Miles Kane, foto per la stampa (2023)

Nessuno, centomila, soprattutto One Man Band. La nostra intervista a Miles Kane

I più conosceranno Miles Kane per la sua collaborazione assieme al carismatico frontman degli Arctic Monkeys battezzata col nome The Last Shadow Puppets. Il supergruppo inglese ha rilasciato una coppia di acclamatissimi album intitolati The Age of Understatement (2008) e Everything You’ve Come to Expect (2016) in cui i due ricoprono i ruoli di novelli Lennon e McCartney, destreggiandosi tra armonizzazioni vocali e parti chitarristiche e confezionando delle piccole gemme come la raffinata Standing Next to Me e la ricercata Miracle Aligner.

Molti, però, probabilmente ignorano che Kane è molto di più di uno stretto collaboratore di Alex Turner. Il cantante e chitarrista inglese vanta una carriera solista inaugurata nel 2008 con le cavalcate indie rock di Colour Of The Trap e che il 4 agosto si arricchisce con un’ulteriore prova sulla lunga distanza, la quinta, intitolata emblematicamente One Man Band. Una scelta semplice ed essenziale che suona come una dichiarazione d’intenti.

Abbiamo avuto il piacere di intervistare il musicista via Zoom a pochi giorni dalla sua esibizione al Mi Ami di Milano, uno dei festival più importanti per la musica alternativa italiana, a supporto di Angelica. Per rompere il ghiaccio non riesco a non dire al musicista che la sua Taking Over, uno dei cavalli di battaglia di Don’t Forget Who You Are (2013), era parte della scaletta che eseguivo con la mia prima band degli anni del liceo. Miles mima l’elettrico riff di chitarra con la voce e dice che il brano sarebbe potuto benissimo far parte del suo nuovo lavoro di studio, un album caratterizzato per un ritorno all’essenziale e niente più.

Scompaiono, infatti, le sovrastrutture del precedente Change The Show (2022): il centro della scena è occupato solamente dalla fidata Gibson 335, vero e proprio perno attorno al quale ruota tutto One Man Band (“è come se fosse un mio arto”, afferma), e dalla voce del musicista britannico. Questa scelta stilistica si sostanzia in undici composizioni rock’n’roll schiette ed estremamente dirette, che Miles stesso definisce come upbeat fast songs.

Questo consapevole tributo alle radici sonore del musicista va di pari passo col ritorno in patria, dopo la parentesi losangelina, a Liverpool, dove il musicista è stato fortemente supportato da amici quali James Skelly, produttore dell’album e membro dei The Coral. Questa prova sulla lunga distanza per Miles Kane è l’album definitivo della sua discografia ed è stato suonato e realizzato con la sua ultimate band. Il fatto di essere stato composto e registrato in poco tempo ne ha amplificato l’impatto diretto ricercato dal musicista britannico, concorrendo a diventare uno dei suoi lavori più personali.

La sua comparsata al Mi Ami, in cui il chitarrista vorrebbe volentieri tornare a suonare con la sua band il prossimo anno, però, non è l’unico filo rosso che lega Kane al nostro paese. Uno dei singoli usciti per anticipare One Man Band, infatti, si intitola Baggio, un chiaro omaggio al fuoriclasse della nazionale italiana. Il musicista mi ha raccontato quando, a otto anni, fu incantato dalla figura del calciatore ai mondiali del 1994, rimanendo stregato dal suo aspetto fisico, codino e capelli lunghi, così difforme da quello dei giocatori delle altre squadre.

Dal quel giorno il giovane Miles è diventato ossessionato da Roberto Baggio, una figura che gli ha insegnato ad “essere diverso e non la norma” in tutto ciò che fa. Il cerchio in qualche modo si è chiuso quando qualche mese fa il musicista è riuscito ad incontrare il suo eroe d’infanzia nella sua abitazione, col quale si è intrattenuto bevendo qualche bicchiere di rosé.

Miles Kane, foto di Lauren Luxenberg (2023)

Dato che Miles Kane è così legato al nostro paese gli chiedo, dopo aver visto che su Spotify in una playlist sono presenti diversi nomi di artisti nostrani, qual è il suo rapporto con la musica italiana. Mi risponde citando i soliti Adriano Celentano, Lucio Battisti e Pino Daniele, ai quali però viene curiosamente affiancato Calcutta, musicista col quale ha uno stretto rapporto d’amicizia simboleggiato anche delle foto che li ritraggono insieme alla kermesse indipendente milanese. Cerco di capirne di più, ma Miles sorride e preferisce non rispondere, lasciandomi intendere che qualcosa sembra bollire in pentola e che presto ne sentiremo parlare.

L’altro singolo uscito è Troubled Son, il brano che ha il compito di aprire con la sua scarica elettrica il suo quinto album in studio. Gli chiedo com’è nata l’idea di girare il videoclip ambientato in un pub londinese, situato vicino alla sua abitazione, in una singola take in piano sequenza. Miles mi racconta che l’intuizione è scaturita da una scena de Il Cacciatore / Deer Hunter (1978) e che il suo intento era quello di donare realismo alle immagini che lo ritraggono circondato dagli amici di una vita. Anche dal punto di vista audiovisivo, dunque, la parola chiave è spontaneità.

Parlando del brano che conclude l’album, Scared of Love, sono curioso del perché abbia scelto un  arrangiamento acustico piuttosto che suonarla con la stessa energia elettrica degli altri brani. “Eravamo tentati di registrarla in quel modo, come se fosse una grande ballad lennoniana con piano e batteria”, confessa. Però ad avere la meglio è stato l’arrangiamento più minimale, quasi a significare con questa canzone sognante che parla di relazioni difficili la fine del viaggio iniziato con Troubled Son. Incidendo su disco uno spaccato della vita di Miles Kane e fotografandone l’attitudine alla luce dei suoi trentasette anni.

Contro ogni mia aspettativa, più avanti mi confessa che il suo brano preferito dell’album è l’esplosiva You Never Take Me Alive, l’ennesima upbeat fast song che ne popola la setlist. Mi conferma che vuole suonarla almeno a Milano e a Roma, quindi aspettiamoci che verso l’inizio del 2024 il musicista britannico torni a calcare i palchi italiani dopo l’ultima data ai Magazzini Generali dell’anno scorso.

Il tempo a mia disposizione sta per scadere e non posso non accertarmi se qualcosa bolle in pentola sul fronte The Last Shadow Puppets. La risposta negativa è ovviamente scontata, in quanto Turner sta portando in giro per il mondo The Car, l’ultima fatica sulla lunga distanza degli Arctic Monkeys e Miles è orgoglioso della sua nuova prova da solista. Ne parlano spesso, i due, quando si incontrano, ma per adesso all’orizzonte non sembra esserci in programma alcun disco.

Ma la porta non è chiusa e un album che suggellerebbe la trilogia del supergruppo britannico prima o poi sembra papabile. Chissà se i due ne hanno parlato quando, recentemente, Miles Kane a Londra è tornato a suonare con band di Turner eseguendo l’iconica 505.

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