I R.E.M. in concerto nel 1981 (still da YouTube)

L’abbrivio perfetto: i 40 anni di Radio Free Europe

Il 1980, in particolare l’estate, fu l’anno che consacrò i R.E.M. come glorie locali. Giovani – avevano tra i 20 (Stipe) e i 24 anni (Buck) – e alle prime armi, compensavano le incertezze con una dedizione totale, che nel frontman assumeva l’aspetto di un autentico invasamento. Ma non tutti li apprezzavano: c’era infatti chi, nella diffusa intransigenza che caratterizzava il pubblico del rock indipendente di Athens, criticava la loro eccessiva morbidezza, vedendo nel gran numero di cover con cui infarcivano la scaletta – dai Troggs ai The Velvet Underground, dai Monkees ai Modern Lovers… –  una strategia per accattivarsi simpatie col minimo sforzo. In ogni caso, proprio in quel periodo nascevano i primi pezzi autografi: Just A Touch, Gardening At Night, (Don’t Go Back To) Rockville e lo strumentale White Tornado. Titoli destinati a diventare classici della prima fase R.E.M.

Tuttavia, c’era bisogno di qualcosa di diverso. Di più teso, affilato, sintonizzato con le frequenze new wave che prendevano deliziosamente alla gola gli ultimi esponenti dei Baby Boomer e i primi della Generation X. Oltretutto i tempi erano maturi affinché i R.E.M. iniziassero a fare sul serio, confezionando un demo vero e proprio. E lo fecero, nei Drive-In Studios di Winston, North Carolina, gestiti da Mitch Easter, membro dei più che discreti Let’s Active. Il nastro che ne uscì fu pubblicato in quattrocento copie e conteneva tre pezzi, Sitting Still, White Tornado e Radio Free Europe. Quest’ultimo pezzo colpì al cuore Johnny Hibbert, uno studente di Atlanta che propose ai ragazzi di farne un singolo – con Sitting Still come lato B – per la sua etichetta Hib-Tone. I quattro non solo accettarono, ma accolsero anche il consiglio di remixare il pezzo, che secondo Hibbert nel missaggio di Easter suonava eccessivamente piatto. Il risultato fu appunto il primo singolo dei R.E.M. e della Hib-Tone, etichetta effimera (sarebbe defunta a metà Eighties dopo altri tre singoli, due EP e un album) ma a cui dovremmo essere tutti comprensibilmente grati.

la copertina del singolo Hib Tone (luglio 1981)

Anche il nuovo mix non lasciò granché soddisfatti i ragazzi. A dirla tutta, ne erano piuttosto schifati, tanto che a quanto pare Peter Buck spezzò uno dei dischi e lo appese al muro del proprio appartamento come una specie di monito. Ma le vie del successo sono strane e imprevedibili: chissà cosa pensarono infatti Buck e gli altri di fronte alle cinquemila copie vendute (cifra considerevole tenuto conto che venne distribuito praticamente solo a New York, Atlanta e Athens) e soprattutto quando Village Voice lo elesse come miglior singolo del 1981. Si trattò di un momento esaltante, lo spartiacque tra un gruppo di romantici e appassionati bohémien e una band che ci credeva davvero. L’EP Chronic Town sarebbe stato il passo successivo, le cui incisioni ebbero inizio sempre ai Drive-In Studios nell’ottobre ‘81, quindi pubblicato nell’agosto ’82 dalla benemerita I.R.S. che nel frattempo era entrata in possesso del nastro con i demo intuendo il grande potenziale dei quattro georgiani. Il resto, come si dice, è Storia.

Ma cos’è Radio Free Europe? Rispetto al turbine di foschia, bagliori e vampe Sixties che sembravano quei primissimi R.E.M., somiglia a una linea dritta che spezza l’andamento vorticoso e stabilisce una connessione – seppure precaria e controversa – con il decennio appena iniziato. La versione originale è più brusca e leggermente più veloce di quella re-incisa per Murmur (quest’ultima inevitabilmente più nota), manca il lavoro di “punteggiatura” del piano e nel complesso tradisce un’urgenza che due anni più tardi (la I.R.S. la ripubblicherà come singolo esattamente due anni più tardi, l’8 luglio 1983) risulterà soltanto implicita. I critici del Village Voice rimasero evidentemente impressionati dallo strano ibrido tra post punk e garage rock del 1981, un vero e proprio arco voltaico tra due epoche in quell’alba degli anni Ottanta in cui il futuro del rock chitarristico si prefigurava quanto mai incerto. Non a caso nei primissimi secondi del brano sentiamo una specie di sibilo sintetico dal neanche troppo vago sapore sci-fi, subito spazzato via però da quattro colpi di rullante.

la copertina del singolo I.R.S. (luglio 1983)

La pulsazione della sezione ritmica è incalzante ma rigida, sembra carburata da una sorta di umorismo androide che deve molto più al basso di Mills che non al drumming abbastanza didascalico – ma comunque efficace – di Berry. Quanto a Buck, nelle strofe si limita a un accorto lavoro di arredo, che diventa arpeggio affilato (quel tipico jangle nervoso) nel pre-chorus e si accende quasi punk – ma sulla linea d’ombra del power pop – nel ritornello (mentre il basso zampilla fornendo un contrappunto mercuriale alla Rickenbacker). La voce di Stipe è roca, aggredisce i versi come se stesse per romperli o rompersi, dipana versi che annunciano la proverbiale cripticità a venire arrivando sul punto di connotarla poeticamente (“Media’s too fast/Keep me out of country and the word”). In tutto ciò, c’è comunque spazio per un bridge che tratteggia contorni dreamy di una naturalezza sconcertante (“Decide yourself come in on a boat”), lasciando aperti varchi ed esiti che in genere non ti aspetti da una rock’n’roll band del tipo “spacchiamo il mondo e poi raccoglieremo i cocci”.

E il testo? Il riferimento alla Radio Free Europe fondata nel 1949 dal Congresso degli Stati Uniti nell’ambito delle operazioni propagandistiche rivolte ai Paesi europei oltre cortina di ferro, è evidente ma è con altrettanta chiarezza da intendersi come una metafora, il fulcro di un nevaio di suggestioni che – forzando un po’ l’interpretazione – sembrerebbe voler denunciare la macchina della propaganda e le sue ricadute sulle idee e le prospettive (“Wheel of fortune’s leading us absurd” e anche “Decide defy the media too fast/Instead of pushing palaces to fall”). Gli anni Ottanta insomma, con gli ultimi fuochi della guerra fredda in procinto di raggiungere il punto di fusione (e di crollo), echeggiano tra i versi come uno stormo di fantasmi, una compresenza ectoplasmatica – appunto – di passato e futuro, un groviglio di possibilità stilistiche e narrative in cerca di forma eppure già avvitate con lucidità nel (loro) presente. Se c’era un modo per dare l’abbrivio a una carriera che sappiamo essere stata formidabile, è difficile pensarne uno più azzeccato di questo primo, folgorante singolo.

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