Le stelle dietro la palpebra
-
Antonello Comunale
- 22 Aprile 2007
Ivo Watts-Russell – 4AD
Il
catalogo della Kranky Records non si misura in metri di scaffali
occupati lungo le pareti. La vera unità di misura è il doppio album
degli Stars Of The Lid. E’ così che dopo aver segnato il traguardo
della 50esima uscita con The Tired Sounds of Stars Of The Lid
i due sanciscono ora il passaggio delle 100 release dell’etichetta, con
un’altra opera doppia, di cui si può leggere in sede di recensione.
Arrivano dal Texas, da Austin per essere precisi, e si chiamano Adam
Wiltzie e Brian McBride. Non è ancora ben chiaro come si siano
incontrati. Una versione vuole che i due si incrocino in una stazione
radio, durante una trasmissione notturna tenuta da McBride, incentrata
sul collage sonoro. Trasmissione e attitudine che pare abbiano convinto
Wiltzie a fargli compagnia in un progetto musicale. Dalla Kranky,
invece, rimbalza semplicemente un laconico dettaglio sul fatto che il
gruppo si è formato nel giorno di Natale del 1992. Comunque sia, il duo
trova rapidamente un terreno fertile per le proprie meditazioni
metafisiche. Non è per niente un caso che ci siano parentele con altre
compagini texane dalla “pressione bassa” che ad inizio anni ’90
gravitano intono alla scuola della Trance Syndicate. Formazioni come Bedhead e Windsor For The Derby. Wiltzie registra con i primi l’EP Dark Ages e il disco omonimo, mentre fa parte della line-up dei secondi fino a Calm Hades Float. Wiltzie tra l’altro sarà fonico e session-man anche per i Flaming Lips e i Mercury Rev.
Ma queste sono appunto parentele che per lo più giustificano un ceppo
di suoni e un contesto di riferimento. Le radici musicali del duo sono
diverse.
Gli Stars Of The Lid si muovono stilisticamente in un mondo tutto loro che passa da Ambient 4: On Land di Brian Eno ad Ambient 4: Isolationism,
il quarto volume della serie Ambient della Virgin, compilation di culto
di metà anni ’90 che fotografava la deriva di certa ambient industriale
e di certo post-rock, definita “isolazionista” da penne erudite come
Kevin Martin, Biba Kopf e Simon Reynolds. Sebbene si discuta ancora
sull’effettiva validità della definizione che abbraccia musicisti
distanti e diversissimi, tutti presenti nella compilation, come Robert
Hampson, Mick Harris, Thomas Koner, Aphex Twin, James Plotkin e Jim
O’Rourke, sta di fatto che la visione che sta dietro questo marchio,
quella di una musica involuta, astrusamente enigmatica e non
comunicativa, passa a nominare molta della migliore ambient di metà
anni ’90. Per tornare a casa Kranky, saranno definiti isolazionisti
anche i Labradford, in special modo quelli del disco
omonimo e i nostri Stars Of The Lid. Di fatto, l’ambient più
impalpabile e solitaria è uno dei principali ingredienti del “suono
Kranky”, quel misto di onirismo kraut, psichedelia folk, inquietudine
eterea post-4AD, elettroacustica ed elettronica cheap che rapidamente diventerà il canale d’eccellenza per il post-rock del dopo Louisville.
Wiltzie e McBride però dimostrano, fin dal primo disco Music For Nitrous Oxide (Sedimental,
1995), di giocare ad un gioco tutto loro, che si alimenta di
riferimenti colti fino a collimare con la classica contemporanea e la
musica per film. E’ lo stesso McBride a sancire una volta per tutte la
filosofia di base del duo e di una musica che altro non è che “il tuo cinema personale, situato tra l’occhio e la palpebra”.
Questa per l’ossido nitroso è una sinfonia dark fumosa e dai contorni
incerti costruita con due chitarre e un quattro piste e con l’inserto
di voci registrate. I feedback di chitarra ormai non hanno più nessun
elemento ritmico, sfibrati e rilasciati fino all’inverosimile. In
questo senso i due scrivono un nuovo capitolo nella sotterranea storia
della chitarra (mal)trattata. Qui va a finire quello che avevano
cominciato a fare gli Spacemen 3. In brani-allucinazione come Madison e Tape Hiss Makes Me happy si
avverte ancora un barlume di feedback a dare sostanza al drone. Ma è
solo questione di tempo e i due completeranno la mutazione genetica
verso materie sonore sempre più intangibili.
Il passo successivo, infatti, va proprio in questa direzione, sancendo anche il passaggio da Sedimental a Kranky. Su Gravitational Pull vs. the Desire for an Aquatic Life (Kranky,
1997) la mano si fa molto più raffinata rispetto all’esordio. La musica
come una tela in cui i singoli elementi, le note, si muovono
lentamente, nel dettaglio, concorrendo a disegnare la forma di una
melodia apaticamente mossa. Se si prendesse la Victorialand dei Cocteau Twins e la si trasportasse nella geografia misteriosa dell’Eno più astratto probabilmente avremmo qualcosa che assomiglia a Lactate’s Moment, straordinaria
pièce dalle calde e tenui brezze mediorientali. Il suono da studio del
duo si fa molto meno approssimativo. Più sicuri di quello che vogliono
ottenere, Wiltzie e McBride creano un suono in provetta, dove le note
vengono lasciate da sole a maturare e a incastrarsi l’un l’altra. Ne
valga come prova la più visionaria del lotto, Cantus II: In Memory of Warren Wiltzie, venti minuti in un micro-habitat, dove le note sembrano svegliarsi una ad una da un letargo secolare.
I due trovano però la prima vera quadratura del cerchio con il successivo The Ballasted Orchestra(Kranky, 1997). Come diretta conseguenza della strada che hanno deciso
di percorrere, si allungano ancora di più le durate dei singoli brani e
il disco lievita intorno agli ottanta minuti. Il suono degli Stars Of
The Lid ha bisogno di tempo e di spazio per lasciarsi andare e
costruirsi lentamente. E’ cosi che risaltano sempre di più le qualità
cinematiche di queste pièce strumentali sempre più complesse. Quasi una
new-age negativa, ruvida e malevola che cede alla trance per eccesso di
allucinazioni, più che per fuggire da se stessi. La musica di Sun Drugs si muove con una tale lentezza che ti accorgi della melodia in fierigiusto un attimo dopo la sua chiusura. Come zoomare così nel dettaglio
da perdere i contorni della figura. Una nebulosa cosmica di marca Klaus Schulze viene sceneggiata in Tapehead e un’inaspettata comunicatività arriva con la trance apocalittica di Fucked up (3.57 am).
Claustrofobia cosmica e stati di alterazione progressivi, come
osservare il pulviscolo dell’aria rischiarato da un raggio di sole in
una stanza buia. Uno dei capolavori del duo. Wiltzie e McBride si
lanciano poi in musiche immaginarie per la puntata n° 30 di Twin Peaks,
con arcani e obliqui sinfonismi che partono da Badalamenti e arrivano
oltre l’infinito. Dopo gli incubi, torna il sereno nella calma
amniotica della conclusiva The Artificial Pine Arch Song. Con The Ballasted Orchestra gli
Stars Of The Lid riescono per la prima volta a giocarsi davvero la
carta del proprio stile e della propria visione strumentale. Non a caso
sarà tra i loro lavori, uno dei più influenti e dei più amati.
A riprova delle qualità immaginifiche della loro musica, un anno dopo arriva Per Aspera Ad Astra (Kranky, 1998), una collaborazione con Jon McCafferty, pittore che si era già cimentato con loro creando una serie di dipinti sulla base del primo disco Music For Nitrous Oxide. Suddiviso in due lunghe suite, Low Level (Listening) e Anchor States, il
lavoro vive sull’ispirazione dei suoi dipinti e sul campionamento vero
e proprio dell’artista preso nel momento di dipingere. Il risultato è
per la prima suite il consueto sciame di droni, suoni in reverse,
feedback ed echi. A sorprendere è però l’uso degli archi nella seconda,
che nel primo dei suoi tre movimenti è né più né meno che musica da
camera.
Qualcosa comincia
silenziosamente a cambiare, chitarre ed effetti da studio non bastano
più. L’utilizzo di strumenti acustici diventa presto un’esigenza. Il
successivo Avec Laudenum (Sub Rosa, 2000 –
Kranky 2002) segna importanti cambiamenti. Cambiamenti innanzitutto nel
metodo, dal momento che Wiltzie si trasferisce in Belgio e i due sono
costretti a concepire la propria musica attraverso lunghe catene
postali. Avec Laudenum è quindi un disco di passaggio, dove è evidente
il tentativo di ampliare la palette strumentale. Così nella nebulosa
ghiacciata che si articola nelle tre parti di The Atomium si scorgono le note di un piano e il lavoro sulle melodie si fa più raffinato ed evidente.
Oltre ad andarsene a vivere in Belgio, Wiltzie si prende anche una pausa dagli Stars Of The Lid, con il progetto Aix Em Klemm (Kranky,
2000), che condivide a metà con il bassista dei Labradford, Bobby
Donne. Il risultato è una fusione pressoché perfetta del sound delle
due band, che in pratica significa estasi krauta su tappeti cosmici e
ipnosi delle grandi occasioni. Wiltzie in particolare ritrova anche il
suono più acustico ed umano della chitarra arpeggiata di epoca Windsor
For The Derby e si cimenta finanche alla voce in un paio di brani.
Niente di particolarmente innovativo e che valga la pena di considerane
qualcosa di diverso da una pausa divertita che entrambi i musicisti si
prendono dalle rispettive band.
Arrivati
al 2001, gli Stars Of The Lid si cimentano con la loro opera più
complessa e ambiziosa. Un doppio album che va ad occupare la voce di
catalogo krank50. The Tired Sounds Of Stars Of The Lid(Kranky,
2001) è il vero capolavoro della maturità e il disco cui Wiltzie e
McBride sono andati dietro per anni, nel tentativo di raffinare sempre
di più l’armonia dei suoni e le movenze melodiche. Per di più,
l’asfittico – seppur creativo – assetto strumentale viene rinvigorito
da un uso inedito e strutturale di strumenti acustici e risulta
rinnovato così anche un sound che comune non si dimette dal passato. Le
lunghezze questa volta si fanno chilometriche. La versione in vinile
deve essere tripla, quella in cd doppia. Il tutto dura 2 ore e si
articola in sei mini suite, suddivise a loro volta in più movimenti. E’
evidente come i due flirtino qui non soltanto con la scuola ambient ma
anche con la classica contemporanea (Messiaen, Bryars, Gorecki) e la
musica per film (Preisner, Badalamenti, Delarue).
La prima suite Requiem for Dying Mothers vive
del fitto dialogo tra violini e droni in stato di evaporazione
continua. L’ effetto è al tempo stesso stordente e armonioso.
L’alchimia dei suoni studiata nei minimi dettagli e il melodismo
strisciante ma austero. In assoluto una delle cose migliori che abbiano
mai fatto, che lascia il posto al latrato di un cane (Frogg il cane di
Wiltzie) e ad alcune voci su sparute note di piano in un vuoto che sa
di deriva esistenziale. La successiva suite di tre movimenti
ribattezzata Austin Texas Mental Hospital si muove sul
solco più classico dello SOTL sound, ovvero mareggiate iper
malinconiche di droni celestiali, che non sanno decidersi se
sprofondare in uno stato di panico o in una tristezza senza appigli. Broken Harbors 1-3 chiude
la prima parte del lavoro con uno stato di quiete apparente, come
poggiare la testa su un cuscino di nuvole. La melodia abdica al suono
prima di assumere cupi riflessi gotici.
Il secondo disco si apre nel segno di Lynch, con Mulhollandche ha tutta l’aria di essere una dichiarazione d’amore alle partiture
più sontuose e aeree di Badalamenti. Si sfocia, quasi senza soluzione
di continuità, nelle successive The Lonely People Are Getting Lonlier) e Gasfarming che
sfoggia una texture strumentale più avventurosa, animata da droni,
sibili di violini trattati e interferenze ritmiche appena percettibili
come tali. Il piano trova i suoi momenti per essere protagonista nelle
successive Piano Aquieu e Ballad of Distances. La chiusura con le tre parti di A Lovesong (For Cubs) ci
trascina ancora più lontano dalla realtà, in un’oasi impalpabile, calda
e accogliente. La bellezza di questa musica sta nel non essere mai
troppo accademica da perdere punti sul piano delle emozioni e al tempo
stesso nel suo stare sempre con i piedi ben saldi nelle grammatiche più
ricercate e sperimentali del secolo. Così come 2001: Odissea nello spazio vendeva l’avanguardia ai figli del ’68, così The Tired Sound Of Stars Of The Lidvende la musica d’accademia ai figli del post-rock. Nonostante la
difficoltà d’ascolto e la lunghissima durata, il doppio mastodontico
album del 2001 non faticherà a diventare presto un best seller del
catalogo Kranky. Wiltzie e McBride decidono però di allontanarsi per il
momento dal loro progetto principale e di dedicarsi ad altre
esperienze, non foss’altro che per rifiatare con qualcos’altro e
guardare alla propria musica da angolazioni differenti.
Il
primo ad uscire allo scoperto è il solito Wiltzie, che del resto è
sempre stato il più attivo dei due. Esce nel 2004 il primo disco dei Dead Texan,
progetto che condivide con la giovane filmaker belga, Christina
Vantzos. L’intento cinematico qui è dichiarato in partenza e infatti il
disco è accompagnato da sette video diretti dalla Vantzos stessa.
Nonostante la gran parte del materiale presente sia stata concepita per
far parte di un nuovo lavoro degli Stars Of The Lid, alla fine Wiltzie
viste anche le evoluzioni in sede di arrangiamento propende per
licenziare tutto quello che ha scritto, approfittando di questa
collaborazione. Per questo i Dead Texan somigliano ad una versione
umana e “analogica” degli STOL. Da un lato è impossibile non
riconoscerne l’impronta in brani come The 6 Million Dollar Sandwich, Girth Rides A (Horse) e Beatrice Pt. Two. Dall’altro, l’uso di strumentazione acustica e di sinfonismi più tangibili continua il discorso intrapreso da The Tired Sounds… Probabilmente è anche per questo che qualcuno cita per l’occasione il Brian Eno di Before And After Science. L’ultima Struggle appare infatti una citazione evidente. La melodia tenue di Glen’s Goo e la chitarra acustica di A Chronicle Of Early Failures dicono della grande passione di Wiltzie per le colonne sonore di spiriti tutto sommato affini come Zbigniew Preisner (quello delle soundtrack per Kieszloswki) e George Delarue (quello delle souNdtrack per Truffaut). Un disco a suo modo importante per le future evoluzioni sonore del gruppo madre.
Brian McBride, invece, rimane nell’ombra per un po’ ed esce allo scoperto soltanto nel 2005 con il suo primo disco solista When The Detail Lost Its Freedom (Kranky,
2005). Lavoro che nel suono non si discosta molto da quello degli Stars
Of The Lid, ma cerca di girare intorno a strutture più semplici. La
durata dei brani è mediamente di cinque minuti e gli arrangiamenti,
compreso l’uso della voce, sono assai ingombranti e ricercati per uno
come lui. L’unica traccia cantatata Our Last Moment In Song è un madrigale che deve tanto ai tardi Talk Talk / Mark Hollis quanto ai Labradford(quel basso è inconfondibile). Alcune voci angeliche planano su questi
blues eterei per anime solitarie che osservano il mondo dalla finestra
di un motel. Di fatto McBride concepisce il lavoro come una terapia
d’urto per uscire da una depressione: “In retrospettiva, questo
disco ha probabilmente a che fare con i miei momenti più deboli. Che
altro è se non un codice inventato per: era una terapia durante un
divorzio e il trasferimento in un’altra città”. Un disco
struggente ma ancora troppo involuto. Si ha come l’impressione che
continuando per questa strada McBride potrebbe un giorno arrivare alla
poesia dei migliori Bark Psychosis ma per il momento è ancora lontano dal liberarsi dall’ombra del gruppo madre.
A fine 2006 il catalogo della Kranky è arrivato all’uscita 103 con Electrice di Christina Carter, saltando palesemente la casella numero 100, che mr. Kranky, Bruce Adams, teneva in caldo proprio per loro. Ad inizio aprile è in uscita un doppio intitolato And Their Refinement Of The Decline.
Un’altra opera di spessore, in tutti i sensi, che richiederà qualcosa
di più di un paio di mesi per essere completamente assimilata. Come è
sempre accaduto, la musica del duo gioca sulle lunghe distanze,
chiedendo all’ascoltatore una dedizione particolare. A dispetto della
politica usa e getta sempre più dominante nel music business, gli Stars
Of The Lid chiedono (ed ottengono) di essere considerati al di là della
mischia. Oltre la qualità della loro musica, probabilmente sarà anche
per questo che saranno ricordati molto più a lungo di tanti altri.
