La violenza del denaro.

L’entità Zeni Geva è il power-trio bassless col quale KK Null ha dato sfogo – in compagnia dell’altro chitarrista Mitsuru Tabata e del drummer Eito – alla sua anima più strettamente “rock”. Un trio protagonista con una serie di album editi nei ’90 dello scoperchiamento oltreoceano del vaso di pandora del japanoise.

Complici di quella che, specie nella seconda metà dei ’90 fu una sorta di semi-colonizzazione dei mercati (e palchi) occidentali, furono principalmente due personaggi: il primo è mr. Steve Albini che, oltre a considerare ZG uno dei suoi gruppi preferiti, ha spesso condiviso col trio giapponese palchi, dischi e soprattutto studio di registrazione. Sono infatti 5 su 12 i dischi che l’ex Big Black ha registrato per conto della band di KK Null. L’altra personalità fondamentale per lo sdoganamento di ZG in occidente è senza dubbio Jello Biafra: fu infatti il punk più discusso d’America a pubblicare col celebre marchio della sua Alternative Tentacles i due album più importanti dell’intera discografia dei tre nipponici: Desire For Agony e Freedom Bondage.

La saga “occidentale” di ZG prese il via però alcuni anni prima, esattamente nel 1990 quando la Pathological, etichetta di Kevin Martin (God, Techno Animal, The Bug e mille altre cose ancora), diede alle stampe Maximum Money Monster. Non un esordio, dato che a precedere l’attacco all’occidente erano state altre release made in japan: una serie di ormai introvabili cassette e un paio di lp, How To Kill (1987) e Maximum Love & Fuck (1988), tutti editi per la casalinga Nux Organization e poi confluiti nell’esordio occidentale. Nonostante sia una sorta di compilation dei momenti migliori dei suddetti lp, MMM è un disco di importanza capitale perché contribuì in maniera sostanziosa ad aprire le orecchie degli ascoltatori occidentali al rumore di un mercato altro rispetto all’asse Usa-Uk ma che di lì a breve avrebbe dimostrato di poter competere a suon di efferatezze sonore coi mostri sacri della musica estrema. I 16 minuti dell’iniziale Slam King mettono alla prova l’ascoltatore con paludi sludgy reiterate e stranianti, in cui l’urlo frustrato e ferino di Null riscrive il concetto stesso di ossessività assumendo i toni marziali che caratterizzeranno le prove successive. Notevole anche la conclusiva nenia paranoide di On Suicide su testi di Bertold Brecht, in cui i 3 – ad alternarsi alla batteria sono Ikuo Taketani e Tatsuya Yoshida – mostrano di sapersi muovere in maniera disturbante anche privi di eccessiva elettricità.

Nel 1991 esce per l’americana Public Bath Total Castration, album che non solo attraversa l’oceano ma segna anche altri eventi fondamentali: la stabilizzazione della formazione nel power trio suddetto con l’ingresso in pianta stabile di Eito dietro le pelli e l’inizio del lungo sodalizio con Albini dietro il mixer. Il mini Nai-Ha – anticipato da Live In America (Nux, 1992) – segna poi la partecipazione attiva di Albini, che aggiunge la sua chitarra alle due degli axemen nipponici in Angel, cosa che si ripeterà nell’album condiviso All Right, You Little Bastards dell’anno successivo. Le coordinate del mini sono quelle già sperimentate in Total Castration: un doom-noise catramoso e materico che in mezzora sciorina tutto l’armamentario rumoroso del trio, ovvero drumming rovinoso e massiccio, chitarre plumbee e insieme violente, aperture stranianti e paranoiche.

È la comparsa di Desire For Agony però a rappresentare lo snodo cruciale nella divulgazione del suono ZG. Una sintesi compiuta e definita di un sound che è in grado di ovviare a qualsiasi forma espressiva nota e riconoscibile tanta è l’omogeneità del mood catastrofista e disperato del trio. Un vero e proprio monolite in cui il caleidoscopio delle sfaccettature è irrimediabilmente tendente al nero: incubi da Swans primigeni e sfuriate death-grind, industrial godfleshiano e sferragliate d’ascendenza Big Black si fondono in un magma obliquo e stordente in grado di condensare 15 anni di musiche estreme occidentali aggiungendovi quel tocco di alterità tipica del japanoise. Null è ormai a pieno titolo un samurai che sfida il mondo sulla scorta di una integrità guadagnata sul campo e della sua figura ieratica. Inutile citare un pezzo piuttosto che un altro. Desire For Agony è un blocco unico di granito livido. Non c’è catarsi, tanto meno possibilità di fuga o redenzione.

Il groviglio di filo spinato della copertina di Freedom Bondage (Alternative Tentacles, 1995) è la migliore rappresentazione grafica possibile per i 9 pezzi del comeback. Disco ancor più denso del predecessore, Freedom Bondage inserisce nella trama nero-pece ormai classica disturbanti elementi altri: spunti prog, latente tendenza psych-spacey, retaggi della tradizione giapponese. Ad una prima parte più compatta che culmina nell’umorale grind-jazz (?) di Interzona, fa da contraltare un lato b mai così sperimentale, malato e deviante: gli arpeggi acustici di Shi No Umi ma soprattutto la lunga, ondivaga e mestamente profetica Ground Zero sfruttano il nulltron di Null, vocals mai così espressive e stordenti intrecci sperimentali di Eito e Tabata per disegnare paesaggi sonori realmente alieni.

La band di Null ha ormai raggiunto lo zenith creativo, ergo la parabola non può che essere discendente. Nel 1996 i cattivi presagi si manifestano sotto forma di defezione del batterista Eito e per ZG inizia uno iato piuttosto silenzioso a livello discografico che si interromperà solo nel 2001 con 10,000 Light Years. A pubblicare è la Neurot, a testimonianza della credibilità guadagnata da ZG nel sottobosco delle musiche estreme americane. Dietro le pelli torna l’originario drummer Masataka Fujikake, ma l’album sembra fiacco e non più in grado di accendere l’immaginazione dell’ascoltatore come i primi incendiari album. La cover di Luglio, Agosto, Settembre Nero degli Area – disponibile solo nell’edizione giapponese – è stupenda (se volete sentire Null cantare in italiano sono disponibili online numerosi video live del pezzo) ma non rialza un album che è privo di qualsiasi intento sperimentale o di ricerca, che non osa avventurarsi in soluzioni inattese ma che piuttosto appare come una parodia, una riproposizione “rassicurante” di ciò che furono gli Zeni Geva.

Al momento attuale l’ultimo lascito discografico di ZG è Last Nanosecond disco che si inserisce nella tradizione dei numerosi live ufficiali, quasi che Null volesse fermare il tempo ad ogni stadio dell’evoluzione della sua creatura. Prima di questo Live In Geneva del 2002, in rigoroso ordine cronologico, c’erano già stati il Live In Amerika (Nux, 1992), il citato disco con Albini All Right… (catturato tra Osaka e Tokyo) e il Trance Europe Experience. Se il primo fotografava il trio all’altezza del suo primo tour americano, il terzo è la testimonianza del tour europeo del 1994. Dischi adatti a fan sfegatati e a chi non ha avuto modo di provare l’ebbrezza del wall of sound on stage del trio.

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