Dal liscio alla sperimentazione: Mirco Mariani racconta “Musica per sconosciuti”
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Bizarre
- 2 Settembre 2025
Molti di voi lo ricorderanno per la partecipazione a Sanremo nel 2021, quando portò i suoi Extraliscio, in compagnia di Davide Toffolo dei Tre Allegri Ragazzi Morti, a presentare Bianca luce nera, una canzone invero molto rappresentativa di quel revival del liscio (contaminato però con suoni divergenti e un atteggiamento rock’n’roll) per il quale avevamo conosciuto quella band. Ma Mirco Mariani è un personaggio molto più stratificato ed eclettico, dalle origini insospettabili e con un background vario e articolato. Nato quasi casualmente come batterista jazz, ha poi dato vita, prima degli Extraliscio, a progetti come Mazapegul (due album pubblicati negli anni ’90) e Saluti da Saturno, autori finora di quattro dischi – l’ultimo nel 2014.
Da qualche settimana è invece uscito Musica per sconosciuti, che è a tutti gli effetti il suo primo disco solista (anche se a dire il vero dovremmo contare quello pubblicato a nome Fwora Jorgensen nel 2019), ed è qualcosa di sorprendente sia per la dimensione (si tratta di un triplo CD con oltre 150 brani, per una durata attorno alle tre ore) che per il contenuto: brevi sketch strumentali tra l’ambient e una sorta di minimalismo d’avanguardia, in sostanza abbastanza inclassificabili (ci proveremo, con scarso successo, durante l’intervista). Certo è che per chi aveva dimestichezza con Extraliscio e Saluti da Saturno, questo album è qualcosa di completamente diverso, ed è da lì che iniziamo la nostra chiacchierata con Mirco.
Conoscendo il tuo background, la tua formazione e le cose che fai di solito, questo disco così sperimentale, elettronico, mi ha colpito, mi sembra un progetto fuori dal tuo ambito abituale. Da dove nasce? Si tratta di una provocazione o è proprio una tua esigenza artistica?
Guarda, nella musica – come nella vita – ti capita di prendere una strada, ma poi quella strada cambia, prende deviazioni impreviste, che non puoi controllare. Come una macchina con le ruote storte: cerchi di sterzare, ma lei tira da un’altra parte. Per fortuna, o purtroppo, ho fatto esperienze bellissime, anche se a volte lontane da quello che amo davvero nella musica.
Io vengo dal free jazz, ho suonato per anni a Bologna, anche con Enrico Rava. Abbiamo fatto concerti particolarissimi: quartetti jazz con cantanti lirici, musicisti napoletani… esperimenti veri. Inizialmente ero contrabbassista – mi ero diplomato – ma poi, per caso, mi sono ritrovato a fare il batterista.
A Bologna, in un jazz club, mancava un batterista. Jimmy Villotti e Piero Odorici mi misero alla batteria, anche se ero autodidatta. Non avevo regole, ma avevo un buon feeling. Mi chiamavano “Carciofo”, perché venivo dalla campagna… Jimmy una volta mi disse: “Non sai fare un cazzo, ma hai swing”. E da lì ho iniziato con loro, finendo col suonare con Chet Baker, poi con Rava, Capossela… quando qualcuno passava da Bologna io ero sempre lì.
E alla fine hai finito col suonare a Sanremo. Come ci sei arrivato?
Non lo so nemmeno io. Ti dico, da un anno e mezzo a questa parte faccio pochissimi concerti, solo quelli a cui davvero non posso dire di no. È stato un modo per ripulirmi da un certo ambiente, alleggerirmi. Il disco nuovo, quindi, non è una provocazione: è la mia musica, quella che avrei voluto fare da sempre.
Suonare con Vinicio Capossela per tanti anni ti porta dentro un mondo… e ci resti. Ci resti perché ti producono i dischi, perché scrivi canzoni… ma è in un album come quest’ultimo che mi rispecchio tantissimo. È nato come reazione, quasi come un bisogno di respirare dopo Sanremo, Sanremo che mi ha un po’ ‘violentato’, possiamo dire, anche se è stata una bella esperienza. Come un viaggio che non cerchi, ma che arriva lo stesso.
Bianca luce nera è una bellissima canzone, comunque
Sì, era una bella canzone. L’ho portata a Sanremo con Davide Toffolo, che è un amico carissimo nonché un musicista geniale. Io non porto un artista per “fare numero”: porto qualcuno che sento vicino, che rappresenta il suono che voglio. Nella cover poi abbiamo usato un trautonium, che è uno strumento rarissimo, mai suonato prima in Italia. Insomma, anche se era Sanremo, ho comunque portato avanti le mie idee, cercando di fare qualcosa che unisse tradizione e sperimentazione. Molti non l’hanno capito, ma chi ha le orecchie aperte sì. E io non ho voglia di spiegare tutto, la musica deve arrivare o non arrivare. Punto.

Quindi per te è centrale l’idea di essere libero nella creazione.
Assolutamente. Voglio essere libero di fare un disco come piace a me, di accendere il mio Labotron [laboratorio che Mirco ha allestito nel corso degli anni con una collezione variegata di ogni tipo di strumenti, ndr] e partire per viaggi sonori. Infatti alcuni brani di questo disco vengono da musiche per film realmente realizzati, come L’illusionista di Jacques Tati, mentre altri sono nati da immagini, cartoni animati, suggestioni: mi mettevo su qualcosa, e iniziavo a suonarci sopra. In totale libertà.
Mi spieghi il titolo del disco, che è particolare: “Musica per sconosciuti”?
Allora… devi sapere che io sono sempre stato una calamita per i musicisti, qui in questa zona della Romagna. Ero un vulcano di idee, creavo mille cose, e avevo perfino creato una sorta di factory che avevo chiamato Strafactory; a Bologna, stessa cosa. Però, a un certo punto, ho rivalutato la solitudine: fare musica da soli è potente, non devi assecondare il ritmo di nessuno, non ci sono vincoli di alcun tipo. Hai un’idea? La fai. Anche nel momento sbagliato, ma la fai.
Gli “sconosciuti” erano anche i miei strumenti, un girotondo di 99 pezzi, collegati a tanti mixer, un po’ come nelle foto di Vangelis. Due postazioni centrali, le “locomotive”, e attorno tutti gli altri strumenti, i “vagoni”, che attivavo coi pedali del volume. Ne avevo a terra così tanti che non sapevo più dove metterli. Dopo un po’, suonavo quasi a occhi chiusi, come fanno gli organisti in chiesa. C’era una piccola preparazione, ma l’80% era improvvisazione. Partivo con una melodia e poi mi affidavo al caso, scoprendo di volta in volta soluzioni impreviste che mi sorprendevano.
Quindi una componente casuale, che però è voluta, giusto?
Molto voluta. Amo la musica concreta, la fonologia, Maderna, Berio, Giacinto Scelsi… le oscillazioni delle note, i quarti di tono… ho avuto in passato una grande infatuazione per questo tipo di musica elettronica, è stata decisiva per la mia formazione. Questo disco nasce anche da un lavoro che feci anni fa per un film su Nino Migliori, grande fotografo di Bologna. Mi ha fatto pensare alla musica come a una fotografia: istantanea, senza correzioni. Una sola traccia, niente sovraincisioni: mi sono dato questo limite, a volte accettando un errore se il risultato finale mi piace.
È per quello che i pezzi sono così brevi?
Sì. La scelta però dipende anche da Massimo Simonini, direttore del festival Angelica, che ha prodotto il disco. Io avevo registrato circa 400 tracce, e gli ho detto: “Scegli tu”. Alcuni pezzi non erano neanche mixati, ci ha pensato lui. E siccome suona anche il theremin, ha dato un suo tocco personale.
In quanto tempo hai scritto tutto questo materiale?
Nel periodo da dopo Sanremo ad oggi. Sanremo è stata una bella esperienza, ma mi ha anche tolto qualcosa. È stata una gioia e una condanna. Mi ha messo in un circuito dove ero l’ultimo a decidere, non era più il mio progetto. Concerti con un mucchio di gente, produzioni enormi, ma l’aspetto musicale non era quello fondamentale. E sai, qui in Romagna mi chiamano Passione da quando sono piccolo, parlo sempre di musica, colleziono strumenti… in quel momento la passione era scomparsa, mi era passata la voglia. E allora mi sono ritirato in campagna, con i miei cani, i trattori, l’orto.
Sto recuperando la voglia di fare musica, ma ora la faccio solo quando sento che ne vale la pena. Faccio alcuni concerti “random”, con Extraliscio a volte, ma in generale preferisco restare a casa, accendere i miei strumenti, lavorare in libertà. E magari da lì prima o poi nasce qualcosa di nuovo. Ma deve venire spontaneamente. Proviamo a vedere quali influenze si riscontrano in questo disco? Ti butto lì qualche nome e mi dici quanto ci ho azzeccato. Parto con i Residents.
Oddio… mamma mia, non ti spaventare, ma io sulla musica – porca miseria – sono proprio un cane. Te lo dico sinceramente. Se mi parli di cinema magari ci possiamo confrontare, ma con la musica… faccio fatica, perché non conosco tantissime cose. Beh, magari qualcosa nel jazz… nel jazz in effetti riesco a riconoscere anche un solo colpo di piatto di Elvin Jones, ma se mi parli dei Residents… mi spiace, so chi sono ma non li ho mai seguiti!
Poco male. Li citavo perché anche loro in carriera hanno fatto dischi con pezzi molto brevi di elettronica minimale… prova a sentirli. Comunque rilancio: ho sentito qualcosa dell’elettronica tedesca anni ’70: Tangerine Dream, ad esempio, ma anche i Can e il krautrock più percussivo. Sulle ritmiche poi ho pensato a tratti anche a Zappa, quello che cita Edgar Varèse
Qui andiamo meglio, sono nomi che conosco anche se piuttosto superficialmente. Tra i tedeschi però direi soprattutto i Kraftwerk, per i quali ho una cotta esagerata, e che ho conosciuto perché me li facevano sentire gli amici – mentre i Popol Vuh li ho scoperti perché sono fissato con il cinema tedesco e con Herzog! Stessa cosa per Zappa: l’ho ascoltato un po’, ma non posso dire di essere molto ferrato. Se devo essere sincero, più che Zappa direi Mingus. Zappa ha fatto miliardi di cose, lo ritengo un genio, ma per me Mingus è lo Zappa del jazz, mi ci ritrovo di più. È vero però che anch’io ho un certo gusto per le sovrapposizioni di percussioni, anche fuori tempo; se riesci a mantenerle dentro un certo equilibrio anche quando sono sfasate, per me è bellissimo. Mi piace quel casino controllato, e mi viene naturale.

Capisco quello che vuoi dire. È molto liberatorio
Esattamente. Ma in generale, nella mia vita è sempre successo che arrivi a un certo punto che ti senti ingolfato. Ad esempio, quando ero giovane, a Bagno di Romagna, suonavo la batteria – anche se poi mi sono diplomato in contrabbasso. Lì c’erano tre batteristi, io ero il terzo. La terza scelta, capisci? Poi sono partito per Bologna e mi sono trovato a fare cose che non avrei mai immaginato: suonare con Enrico Rava, fare tour pazzeschi… È stata una fortuna enorme, una “culata” vera.
E allora adesso ho deciso di fare un reset. Ho pensato: se a 17 anni, partendo da Bagno di Romagna, mi fossi chiesto che musica volevo davvero fare… sarebbe questa. Quella che riguarda la mia libertà. Una musica che mi assomiglia, anche perché non potevo competere con i virtuosi della tecnica. Dovevo trovare una strada mia. Per questo dico che questo disco, tra tutti quelli che ho fatto, è forse il più “eterno”. Quando una musica nasce così, invecchia meno. Anche con le sue imperfezioni: al taglia e cuci fatto col mouse preferisco ancora gli errorini di Ringo Starr. Quella è musica che dura, perché è vera.
E se dovessi dire, nel tempo, le tue maggiori influenze musicali?
Eh, sono tantissime. Ad esempio ebbi una cotta esagerata per Charlie Haden e la Liberation Music Orchestra con Carla Bley. Era come un’orchestra popolare, ma con uno strato sotto che spingeva in altre direzioni.
Poi c’è stato Fiorenzo Carpi, un genio sottovalutato. Tutti lo ricordano solo per Pinocchio, ma ha scritto tantissimo, e con una complessità incredibile. Sembra semplice al primo ascolto, ma se lo analizzi davvero, impazzisci: mai una cosa pari, tutto strano, tutto geniale. Riusciva a far sembrare semplice qualcosa che era sofisticatissimo, cosa che sanno fare in pochissimi.
Da sempre sono innamorato di Chopin. Uno che ha passato tutta la vita a scrivere solo per pianoforte. C’è qualcosa di geniale nel darsi un limite di quel genere: nessun violino, nessun violoncello, nessun quartetto… solo piano. Per questo anch’io ho applicato una regola ai miei 99 canali, che devono confluire in un’unica traccia.
Un altro genio assoluto per me è Joe Zawinul. Il suo modo di dirigere i gruppi, soprattutto quando c’erano Manolo Badrena e Jaco Pastorius nei Weather Report… lì c’era un jazz-rock che diventava davvero musica viva, vera, suonata.
Niente rock, quindi?
Sul rock sono ignorantissimo. Ma proprio tanto. Lo dico con sincerità. E forse è anche meglio così, perché oggi il rock, se devo proprio dirlo, mi ha un po’ rotto le palle.
Visti i tuoi trascorsi, e considerando i nomi che mi citi, vorrei sapere se secondo te esiste un legame tra musica tradizionale e sperimentazione
Eccome se esiste. Io sono partito da Romagna mia, che è il pezzo più tradizionale che c’è. Però l’ho fatto con Arto Lindsay, con la sua chitarra scordata a dodici corde. Quando è venuto nel mio studio, gli ho detto: “Attento, che in Italia c’è uno che ti fa concorrenza: sono io”. E lui: “Sì, ma se vuoi farmi concorrenza, devi scordare la chitarra!”.
E da allora, Romagna mia la faccio sempre, ed è sempre improvvisata. Il senso degli Extraliscio era proprio quello: rimanere dentro il canone, ma uscirne, perché rinnovare la tradizione è difficilissimo. Se ci provi, prendi schiaffi da tutte le parti, soprattutto dai puristi. Però io ho avuto la fortuna di lavorare con cavalli di razza come Mauro Ferrara, la voce di Romagna mia nel mondo. E allora lì sì, mi sono sbizzarrito a scrivere, arrangiare, usare strumenti che nel liscio non si sono mai visti, come l’ondioline, l’optigan… È stata un’esperienza fantastica, oltre che divertentissima, a livello sia artistico che personale. Quelli che suonano liscio sono musicisti veri, lavoratori della musica. Non parlano di successo, parlano di suonare; ti insegnano tantissimo.
Poi, come ti ho già detto, ci siamo spinti troppo in là rispetto all’idea originale, abbiamo perso la follia iniziale diventando più “pop”, più commerciali. E lì ho perso l’entusiasmo. Adesso voglio ritrovare la libertà, il rischio, la disobbedienza.
Altri progetti, oltre a questo disco?
Qualche settimana fa mi hanno chiamato a Bologna per un omaggio agli Skiantos. Io volevo fare Largo all’avanguardia, una delle loro canzoni migliori, ricordi: “Largo all’avanguardia / Pubblico di merda / Mi piace scoreggiare…”. Bellissima, un inno. Ma poi loro mi hanno detto: “No, non ce la sentiamo, scegli un altro brano”. E io: “No guarda, facciamo così: scegliete voi un altro artista”. Quella È la canzone. Gli Skiantos sono quella roba lì. Se non puoi dire “pubblico di merda” nel 2025, tanto vale non farla.
E sai che c’è? Adesso la faccio sempre. In ogni concerto.
