mentre Fame and Fortune, This Is Not a Photograph e Red sono i potenti inni di un punk rock radicalmente modernista.

Roger segue la consuetudine punk di plasmare la melodia attraverso gli accordi, con sciabolate secche che tracciano frasi ossessive e trancianti; i suoi giri di chitarra ritmica decostruzionista funzionano spesso da soli, costituendo veri e propri riff o sezioni a sé stanti delle canzoni. Come Tom Verlaine per il suo sound nervoso e cristallino aveva preferito la Jazzmaster alla più classica Stratocaster, Miller imbraccia una Fender Lead 1, versione più piccola ed economica della Strato, a due o a un solo pick-up, ottenendo un tono graffiante e senza troppi effetti. Infatti su Signals la chitarra ha un timbro più da new wave, piuttosto pulito e affilato, rispetto al muro di suono dei concerti.

Anche senza virtuosismi gratuiti la tecnica di Roger è molto particolare; si nota soprattutto il ricorso insistito agli armonici, la cui grana acustica innerva i pezzi di nuova tensione grazie al suono lancinante delle dita che sfiorano le corde. Dissonanza e atonalità sono il pane naturale di un punk rocker che ha studiato Schönberg. Se la slide guitar di This Is Not a Photograph somiglia quasi a uno scratching o ai vagiti elettronici di un theremin, l’assolo di Red è una piccola composizione rumorista, una specie di brano nel brano. Neppure nel suono d’insieme e negli arrangiamenti i nostri scelgono la via più semplice, e anziché suonare facilmente all’unisono optano per una sorta di contrappunto, piuttosto inusuale per il rock da tre accordi, anche se ugualmente immerso nella frenesia con cui eseguono il loro febbrile repertorio.

Il rumore e il metodo quasi astratto raggiungono il punto di equilibrio perfetto nello strumentale All World Cowboy Romance, esercizio tra il noise alla Sonic Youth e il rigore studiato di un brano classico (nel documentario Not A Photograph c’è l’estratto di un’esecuzione dal vivo in cui sono ospiti proprio Thurston Moore e Lee Ranaldo, una sorta di concertino per chitarre che fa tornare alla mente gli ensemble di Glenn Branca).

Signals, Calls and Marches accostava in modo convincente il rock e il post-punk chitarristico più evoluti, ma con una simile proposta nel 1981 nessun discografico oltre a Harte era propenso a investire sulla band. Bisognerà aspettare perché il college rock conquisti la ribalta nazionale, la rete underground diventi più capillare e le major investano sui gruppi alternativi prelevandoli dalla scena indipendente; per il momento, quello appena descritto è uno scenario da fantascienza. Non sorprende la risposta negativa di una grossa casa discografica, che per interessarsi al gruppo avrebbe voluto più canzoni come That’s When I Reach For My Revolver.

Il primo – e unico – vero album, Vs., esce nell’ottobre del 1982. È più vicino alle intenzioni della band e all’intensità dei concerti. Ha la forza arrembante del mini album, lo stesso mix di sperimentalismo punk e pop aggressivo, con in più i riverberi noisy e i picchi di volume psichedelico dei live. Senza rinunciare alla forza d’urto, raggiunge una maggiore densità e profondità sonora. C’è un wall of sound che gronda di nuova psichedelia, non quella revivalista dei contemporanei, piuttosto i prodromi di una nuova estetica del rumore chitarristico ancora in nuce, in grado di svilupparsi in futuro sulla linea che da Bob Mould arriverà a J Mascis e Kevin Shields.

Dopo una partenza da Interstellar Overdrive sotto anfetamina, l’iniziale Secrets attacca una progressione lanciata e culmina in un deragliamento sonico cercato e conseguito con spietata determinazione. Non è l’unico pezzo a sfaldarsi o, viceversa, a prendere forma (New Nails) in una sorta di caos lucido e controllato. Le campiture piatte e sfolgoranti tipiche dell’avanguardia post-punk di Signals, Calls and Marches lasciano il posto a tessiture timbriche più complesse e policrome, con trame di chitarra più effettate (Trem Two) e ipnotiche. Dead Pool (di Conley, come Train) ha una stupenda progressione melodica da cui si sviluppa un’epica ballata. Il primo brano firmato da Peter Prescott, Learn How, segue la china generale dell’irruenza free form, bombardando di dissonanze un demenziale garage rock. Anche Mica ha un’andatura frenetica, ma su un riff saltellante e spastico. Autore di tre quarti dei pezzi, Miller può sbizzarrirsi sfrigolando suoni tra armonici e trucchetti vari in Weatherbox e Fun World, brani dalla ritmica spericolatamente fratturata. Può comporre un piccolo psicodramma da call and response di tre ostinati accordi (The Ballad of Johnny Burma, si potrebbe definire una sorta di blues alla MOB), e mostrare lo stesso rigore compositivo di All World Cowboy Romance nella canzone più melodica ed emotiva del disco, Einstein’s World. Firmata Clint Conley, That’s How I Escaped My Certain Fate chiude con un punk dadaista all’arma bianca (in coda all’intero disco, un po’ come 12XU suggellava Pink Flag dei Wire). Di evoluto non c’è soltanto il sound, la forma delle canzoni è più ardita e imprevedibile, smontata e ricomposta in tante sfaccettature.

Quello che il gruppo ha definito «uno dei millecinquecento migliori dischi della storia del rock» non sarà un trampolino di lancio ma la testimonianza conclusiva dell’avventura dei Mission Of Burma. Le intense sedute di registrazione i concerti non hanno fatto che peggiorare il problema di Miller. Il fischio persistente di cui soffriva non solo è aumentato; ha acquistato nuove tonalità che da musicista colto Roger è in grado di distinguere con precisione: un Mi e un Do diesis nell’orecchio sinistro e poi un Mi leggermente più acuto nel destro. Nonostante si proteggesse con un tipo di cuffie usate nei poligoni di tiro, si trova costretto ad abbandonare la band. I suoi compagni, e in particolare Conley, sembrano accettare quasi di buon grado la notizia. Nonostante il valore di quanto prodotto, il gruppo non riusciva a decollare. Il 13 marzo del 1983 sono fissati i due concerti d’addio a Boston, in una sala del Bradford Hotel. In realtà il gruppo si esibisce ancora a Detroit, Chicago e Washington, prima del disastroso ultimo show a Staten Island, di spalla ai Public Image Ltd.

Dagli ultimi concerti sono estratti il 33 giri live The Horrible Truth About Burma, pubblicato nel 1985, e la VHS Live at the Bradford Hotel. Il disco contiene soltanto brani inediti. Peking Spring e Dirt sono due pezzi di Conley già rodati e conosciuti, altri erano stati pensati per il successore di Vs. Alcuni sarebbero finiti sulla raccolta Peking Spring (edita su cassetta nel 1985; altri inediti e demo si trovano in Forget, del 1987); tra questi, Dumbells (immaginare di sentire Syd Barrett che guida un gruppo hardcore), He Is, She Is, Blackboard, Go Fun Burn Man. Oltre allo strumentale sperimentale Tremolo, sono della partita anche due cover, di Stooges (1970) e Pere Ubu (Heart of Darkness). Mentre la ristampa Rykodisk apportava alcuni cambiamenti alla scaletta, la Definitive Edition della Matador reintroduce l’originale con l’aggiunta di alcuni bonus e di un DVD (con l’intera scaletta del set serale al Bradford Hotel e la versione pubblicata su videocassetta).

Ristampe e antologie formano un capitolo a parte nella storia dei Mission Of Burma. La band in vita (la prima) non ha pubblicato che Signals, Calls and Marches, Vs e i singoli Academy Fight Song e Trem Two. Dopo lo scioglimento sono uscite diverse raccolte. Il CD eponimo della Rykodisc (1988) era una sorta di opera omnia in studio, e per anni è stato l’unico disco reperibile della band. L’etichetta di Boston Taang! oltre a Forget ha pubblicato l’EP eponimo contenente outtake di studio (Let There Be Burma li raduna entrambi). Per una rapida panoramica si può partire da A Gun to the Head (Rykodisc, 2004), meglio assemblata e più completa di Accomplished (Rykodisc, 2002), ma il consiglio, a questo punto, è di investire qualcosa in più nelle edizioni definitive Matador di Signals, Calls and Marches e Vs. Bastano per assicurarsi il meglio dei MOB prima edizione, sono entrambe arricchite da brani extra e dall’aggiunta di un DVD live e sono disponibili anche su doppio vinile.

Nel lungo periodo seguito allo scioglimento del gruppo, il più attivo rimane Miller. Prima insieme a Swope e a Erik Lindgren forma i Birdsongs of the Mesozoic, in cui suona principalmente il pianoforte. I BOTM sono un complesso strumentale guidato da un trio di tastieristi (il terzo è Rick Scott) dedito a rinnovare il linguaggio del rock progressivo, traendo spunti eterogenei dal minimalismo, dal jazz e dall’elettronica. Miller li lascia dopo tre dischi (due EP e l’album Magnetic Flip del 1984), per avventurarsi in una carriera solista in cui prova a seguire i suoi tanti interessi, in modo eterogeneo e con risultati talvolta discontinui. In parallelo, Roger si è costruito una proficua attività come compositore di colonne sonore e sound designer. Dal 1999 suona il sintetizzatore nell’Alloy Orchestra, con cui compone musiche originali per le proiezioni di classici del cinema muto (e, in misura decisamente minore, anche soundtracks per pellicole contemporanee). Il trio, che oltre al synth e all’accordion usa percussioni improvvisate con oggetti vari, ha all’attivo numerose collaborazioni con i più importanti istituti e ha partecipato a svariate rassegne internazionali (tra cui le Giornate del Cinema Muto di Pordenone). Peter Prescott ha suonato la batteria nei Volcano Suns, un capitolo importante anche se meno conosciuto dell’indie rock di Boston; formerà poi i Kustomized, insieme a un ex Bullet Lavolta, e il Peer Group, un’avventura di breve durata. Clint Conley appende gli strumenti al chiodo e dopo aver prodotto il primo disco degli Yo La Tengo lascia il mondo della musica, diventando produttore televisivo per un’emittente di Boston, la WCVB.

Nel 2001 quando il Peer Group apre per i Wire, uno dei complessi che più hanno influenzato i Misson Of Burma, Roger Miller e Clint Conley fanno capolino sul palcoscenico. È la prima volta che i tre tornano a suonare dopo quasi vent’anni. Intanto Michael Azerrad ha dedicato ai Mission Of Burma un bel capitolo del suo libro sull’indie rock americano degli anni ’80, mentre Clint Conley inizia il suo disgelo musicale con il supergruppo Consonant. L’uscita di Our Band Could Be Your Life (in italia American Indie) è una delle molle che spinge il gruppo a riunirsi. Conley e Prescott iniziano a provare insieme, e dopo alcuni giorni si aggiunge Miller. Nel 2002 i “nuovi” MOB suonano i primi concerti. Swope, che intanto si è trasferito alle Hawaii, non è più della partita. Al suo posto c’è Bob Weston, apprezzato produttore indipendente e bassista degli Shellac, nonché ex Volcano Suns. Sono passati tanti anni, ma non è poi cambiato molto. «Suoniamo solo il 2% più lenti per esprimere meglio il senso delle canzoni», racconta Miller in una delle prime interviste.

Alla fine del 2003 viene registrato l’album del ritorno, On Off On, pubblicato dalla Matador nel 2004. La band c’è su tutta la linea e lo dimostra già dalle prime battute. The Setup e The Enthusiast sono due brani grintosi e martellanti, suonati da un gruppo in grande spolvero; nel primo la chitarra si muove tra accordi carichi di adrenalina e ondate di tremolante noise; il secondo (di Prescott, molto più prolifico come autore in questo secondo corso) è un susseguirsi di riff epilettici e ritmi scomposti ed esplode in un ritornello da leggenda. Più avanti, Fake Blood ricalca l’andamento fragoroso e ipnotico di Vs. La band college-avanguardista-sperimentale-garage-punk-melodica è ora un complesso rock a tutto tondo, come dimostra il pop psichedelico quasi beatlesiano di Hunt Again, Falling What We Really Were. Il gruppo graffia come una volta ma è capace di pennellate più morbide, dall’arpeggio delicato di Prepared agli umori westcoastiani di Dirt (la ripresa di un vecchio demo), o di impostazioni più classiche, tra cui il grunge di Wounded World e il funk rock di Fever Moon. Per i titolari è l’album della rinascita, ma anche quello della maturità; contiene alcune delle loro melodie più brillanti insieme agli arrangiamenti più sofisticati.

Se è vero che la scena di oggi ha assorbito le loro innovazioni di un tempo, anche i nuovi Mission Of Burma hanno incorporato elementi delle stesse band che hanno influenzato. Si nota nel successivo The Obliterati (2006) dove alcuni passaggi (vedi The 13 o Spider’s Web) possono far pensare ai Sonic Youth e ai REM (2wice, a dire il vero anche piuttosto beatlesiana) ma da una prospettiva che non è certo quella degli epigoni. È un disco più riflessivo rispetto al precedente, che ha qualcosa in meno sul piano dell’impatto, forse anche del dinamismo, ma non del pensiero. Da non perdere soprattutto il noise pop progressivo di Donna Sumeria e Man in Decline.

Il successivo The Sound The Speed The Light (2009) è ancora una volta impeccabile e non lascia a bocca asciutta gli amanti del rock moderno fatto di chitarre spigolose, suoni appassionanti e melodie mai banali. Ogni nota è come minimo carismatica, e anche pezzi semplici come 1,2,3 Partyy! (soprassediamo sul titolo) o l’ancor più trascinante Good Cheer avrebbero qualcosa da insegnare alle nuove leve dell’indie rock. Quest’ultimo genere (o pseudo tale) sembra aver smarrito per strada alcune delle prerogative che i MOB hanno contribuito a creare. A cominciare da una certa imprevedibilità, che continua a sorprendere anche chi frequenta i nostri da tempo.

Gli stilemi del gruppo di Boston sono ormai riconoscibili, ma ogni volta Miller, Conley, Prescott e Weston riescono a mischiare efficacemente le carte in tavola. Tre anni dopo arriva puntuale Unsound (2012), che altrettanto puntualmente coniuga sperimentazione, ricerca melodica e rock dissonante su canoni moderni, fedele alle origini e ancora splendidamente attuale. Personalmente considero i dischi del dopo reunion (di cui continuo a preferire On Off On) un gradino sotto Signals e Vs., per prospettiva storica e non solo. Viene da domandarsi che cosa avrebbero combinato i Mission Of Burma senza quello iato di vent’anni. Certo, sarebbero cambiate molte cose. Ma piuttosto che arrovellarci nel rimpianto, tanto vale – e quanto vale!!! – tenerci la versione 2.0, che sembra avere tutta l’intenzione di regalarci altre soddisfazioni, come ci ha raccontato Peter Prescott rispondendo alle nostre domande.

INTERVISTA A PETER PRESCOTT

Unsound è un titolo piuttosto particolare. Come lo avete scelto?

Anche se quando scriviamo, proviamo, suoniamo dal vivo o registriamo in studio tutto fila liscio, siamo sempre in difficoltà al momento di scegliere il titolo o l’artwork di un disco. Unsound metteva tutti d’accordo, è breve e va dritto al punto: descrive bene l’idea di maltrattare e fare a pezzi la musica rock…

Le nuove canzoni mantengono le stesse qualità che abbiamo sempre apprezzato nella vostra musica: sono dissonanti, spigolose e trascinanti, con diverse sezioni, melodie coinvolgenti e alcuni grandi ritornelli. Su quali elementi vi viene più naturale concentrarvi quando scrivete?

Dal momento che siamo in tre a scrivere le canzoni, è normale che ciascuno di noi parta da un punto di vista differente. Quello che abbiamo in comune è l’idea che una canzone rock può essere strutturata come ci pare e piace: nessun ritornello o soltanto ritornelli, un assolo di basso, dei cori, qualsiasi cosa ci viene in mente… In partenza adottiamo tutti lo stesso vocabolario, ma gli sviluppi ci posso portare ovunque.

Parlando di armonia, melodia e struttura dei pezzi, colpisce in modo in cui intere sezioni così diverse combacino perfettamente. Avete un modo di scrivere molto particolare: il vostro metodo è lo stesso di sempre o pensate che sia cambiato nel corso degli anni?

In generale, direi che è cambiato poco. Per farla breve, nel 1979 o nel 2009, tutto è possibile!

In alcuni video recenti sembra che Roger non usi più cuffie. Le cose vanno meglio?

Ora usa protezioni più efficaci per i suoi timpani, ma sul palco adoperiamo lo stesso il plexiglas, mentre Roger si posiziona sempre dietro il suo amplificatore.

Immagino lavoriate ancora con i loop. Che differenza c’è tra il lavoro di Bob Weston e quello di Martin Swope? Usate ancora i nastri o preferite gli effetti digitali?

Certo che li usiamo ancora, è una parte molto importante del nostro sound. Dal vivo Bob ha una piccola unità digitale per creare loop multipli in diretta, ma in studio usa i nastri analogici. Lavora sul concept che ha creato Martin, cercando di rimanere fedele alle sue idee originali.

Le vostre idee erano davvero in anticipo sui tempi. Ritornando dopo così tanto tempo, avete trovato nuove tecnologie che vi hanno ispirati o vi hanno facilitato nel raggiungere i risultati che cercavate?

Tutt’altro, direi che se escludiamo gli strumenti digitali di Bob, usiamo ancora le stesse chitarre, la stessa batteria e gli stessi amplificatori.

Siete ritornati a suonare insieme nel 2001 e sul palco avevate esposto uno striscione piuttosto eloquente: “No New McCarhty era”. Che cosa pensate dell’America di oggi e delle elezioni alle porte?

Siamo molto attenti ai temi della politica, anche se non ne parliamo in modo specifico nelle canzoni. In America sta crescendo una destra estrema e parecchio disturbata, che io personalmente disprezzo, e questo mi preoccupa molto. Sono un fervente sostenitore del presidente Obama, penso che abbia incontrato molte difficoltà nel suo mandato ma che sia riuscito comunque a fare cose buone.

Com’è nata l’idea dello split single con le Wild Flag?

Abbiamo fatto un concerto insieme e le rispettiamo moltissimo. Le Sleater Kinney, in cui suonavano Janet Weiss e Carrie Brownstein, erano davvero una band innovativa.

La vostra carriera riflette la voglia di abbattere le barriere e infrangere le regole del rock. Che cosa pensate dell’attuale scena indie? Per alcuni è troppo omologata e le manca il coraggio di rischiare di più.

Da parte mia amo gli Shellac, i Future Of The Left, i Fucked Up, i Battles e alcune cose più da dj… In generale, direi che non ci piace molto l’indie rock contemporaneo, spesso i gruppi di oggi sono troppo soft, hanno gli spigoli spuntati. Forse hanno paura di offendere qualcuno. La nostra carriera dimostra l’esatto contrario.

Nel DVD Not A Photograph Michael Azerrad parla a chiare lettere di una linea di discendenza che da voi arriva a gruppi come Hüsker Dü, Pixies e Nirvana. Sentite anche voi questa eredità? Avete sicuramente influenzato molte band.

L’unica influenza che vediamo è uno spirito affine. La verità è che non sentiamo davvero di aver influenzato nessuno.

Quali musicisti o band vi hanno ispirati di più?

Kinks, Stooges, John Cage, Wire, Jimi Hendrix, Roxy Music, Black Flag, Syd Barrett, Miles Davis e decine di altri…

Avete già materiale per il prossimo disco?

Sì, l’abbiamo.

Non vediamo l’ora di vedervi qui in Italia. Verrete a suonare in tour anche da noi?

Penso proprio di sì (suoneranno il 9 dicembre a Bologna).

Ringraziamo Luca Collepiccolo e Lucy Hurst

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