L’house è la mia stella polare

Sembrano passati due anni dall’uscita dell’omonimo esordio fuori dalle righe dell’allora duo Scuola Furano e, invece, sono già otto dal quel 2004 che nell’immaginario dance collettivo si pone subito dopo la sbornia electroclash e la successiva esplosione post dafpunkiana delle varie blog house, bangin’ electro e fidget. Questi anni, caratterizzati da un immaginario dalle tinte fluo che in tanti si sono allineati a definire grossolanamente “nu-rave”, Borut Viola li ha attraversati tutti, cercando di trovare un’identità propria in mezzo al calderone dell’ hipsteria “dance”.

La sua, anche in tempi recentissimi, è stata una traversata silenziosa in un mare di conversioni dell’ultimo minuto, che si parli dei fluo kids disco-stregati dal tormentone Vanheldeniano a firma Duck Sauce (Barbra Streissand), che si parli di tutto quel microcosmo “radical deep” anagraficamente giovane e sofisticatamente underground che passa per Wolf + Lamb e Crosstown Rebels o che si parli semplicemente dell’ipercontemporaneo giovanilismo dubstep (NeroSkrillexMagnetic Man).

Rispetto ai vari clichè del momento, il nostro ha preferito inseguire la propria “stella polare”, concentrandosi sulla credibilità come dj in primis e contemporaneamente perfezionando la propria traiettoria house nostalgica (da non confondere con quella purista e politica che fomenta artisti come Dj Sneak o Abe Duque) come produttore e remixer. Questa traiettoria tutta tesa a sviscerare il suono house delle origini ha portato a 108, disco che segna il ritorno sulle scene di Scuola Furano attestandosi come grande conferma nella discografia danzereccia italiana.

Per capire meglio quali sono le ossessioni musicali che muovono questo progetto e cosa ci siamo persi tra l’uscita di un disco e l’altro, abbiamo deciso di intervistare Borut (deus ex machina di S.F.) con domande direttamente ispirate dalla tracklist di 108. Quel che ne è uscito, è un’intima chiacchierata che, partendo da queste dieci tracce, ci ha portato a ragionare sul vero nocciolo della questione: la musica e l’approccio di chi la balla, la promuove e la produce. Oltre a inevitabili divagazioni nostalgiche su adolescenze in provincia negli anni ’90 e leggende clubbistiche dell’alto Adriatico.

Premetto che non seguirò assolutamente l’ordine della tracklist (permettimi di decidere il mix questa volta!) ma partirò direttamente da uno degli skit del disco da cui però si evince quanto sia chiara ora la tua visione della “cosa house”. Sto parlando di H.O.U.S.E. (e della relativa extended) che è un vero e proprio manifesto estetico di cosa sia stato Scuola Furano dagli esordi fino ad oggi, ovvero un lungo percorso di sana nostalgia house, dei “tempi andati”, un vagherggiamento estetico che si riassume in un vero e proprio tributo. Si può dire che Scuola Furano nel 2012 riparta proprio da una rimessa a fuoco delle origini? Parlaci di come hai vissuto questi ultimi cinque anni e di come hai fatto a non perderti nei trend giovanilistici post banger e fidget tenendo ben presente il percorso inaugurato con quel lontano esordio del 2004 su Riotmaker

Quando scrissi assieme a Marco il primo disco sapevamo cos’era house ma non eravamo così focalizzati come lo sono ora. Citavo cose che magari non sapevo nemmeno di tirare in ballo. Alla fine alla spontaneità e all’ingenuità di un primo disco si concede tutto! Sapevo però che c’era ancora tanto da scoprire e su cui lavorare. Poi invece, un po’ di marasma: volevo fare e suonare house ma la freschezza di alcune cose e i soldi che facevano girare altre mi han tenuto vicino a quella che definirei più dance (anzi D.A.N.C.E.) che house. E’ come se avessi perso il filo, mi ascoltavo un sacco di roba “underground” ma non riuscivo a suonarla e a proporla e comunque vedevo che ero nel posto e nel momento sbagliato quindi si, mi coprivo gli occhi e via. Poi ho deciso di riprendere in mano tutto, progetti vecchi e nuovi per il disco e tracce nuove e vecchie da suonare nei dj set, fregandomene della gente. Meglio rinunciare che non riuscire a fare ciò che spontaneamente mi viene bene e mi diverte: mettere dischi e produrre.

On Fire è il tuo ritorno a un’idea di dance trasversalmente pop. E’ per te anche un ritorno alla produzione di tracce che lasciano spazio alla caratterizzazione vocale. La collaborazione con Fiorious (che si estende su altre due tracce del disco) sembra nascondere una progettualità tutt’altro che estemporanea, anche alla luce delle altre voci presenti all’interno del disco. Con Fiorious sembra esserci un ‘empatia artistica più marcata: c’è dunque una continuità con pop tracks tipo Sam o Chocolate Glazed? Parlaci di come sono nate le varie collaborazioni ed in particolare di Fiorious, del peso che ha e avrà nel presente e nel futuro.

Ho sempre avuto la visione del disco “pop”, quello che facevano i Daft Punk o i Basement Jaxx: produttori house che si mettono a fare canzoni da ascoltare in macchina o in casa. E’ un approccio magari vecchio, molto 2000 ma anche alcuni prodotti odierni, penso a SBTRKT o il disco di Jessie Ware prodotto da Julio Bashmore, vanno verso quella direzione. Non me la sentivo di fare nuove tracce pensando a Tensnake o a Jamie Jones. Avevo cartelle piene di canzoni scritte in questi anni che volevo buttare fuori seguendo un semplice ragionamento: le ho fatte quattro anni fa, mi piacciono ancora nonostante i cambiamenti e quindi vuol dire che qualcosa di buono c’è! Eran tutti pezzi buttati giù di pancia piuttosto che con una precisa “collocazione” nel mercato.

Con Fiorious e’ scattata subito l’intesa: i primi demo che gli ho girato erano le attuali Danceteria, On Fire e Follow Me; cosa dire di più? Ci sono anche altre tracce che ho “regalato” a lui e che finiranno nel suo nuovo album (quasi interamente prodotto da me). Lui e’ mitico: professionale, concentrato su quello che vuole e…molto bravo! Non so effettivamente chi ci abbia guadagnato di più, incontrandosi: lui avrà si un disco e alcuni remix pronti, ma io ho trovato veramente un buon compagno di viaggio e le tre tracce del disco lo dimostrano. Le altre collaborazioni sono il frutto della mia ossessione per l’avere i vocal in madrelingua, più una mia fissa per avere un pezzo alla Miss Kittin su The Hacker, ovvero, una francese che parla in inglese. Così ho contattato i parigini Jolie Cherie, subito disponibili ed elastici alle mie inversioni di rotta, e Xander Ferreira che su Sunlight e’ andato dritto sul pezzo sentendolo subito suo.

Mi spiace di aver tagliato altre cose sue, ma il sample della traccia sui cui cantava proprio non riusciva a suonare bene. Con Kelly invece è uscito tutto per caso: è stato chiamato in studio a mettere basso e chitarra su Alone e poi ovviamente ha iniziato a fare lo Sting de noantri e noi non lo abbiamo più fermato!

Quando ascolto Sunlight, per l’appunto, sembra quasi che debbano comparire gli Snap al mio fianco! Tutto ciò mi riporta con la testa alle vacanze estive sulla riviera adriatica, le discoteche zeppe di adolescenti pronti al primo limone. Secondo te sono pazzo se tra le tante evocazioni di questo disco vedo anche quell’immaginario di scarpe Buffalo, occhiali a mosca e domeniche in discoteche di provincia? Parlaci della tua “summer of love” adolecenziale..

(ride). Mi fa ridere il fatto che questo pezzo lo scrissi anni fa per un ipotetico featuring con nientepopodimenoche Adonis! Lo contattai su myspace e lui mi rispose dicendo di mandargli la strumentale. Gli girai una cosa molto Lost in Sound, un suo pezzo su Jack Trax e non ebbi mai più’ risposta. Xander, con il quale ero in contatto da tempo, sentito il pezzo ha buttato giù quelle strofe con dei momenti vagamente Arthur Russell ed il pezzo e’ venuto fuori da solo! Come posso parlare di Summer of Love a Gorizia? A quattordici anni, d’estate, andavamo in motorino ai “DJ”: sagre di paese con una organizzazione “giovane” che portava dalle nove di sera a mezzanotte dei djs che mettevano commerciale, roba tipo Alexia, Daft Punk, Wighfield e cose così Tutta roba che un po’ ti svezza, anche se ovviamente noi aspettavamo il momento rap e, soprattutto, andavamo in questi posti per i primi limoni. Poi verso i diciotto la mia “crew” si e’ sciolta e ognuno ha preso la propria strada, chi andava al Gavioli (una nota discoteca di Izola in Slovenia), chi invece andava a vedersi Pharaoh Monch al Palladium a Vicenza. Purtroppo le cose non sono mai riuscite a convivere: o eri buffalo con i capelli ossigenati oppure eri piumino smanicato e nike da running. Che bella l’apertura mentale delle sottoculture…

Forse non tutti conoscono quella microcultura di clubbing underground nata sul confine tra Slovenia, Italia e Croazia fatta di after party sulla costa, club incredibili e Lubianska. E’ una storia sotterranea questa e a volte uno skit sa raccontare storie quanto una canzone; Yo dj mi fa interrogare su quanto la geografia entri nella tua musica. O ti senti più semplicemente cittadino del mondo?

In Yo Dj mi vedevo sto crucco che parla su sta bassline acida a tutti i suoi ascoltatori pronti ad invadere il litorale adriatico. Per noi cresciuti nel nord est, il confronto con austriaci e tedeschi è sempre stata una cosa normalissima. Il posto da cui provengo è sempre stato meticcio: austriaci, italiani, jugoslavi. Abbiamo sempre avuto varie cifre di confronto. Il posto più vicino in cui andare a ballare, resta comunque la Slovenia/Croazia. A loro piace la cassa bella importante e le bpm belle spinte, hanno mostri sacri come Umek e spesso organizzano rave legali ed illegali. E’ veramente un microcosmo da conoscere. E poi c’e’ il Gavioli: un tempio, in tutti i sensi, del clubbing di questa area e non solo. Ho amici napoletani e da altre parti d’Italia che spesso me lo tirano in ballo. Tolto questo, penso che nascere qui, in una “terra di mezzo”, ti metta davanti a due scelte: o cerchi a tutti i costi di rivendicare culture e terre tue come se stessi giocando a Risiko oppure capisci che la forza e l’originalità del posto in cui vivi risiede proprio in questo “meticciamento”. Un mix che a prima vista, confrontato con quello di una New York o una Londra, fa un po’ ridere, anche se ti fa comunque capire che non è la città grande a fare di te una persona dalle larghe vedute, piuttosto la tua inclinazione ad accettare le cose e la tua impostazione mentale.

Follow me mi fa pensare al primo Scuola Furano, quello figlio della fascinazione Discovery e del french touch. La differenza rispetto a quei tempi è tutta nello spessore della produzione e nella consapevolezza dei propri mezzi: quanto senti ancora tua l’estetica daftpunkiana?

L’estetica daftpunkiana per me c’è ed è ancora ai massimi livelli. Non parlo di sample filtrati e voci robotiche, parlo di un duo di freak francesi che è riuscito, nel corso degli anni, a realizzare tutto quello che le esperienze e le contaminazioni vissute lo hanno portato a fare con la musica: immaginario da teenage americano, influenze rock, la techno, la house e i pionieri del sampling, Tron…E’ pazzesco cosa i Daft Punk siano riusciti a dare alla musica tutta! Mi ritengo un loro grande fan, quindi mi pare riduttivo parlare di loro solo accennando a Discovery o Homework. Li considero fondamentali nella formazione “mentale” di un artista: andare avanti con le proprie idee anche se non propriamente quelle del momento, credere in quello che vedi e piace a te. Il grammy nel 2009 e Kanye che lo campiona nel 2007 fa capire benissimo che un pezzo come Harder, Better, Faster, Stronger (appunto, anno 2001) aveva tanto da dire, nonostante pochi si siano accorti dell’album che lo conteneva. Sono dovuti arrivare Pedro Winter e i Justice per far capire ai ragazzini che disco avevano fatto i Daft Punk.

Per quanto concerne la produzione, questa volta ho fatto sul serio. Sono entrato in studio a gennaio 2011 ed uscito a marzo 2012, quindi ho “leggermente” più focalizzato rispetto il disco precedente.

Beep pop è il pezzo più giocoso del disco. Quel continuo taglia e incolla di sample old school e brake hip hop mi ricorda anche il tuo culto per il digging. Parlaci del tuo rapporto con l’ H.H. e la cultura del sampling.

La prima cassetta comprata con i miei soldi e’ stata quella di Chicco e Spillo di Samuele Bersani, una versione alla Happy Mondays, italiana e midizzata. Il mio primo concerto pero’, a sedici anni, è stato quello dei Sangue Misto a Buia, vicino a Udine. Da li in poi amore incondizionato per l’Hip Hop: jam, graffiti, freestyle, breakdance in galleria, tutto il meglio dei 90’s italiani, penso tu sappia benissimo di cosa parlo. Quando ho capito che, nonostante il rispetto per quelli che ci credono, la storia della cultura e delle discipline è un po’ una cagata, ho preferito approfondire quello che gravitava attorno, ovviamente partendo da ciò che conoscevo. Da dove viene il ritornello di What’s My Name di Snoop Dogg? Cosa hanno campionato B.I.G. e Puff Daddy per fare dei pezzoni come Mo Money Mo Problems? E gli A.T.C.Q.? Cosa e’ successo a New York dal ’77 in poi? Oltre ad avvicinarmi a funk, disco e tutta quella negrooveria mi sono innamorato del sampling, dell’andare a cercare dischi alle fiere del disco e mercatini, così tanto che per un periodo pensavo che il campionare fosse l’unico modo accessibile per “fare” musica.

Kendou è puro G Funk 3000 ed è uno dei pochi brani strumentali del disco. Come concepisci oggi l’idea stessa di traccia dance strumentale ? Non so se mi spiego, ma secondo te esiste ancora quella dicotomia da pista da ballo tra vocal e instrumental version? Mi riferisco soprattutto alla testa dei clubber, ovviamente, e a uno dei pregiudizi house che ci portiamo dietro direttamente dai ’90. In qualche maniera, tra il primo album e questo, le tue produzioni sono sembrate quasi un percorso di svisceramento della suddetta dicotomia. Sbaglio?

Per Kendou avevo appena scoperto God Made Me Phunky di Mike Dunn e volevo fare una cosa del genere. Ovviamente sono partito da quello che avevo in casa, così ho iniziato a remixare Beep Pop ed è uscita questa cosa. In un club due pezzi cantati uno dopo l’altro sono già commerciali: assurdo! Capisco bene il discorso, infatti questo disco doveva essere doppio. Da qui il nome 108: dieci canzoni “pop” da un lato e otto trax dall’altra. Erano tutte dub e remix delle prime dieci, appunto, per far star buoni i puristi del club ché la roba cantata non la vogliono suonare! Poi alla fine sono impazzito ed ho iniziato a scremare e a togliere. Nel mio piccolo, vorrei far capire a chi ascolta questa musica che ci sono vari livelli di fruizione ma non per forza chiusi da compartimenti stagni. Bisognerebbe tornare alle origini, da dove l’house e’ partita, e vedere le sue sfaccettature per capire come ridefinire il concetto di “commerciale” differenziandolo da “pop”, ad esempio.

Pollensa è il momento “romantico” del disco. Perdonami l’accostamento ma è un pezzo che evoca molto quell’immaginario girl house alla Benjamin Diamond. Anche qui sento un tributo ad una certa euro house fine 90. Quanto ti rappresenta quel tipo di suono e attitudine rispetto alla misoginia di certe tendenze clubbing contemporanee (fidget, banger, dubstep)?

Fondamentalmente, le tendenze contemporanee sono satelliti che gravitano attorno alla house e alla techno. Di solito sono pompate dai giovani perché più d’impatto e facili da assimilare e questo, quantomeno, è il mio pensiero. Il mio graduale allontanamento da queste scene è la diretta conseguenza del fatto che ho capito che è l’house la mia (chiamiamola così) stella polare. Il resto è dance, molto interessante agli esordi, almeno per alcuni esempi, ma poi subito propensa a farsi sterile (come la “deep house”, di adesso però). Preferisco gravitare attorno a un genere che conosco (e scopro ogni giorno sempre più) e lavorarci sopra per ottenere qualcosa di più personale possibile. E poi è verissimo il discorso della musica misogina. Più “meni” e più ti ritrovi la quarta superiore sotto in consolle, più ammorbidisci e più hai ragazze in pista! Per questo motivo, mi rendo conto che quei giusti mix tra bassi golosi, tracce Detroit a momenti e nuova e vecchia house tengono la pista coesa e le donne on fire. Che poi, insomma, non so se la gente lo abbia capito, ma sono le donne che muovono il dancefloor: 20 tipe e 20 tipi è una festa bomba! 100 ragazze e 1000 ragazzi solo una gran foresta di…(fa rima).

E poi ci sono le canzoni vere e proprie, quelle che trasudano una “scrittura” pop classica come Alone, che premiano la scelta (evidenziando una certa maturità artistica) di esserti affidato alla visione di un terzo occhio, un vero e proprio produttore (Dj Color) che ha reso coeso tutto il lavoro. Come hai vissuto questa esperienza?

Color mi e’ stato vicino come presenza; da esterno mi ha dato, assieme a Tommi che lavora pure lui nel Hole City Studio, una visione che mi serviva per capire cosa realmente volevo e dove volevo arrivare. Abbiamo avuto momenti di tensione con parole pesanti ma alla fine è stato tutto produttivo e utile. Lui mi ha proposto l’idea di un pezzo “lento” da mettere nel disco e, dopo aver scritto la bozza in treno, assieme a Kelly abbiam arrangiato e lavorato suono su suono al tutto. Per me che sono abituato a lavorare da solo è stato un passaggio “difficile” da affrontare, ma evidentemente fondamentale. Alla fine la musica è matematica: se non la sai, almeno affidati a chi può fare i conti al posto tuo così ottimizzi i tuoi sforzi. Semplice ed efficace.

Chiudiamo in bellezza. Danceteria E’ il pezzo con l’enfasi più clubbistica di 108: edonismo techno emotivo alla Inner City e tanti sorrisoni sul dancefloor. Sentendo questo pezzo penso al lato più performativo del progetto SF, ovvero il confronto con il pubblico in pista. Visto che ormai è di dominio pubblico la venerazione che alcuni fan giustamente nutrono nei tuoi confronti (manco S. Gennaro) come dj, dicci come appare il clubber di questi ultimi anni da dietro la consolle. E soprattutto cosa ci dobbiamo aspettare da un tuo set nel 2012?

(ride) Belle domande! Per iniziare vorrei solo dire che Danceteria è il pezzo che più amo nel disco per vari motivi, ma soprattutto perché è frutto di un remix mai accettato propostomi nel 2005. Me l’hanno scartato, ma io sapevo che c’era qualcosa di buono e avrei dovuto crederci! E così ho fatto. Oltre a questo, penso che esistano due tipi fondamentali di clubber: quello “house” e quello “dance”. Il primo è quello che va nei grandi posti, conosce, si informa su nuovi dj (tutta roba house e techno), non disdegna il club piccolo e gli after e comunque dietro ci sono anni di clubbing serio in Riviera, Berlino, Londra e pure Ibiza. Gli snob lo definiscono “commerciale”, solo perché ascolta un Villalobos magari non sapendo nemmeno cosa abbia fatto Ricardo negli anni passati. Poi ci sono quelli inscimmiati per tutte le declinazioni non troppo canoniche, quindi fidget, dubstep, mettiamoci pure nu disco. Di solito molto giovani, vanno alle serate e devono strettamente sentire quello che vogliono loro, una sorta di trasposizione del proprio ipod in consolle: apertura mentale zero e pure spocchia di “conoscenza” della musica. Essendo rappresentanti di generi che non sono li da anni a macinare ma piuttosto fenomeni che letteralmente esplodono da un mese all’altro, rappresentano anche l’utenza ideale del promoter mordi e fuggi. “Facciamo tanti soldi ora perché questi hanno voglia di tutto e subito!” Per poi lasciare il giro dicendo: “Sono grande, sono cambiato, adesso ascolto e organizzo altra roba che non puoi capire.” Tristezza infinita. Diciamo che prediligo i primi, anche se comunque mi tocca sempre conquistarmeli sul campo.

Essendo stato per anni un dj considerato “dance”, spiegare, suonando, cosa mi piace è sempre difficile. Vai a dirglielo tu che provavo a suonare i Tiefschwarz o Marlon D a dei pischelli – con la storia dell’ “edutaitment” – e loro mi chiedevano gli Ac/Dc remixati dai Crookers sullo schermo del loro telefono! In un mio set di solito si possono trovare varie cose: cerco di leggere la pista prima di buttarmi a capofitto per suonare solo quello che piace a me. Mi piacciono labels come la Exploited e la Hot Natured, anche se devo dire che adesso quel basso, sempre quel suono di basso, un po’ ha stancato. In generale prediligo qualcosa di più retro’, dal gusto Chicago e analogico. In teoria non so mai bene cosa metterò in un set. Ho i miei cavalli di battaglia ma mai una scaletta rigida che devo rispettare, cosa che, ahimè, i nuovi dj fanno sempre, con una capacità di leggere la pista pari a zero e creando dancefloor con magli industriali alle undici e mezza di sera. “Se da anni fai il warm up e non hai ancora imparato a farlo bene, forse è ora che tu smetta” [cit.]

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