Ogni tanto, suonare la chitarra
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Giulia Antelli
- 22 Maggio 2012
In occasione della data zero del loro nuovo tour, lo scorso 6 aprile abbiamo incontrato al Karemaski di Arezzo Il Pan del Diavolo. Il duo formato da Alessandro Alosi e Gianluca Bartolo, ormai di casa al locale aretino, è tornato con l’atteso sophomore Piombo polvere e carbone, pubblicato tramite La Tempesta Dischi di Enrico Molteni dei Tre Allegri Ragazzi Morti.
Sono passati due anni dal debut Sono all’osso, un album che fu molto più di una semplice sorpresa, grazie al suo sapientissimo mix di chitarre, grancassa e sonaglio uniti ad un gusto genuino per l’ironia e lo sberleffo. Oggi, invece, la rilassata chiacchierata con Alessandro, l’altra metà delle chitarre e voce del gruppo, si rivela una buona occasione per parlarci del nuovo lavoro e di molto altro ancora. Lo abbiamo incontrato prima del concerto.
Cominciamo dal titolo di questo nuovo disco: Piombo polvere e carbone. Mi è sembrato suggerire paesaggi un po’ distanti da Sono all’osso, e con questo mi riferisco a degli immaginari che sembrano partire da un orizzonte musicale quasi desertico per arrivare fino a una sorta di mitologia western.
Allora, il titolo è innanzitutto un hocus pocus, un uno-due-tre per far partire il disco. È una formula che non vuole essere il contenitore del significato dell’album, di tutto quello che ci sta dentro, perché altrimenti ci saremmo orientati verso altre soluzioni. C’era qualche altra figura che avrebbe potuto fungere da racconto per il disco, ma in realtà questo è solo l’incipit, oltre ad essere anche la title-track. Per quanto riguarda gli orizzonti musicali, invece, in Piombo polvere e carbone sono completamente diversi da Sono all’osso, perché se giusto in uno o due brani sono venute fuori delle cose simili al disco precedente per attitudine e piglio, il resto dell’album è stato pensato per avere un respiro molto più ampio, aperto a trecentosessanta gradi. È anche vero che nonostante Sono all’osso fosse stato registrato in duo, in realtà tutte le atmosfere erano state comunque allargate da altri strumenti. Invece, per Piombo polvere e carbone abbiamo voluto aggiungere due nuovi musicisti, Antonio Gramentieri alla chitarra e Diego Sapignoli alla batteria. Loro già suonano con Hugo Race, Dan Stuart & The Slummers e Sacri Cuori e secondo me hanno un suono che in Italia è difficile da trovare, non tanto perché non ci siano musicisti bravi ma perché il loro sound si allontana da quello del solito ambiente indie. Entrambi fanno parte di un circuito diverso ed è per questo motivo che ci siamo agganciati a loro.
A proposito di allargamento dell’organico… l’essere passati da due a quattro elementi, ha influito in sede di scrittura e di registrazione dell’album?
In sede di scrittura embrionale no, perché sono solo io l’autore delle canzoni e il pezzo, nella sua fase primitiva, deve funzionare quasi a prescindere dall’arrangiamento. Poi, in fase di registrazione, negli arrangiamenti abbiamo cambiato un sacco di cose. Volevamo spingere il suono laddove non era mai stato attraverso elementi nuovi. Ora, per esempio, abbiamo una batteria percussiva con bongos e percussioni effettate da Diego stesso, oltre a una chitarra baritona che è molto diversa dal basso. Infatti raggiunge delle frequenze a cui io e Gianluca, con le chitarre acustiche, non arriviamo.
Sembra che il sound di Piombo polvere e carbone sia davvero più allargato rispetto a Sono all’osso e lo stesso vale per le atmosfere del disco. In sostanza, pare che siano cambiati proprio i riferimenti spazio-temporali, e, personalmente, ho trovato una matrice folk di più largo respiro: un suono americano, unito a un certo gusto per la nostra lunga tradizione di colonne sonore, soprattutto Morricone. E si sente anche una maggior cura in fase di produzione del disco, affidata anche stavolta a JD Foster.
Secondo me gli arrangiamenti in stile Morricone sono scritti nel dna della musica italiana e quindi non si tratta di un riferimento che noi andiamo a cercare coscientemente, anche se in qualche modo è presente. Poi ci sono Diego e Antonio che comunque ricalcano queste atmosfere alla Los Lobos, alla Calexico, e lo stesso vale per la presenza di JD Foster. Noi diamo sempre moltissimo spazio all’arrangiamento ed è per questo forse che gli orizzonti risultano davvero più allargati. Inoltre, è ovvio che abbiamo anche ricevuto degli input da parte di queste persone, loro respirano la musica in maniera diversa, americana. Ti sembrerà una sciocchezza, ma il fatto che JD sia cresciuto negli anni ’60 a Los Angeles e abbia quindi vissuto davvero il rock and roll, gli ha dato una visione molto ampia della musica in generale. Antonio e Diego, poi, non fanno altro che fare avanti e indietro dagli Stati Uniti e avendo riversato le loro energie nel progetto, poi tutto si è ampliato. Naturalmente, quando immagini di fare un disco, hai già in mente un certo standard di produzione. Inoltre Gianluca ha lavorato in studio di registrazione e io stesso sono appassionato di tecniche di produzione, perciò anche in fase di missaggio la nostra intenzione è sempre stata quella di lavorare al meglio. Farlo soprattutto senza mai over-produrre, senza fare troppo, cercando di dare comunque la giusta dimensione all’album.
In questo senso, immagino che rispetto agli esordi siano cambiati anche i tempi di lavorazione.
In effetti, per Piombo polvere e carbone ci siamo presi davvero il nostro tempo, abbiamo cominciato a lavorarci su lo scorso settembre. Questi mesi ci sono serviti per finire di scrivere l’album, oltre che per registrarlo, mixarlo e farlo venire come avevamo in testa noi. Diciamo che abbiamo cercato di mantenere un equilibrio tra lo stare chiusi in studio e la volontà di realizzare qualcosa di concreto, anche se abbiamo cercato di preoccuparci il meno possibile di piacere a Radio Capital o a Universal. Insomma, ci interessava che il disco andasse bene a noi, ma anche al pubblico! (ride)
Una cosa che diverse recensioni hanno sottolineato è questa sorta di aspettativa da secondo disco che si è creata in seguito al grande successo di Sono all’osso. È un aspetto che avete considerato al momento di entrare in studio?
Se penso alla parola “successo” per Sono all’osso, sinceramente mi viene da ridere… Scherzi a parte, io penso che quello sia stato un buon disco. Ci ha permesso di poter fare moltissimi live a cui è venuta un sacco di gente e, soprattutto, si è diffuso da solo, nel senso che si è mosso con le proprie gambe. Al momento di entrare in studio quello che abbiamo sentito è stata l’esigenza di cercare di fare un disco migliore del primo, o quanto meno dignitoso (ride). Però Piombo polvere e carbone è un mondo diverso, ma, come ti dicevo prima, non ci preoccupiamo troppo di cosa sia davvero.
Sicuramente per voi rifare lo stesso disco sarebbe stato più semplice, o comunque anche cercare di riscrivere un’altra Pertanto…
La differenziazione tra il primo e il secondo album è stata naturale e consapevole, perché provavamo in quattro e sapevamo di essere li per fare qualcosa di diverso rispetto a prima. Ma oltre alle dinamiche che si sono create in seguito all’allargamento dell’organico, abbiamo pensato soprattutto all’archivio di suoni che avremmo potuto usare dal vivo, e quindi, anche se con Piombo polvere e carbone il cambio di direzione effettivamente si è verificato, non è stato così radicale rispetto a Sono all’osso. Si tratta però sempre di un mondo a parte, basta guardare lo scimmione che campeggia in copertina… (ride) L’artwork di copertina dell’album è stato realizzato da Andrea Sartori di Blitz Studio, che aveva curato anche i manifesti degli scorsi tour. Nonostante sia solo un disegno, per così dire, ci abbiamo lavorato dalla primavera scorsa. Andrea ha cominciato a leggere i testi, a sentire i provini, immaginandosi da subito cosa sarebbe potuto essere dentro al disco, perciò a lui è stata affidata l’emotività dell’album. All’inizio era solo una scimmietta, che poi si è ingrandita fino a diventare un totem, e questo è un particolare abbastanza significativo… (ride ancora).
Uno dei pezzi più interessanti del disco è sicuramente Dolce far niente, forse per la sua vena un po’ polemica che mi sembra riprendere il sarcasmo di Università. C’è un filo che collega i due brani oppure non hanno nulla a che fare l’uno con l’altro?
Dolce far niente è uno dei testi più semplici dell’album, infatti c’è chi dice che l’abbia scritto solo per puro cazzeggio (ride). Però mi fa piacere che tu gli abbia dato questa lettura polemica, perché la vita del musicista non è assolutamente quella del dolce far niente. Allo stesso tempo, questo brano vuole mostrare quanto ci prendiamo sul serio come musicisti e quanto invece non crediamo di essere artisti, perché per noi le due cose sono nettamente separate. Per quanto riguarda la ripresa con Università, invece, Dolce far niente non è stata pensata come il continuo di quel brano, anche se, ora che mi ci fai pensare, effettivamente la sensazione è che sia per la musica che per l’università a noi giovani non rimanga un cazzo da fare. In ogni caso, le cose prendono forma da sole e io posso scegliere questa canzone per certi motivi e tu per altri, ed è giusto che possano esserci varie interpretazioni che vanno al di là delle nostre personali intenzioni. Poi c’è da dire anche che tutto quello che fa parte del voler fare un disco – dalla registrazione, al tour fino alla promozione e addirittura le locandine – richiede un grandissimo impegno, è una super lotta (ride ancora). Non è facilissimo mettere su un’impresa del genere.
Quella di stasera è la prima data del vostro nuovo tour. Cosa avete in mente di fare? Dobbiamo aspettarci delle sorprese?
Appena sentirai suonare Diego e Antonio con noi ti verranno i brividi, perché loro hanno un’idea di suono davvero unica. Quello che voglio fare io è prendere il microfono e semplicemente divertirmi e dimenticarmi di tutte queste settimane di lavoro. Voglio solo suonare, perché è quello di cui ho necessariamente bisogno dopo la lunga pausa che ci siamo presi per Piombo polvere e carbone. Comunque, suonare con degli elementi in più rispetto a me e Gianluca è un’esperienza che avevamo già fatto lo scorso anno con i Criminal Jokers, con cui avevamo cercato di costruire degli arrangiamenti più rock in sede di live, mentre adesso l’essere in quattro ha comunque influito anche durante la registrazione dell’album. Quando eravamo solo in due, se io non toccavo anche per un solo momento la chitarra, c’era il vuoto assoluto; ora invece posso anche lasciarla a terra (ride). Dal vivo, vogliamo riprodurre tutti i nuovi dettagli del disco e a livello sonoro, mi affido totalmente a Gianluca. E’ lui che gestisce tutta la parte della melodia e dell’audio. Io invece voglio sudare sulle canzoni, cercare di renderle il più possibile mie, e spero che in generale la performance de Il pan del Diavolo sia buona.
