Conigli, hashtag e calci: vita di un Pernazza
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Sebastian Procaccini
- 27 Maggio 2014
Anche senza conoscere approfonditamente il mondo della musica e dei musicisti, quasi tutti sono in grado di riconoscere il Pernazza, al secolo Alberto Argentesi, personaggio poliedrico dai trascorsi televisivi più che noti. Stiamo infatti parlando, per i pochi che non lo sapessero, del coniglio del programma di Chiambretti, celebre per i suoi versi rap a metà tra il parodistico e l’imprevedibile. Il Pernazza però è anche altro. Ad esempio, è una delle voci e delle menti dei Magellano, uno dei vari gruppi di Garrincha Dischi usciti proprio di recente con un secondo disco il cui titolo è abbastanza eloquente: Calci in culo. Non solo, è stato anche un membro fondatore degli Ex-Otago, le cui performance dal vivo sono rimaste negli annali. E c’è dell’altro: il Pernazza è anche il presentatore di uno show all’avanguardia su La3, in cui è predominante la presenza dei social network. Tantissima roba insomma, così tanta che la chiacchierata è durata più di quanto una normale intervista preveda, finendo per trattare argomenti anche non strettamente musicali, eppure attualissimi.
Sfidiamo la banalità affrontandola a muso duro e facciamo subito la domanda più scontata: perché “Calci in culo”?
Ho sempre avuto una passione per i giochi di parole, da tempi non sospetti, cioè da prima che diventassero di moda sui social network, e questo titolo per una canzone o per un disco l’ho sempre avuto in mente.
Mi sembra che i giochi di parole siano un elemento molto frequente nel tuo modo di scrivere, fin dal precedente disco…
Sì certo, Tutti a spasso è un titolo che ha diversi significati: da una parte voleva dire andare in vacanza, divertirsi, dall’altra anche smettere di lavorare o emigrare, ed era l’ideale per un brano con un mood adatto a descrivere un periodo particolare (quello della riforma Fornero). Allo stesso modo ci è sembrato perfetto Calci in culo, che rimandava a più cose, dalla giostra dei ragazzini alle raccomandazioni, che purtroppo caratterizzano così tanto questo periodo storico. Inoltre si adattava anche a perfetto hashtag per il web, per descrivere tanto le situazioni positive, quanto quelle negative. Più semplicemente, ci suonava molto bene, anche per la matrice aggressiva che contiene.
Hai utilizzato il termine hashtag e hai parlato di aggressività verbale: mi sembra inevitabile, a questo punto, chiederti se ti senti influenzato direttamente o indirettamente dalla “poetica” di Grillo e dell’invettiva violenta e urlata, portata avanti proprio attraverso il web e i social network…
É un ottima domanda e mi fa piacere che tu la ponga, perché io sono genovese e ho più di 30 anni, quindi ho vissuto Grillo e ho avuto modo di vederlo fin da quando faceva il comico. Con lui hai la conferma dell’idea, presente anche in Giambattista Vico, di come tutto sia circolare: alla fine Grillo è passato dall’essere un personaggio televisivo a fare comizi a pagamento nei teatri, aprendo anche dibattiti importanti e necessari, anche e soprattutto grazie all’uso della parolaccia. Va comunque detto che al di là della forza insita nella parolaccia, il suo utilizzo, così come quello della bestemmia, ha perso buona parte del suo potenziale, proprio perché è una cosa che si verifica spesso. Però sì, è palese che utilizzare la parolaccia a volte serva a portare meglio un messaggio, anche considerando che spesso il tramite è costituito dai social network.
A proposito dei social, mi pare che il tuo rapporto con i social network sia parecchio intenso e vada avanti ormai da tempo…
A dire il vero devo confessarti di essere arrivato colpevolmente in ritardo a due importanti strumenti come Twitter e Instagram, sia per la voglia di mantenere la privacy, sia per un’attitudine un po’ da struzzo, e credo sia stato un errore, perché in certi ambiti i social sono un ottimo modo per evitare i calci in culo di cui sopra. Ai tempi di Chiambretti, ad esempio, avrei potuto sfruttare molto di più la forza dei social network. In generale, i numeri delle visualizzazioni, sono spesso un lasciapassare verso certe porte notoriamente chiuse, vedi ad esempio molti dei fenomeni più recenti in ambito rap. Per quello che mi riguarda credo che il segreto di tutto sia la curiosità: voglio dire, al di là dei corsi post laurea su social strategy e via dicendo (che non ho mai frequentato), la voglia di documentarsi ti offre la possibilità di accedere a molti universi non così facilmente raggiungibili. Per lo meno è andata così nel mio caso e sono abbastanza sicuro che lo stesso discorso valga per tantissimi altri tipi di lavoro.
Entriamo nel vivo di questo ultimo lavoro. E’ ovviamente differente, personalmente l’ho trovato addirittura cupo e pessimista. Lo hai fatto con uno spirito diverso?
Sì, ma in realtà la diversità che mi sento di sottolineare è quella legata al modo in cui mi sono approcciato al creare canzoni. In questo caso ho preso lezioni di solfeggio, per migliorare l’aspetto metrico di alcune cose, visto che questo tipo di canzoni costituivano una difficoltà maggiore rispetto ai miei contributi ai lavori con gli Ex-Otago. Nello stesso tempo anche Filippo si è applicato il più possibile alle macchine. Inoltre tutto quello che senti suonato è stato affidato a vere e proprie eccellenze locali qui in Liguria. Riguardo al mood, lo riterrei più aggressivo e disincantato che pessimistico, ma sicuramente la migliore interpretazione degli stati d’animo delle canzoni la potranno dare gli ascoltatori: noi abbiamo scattato molte foto, a qualcuno piacerà lo scatto, a qualcuno il soggetto, ad altri la cornice. Si tratta sicuramente di un lavoro diverso rispetto a Tutti a spasso, anche perché ai tempi non mi dedicai pienamente alle varie fasi di realizzazione. Qui invece ho potuto seguire più o meno tutto, come anche Filippo; è un disco assolutamente di noi tutti, malgrado tanti impegni legati a lavoro (io) e famiglia (Danilo). Fortunatamente tanti anni con gli Ex-Otago mi hanno consentito di affrontare il lavoro con una certa costanza fin dall’inizio della sua creazione, alla fine del tour di Tutti a spasso. Un notevole apporto ci è stato dato anche dall’etichetta (Garrincha Dischi, NdSA), che ritengo personalmente l’etichetta più hip hop tra le etichette non hip hop.
In che senso?
Beh, Garrincha è un’etichetta talmente assurda e naif, eppure organizzatissima, così tanto da essere riuscita a far arrivare il proprio gruppo di punta ai vertici della classifica iTunes, facendo convivere al suo interno esperienze diversissime come noi, L’Orso, i Chewingum, lo Stato Sociale e vari altri. Credo che un’etichetta così, con quell’attitudine a far collaborare così tanto le band al suo interno, possa essere definita hip hop nel suo non essere hip hop.
Beh sì, in effetti nel tuo disco, collegandoci a questo discorso, c’è anche un brano fortissimamente hip hop, pur non avendo affatto quella sonorità specifica: La canzone dell’Ukulele.
Esatto, ci hai preso in pieno. É una specie di piacere restituito; a suo tempo avevo fatto James Van Der Beek nel disco de L’Orso, che registrammo in quel di Bologna e che, malgrado alcune cose che ora cambierei, continua tuttora a divertirmi e a soddisfarmi. Figurati che quel brano ha ricevuto riscontro positivo dallo stesso Van Der Beek. Comunque, a parte l’antefatto, il brano di cui parli è decisamente hip hop nella sua filosofia e nell’atteggiamento, tanto per la questione della collaborazione, quanto per il fatto che poi si parli dell’etichetta, quanto per la prima strofa, che è fortemente “meta”, come buona parte dei testi hip hop. Io alla fine ho vissuto la cosa da esterno, diciamo, ma ho seguito con passione e attenzione molte delle sue evoluzioni grazie ad amici che erano nella cosa e che a loro modo ci sono ancora. Va inoltre aggiunto che grazie a Chiambretti, il mio ruolo di “rapper” è stato sempre percepito con simpatia da buona parte di alcuni mc’s, anche insospettabili, perfettamente consci di come il mio non fosse uno scimmiottamento guidato dall’opportunismo.
Andando avanti nell’analisi dei brani più intriganti, potresti dirmi qualcosa su E se Einstein avesse ragione, che mi sembra abbastanza esemplare per quello che riguarda la natura ibrida di tutto il disco, in cui i generi si accavallano l’uno sull’altro?
Secondo me si tratta di un brano un po’ diverso rispetto al resto del disco. Il suo sviluppo è un’idea di Filippo; inizialmente si era pensato a tutt’altra struttura, doveva essere un brano prettamente strumentale, e infine è stato declinato in una versione abbastanza hardcore (parlo sia dell’attitudine, che del ritornello urlato). É un brano che al di là delle interpretazioni, ha una sua urgenza prettamente punk, molto diretta, e parla della teoria di Einstein delle api, ma in realtà è un modo per spiegare come noi tutti siamo soggetti a un vita in cellette e all’obbedienza verso una regina. Credo che il mio apporto nel ritornello sia stato azzeccato per i miei trascorsi negli Stalkers, un gruppo hardcore in cui ho militato.
Sempre parlando di canzoni con più di un significato, prendiamo in considerazione il brano in cui la pluralità di significati è più accentuata, ovvero Cerchi nel grano…
Sì, di significati lì ce ne sono parecchi: alcuni sono semplici topoi parecchio diffusi nelle canzoni (di riferimenti al grano, la tradizione italiana è piena), anche se in realtà i riferimenti sono di vario tipo. Considera che sono legatissimo a questo brano; se mai ci sarà un terzo disco dei Magellano, sarà proprio Cerchi nel grano il brano da cui ripartiremo e con ogni probabilità sarà anche il prossimo singolo. Mi piace molto, parla di riferimenti pop come serie tv e film trash, abitudini e vizi umani, alieni, amori non corrisposti, stelle, spighe e addirittura di True Detective. E poi ovvio, parla di soldi e di pane. Parla di moltissime cose, insomma. E la cosa migliore è che questa pluralità di significati non è stata programmata, è qualcosa che, fatto salvo il lavoro di limatura, è nata nella maniera più spontanea possibile. Quando il gioco funziona, il messaggio arriva, è quella la cosa che più mi interessa e che mi trattiene dal cercare riferimenti più colti o dal ricorrere a sovrastrutture eccessivamente elaborate. Anzi, spesso il lavoro che faccio è più togliere, che aggiungere elementi.
Arrivando verso il finale e conoscendoti un po’, mi viene da chiederti qualcosa sui tuoi ascolti di questo periodo. So che potresti dare una risposta meno scontata di quanto si possa immaginare…
Premetto che io amo comprare i dischi che amo, e il fatto che non stia comprando ora dischi è sintomatico di come qualcosa non vada; perciò ho difficoltà a farti una eventuale top 5 dei miei ascolti attuali, nonostante qualche sporadico colpo di fulmine. Ascolto più o meno tutto, facendo serate in cui mi relaziono con personalità musicali anche antitetiche tra loro, quindi posso passare da Katy Perry, a Rick Ross, al rap italiano, ai Blue Sky Black Death o a vari gruppi emo. Ho ascolti polivalenti, nell’ultimo periodo ad esempio mi piacciono le canzoni di Sinigallia, ho approfondito i Subsonica e rivalutato molte cose reggae. In generale è comunque non consigliabile porsi troppi paletti per gli ascolti, evitare soprattutto i discorsi “ideologici” del tipo “musica per la massa e musica underground”. Puoi trovare cagate in entrambi gli ambiti. Parlando di massa, il mezzo di comunicazione per eccellenza fino a qualche anno fa è stato la televisione, mentre ora invece sembra essersi spostato tutto verso il web, anche solo per lo streaming delle serie tv.
Hai vissuto un’esperienza lavorativa con la TV generalista per eccellenza, malgrado si trattasse del programma di una delle personalità più anomale del settore (Chiambretti). Ora stai invece lavorando a La3, in un programma che mette in primo piano l’elemento social network, e nello specifico Twitter. Com’è stato passare da una cosa all’altra e come sta andando?
Il passaggio è stato assolutamente non traumatico, a parte il fatto che quando lavoravo con Chiambretti spesso la gente mi fermava per strada e ora succede molto di meno. Quindi, un minimo di perdita di visibilità c’è stata. L’esperienza in quel collettivo, tuttavia, mi ha dato la possibilità di vivere un’avanguardia che probabilmente si era vista prima solo con Arbore, è stato decisamente stimolante. Parlando del presente, posso dirti che ho parecchia libertà. La3 è un canale costituito da persone molto attente a quello che succede, ed è sembrato opportuno fare un programma che sottolineasse come il web influenzi le nostre abitudini e il nostro linguaggio, considerando anche che nel caso di personaggi famosi questa influenza viene esercitata con molta più forza. Riguardo ai risultati effettivi, parlo di ascolti, è difficile capire come vada, anche perché ormai i programmi non vengono più guardati in diretta o sulla tv, quindi è difficile stabilire se un programma funziona basandosi solo sugli spettatori televisivi.


