Diventare adulti nell’era dei social. Intervista a Marika Hackman
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Valentina Zona
- 30 Gennaio 2024
Se tra i vostri guilty pleasure potete annoverare anche le gesta del jet-set e dell’alta aristocrazia britannica, potreste imbattervi per puro caso in curiosi fenomeni musicali.
La premessa è doverosa, perché questa storia comincia, inspiegabilmente, da Cara Delevigne. Discendente della contessa Mathilde di Limburg-Stirum, già fidanzata del principe Guglielmo di Orange-Nassau, figlio ed erede di Re Guglielmo III dei Paesi Bassi, Cara è imparentata, per via materna, con la famiglia di baroni Faudel-Phillips; due dei suoi antenati furono Lord sindaci della città di Londra. Come se non bastasse, pare che Sir Charles John Herbert Sheffield, anche lui diretto antenato di Cara, abbia venduto la ex residenza dei Duchi di Buckingham alla famiglia reale inglese dopo averla ereditata dal fratellastro Edmund Sheffield, duca, appunto, di Buckingham e Normanby. Sì, avete capito bene: a quanto pare la famiglia di Cara Delevigne era proprietaria di Buckingham House, poi divenuta Buckingham Palace.
Top model, attrice, it-girl, icona della nuova Cool Britannia, enfant-terrible che si è divertita per oltre un decennio a decostruire accuratamente l’immagine un po’ imbalsamata della nobiltà inglese, Cara Delevigne è tante cose: storica ex di St. Vincent, “la nuova Kate Moss” secondo il compianto Karl Lagerfeld, ma anche una burlona che ha aperto un account Twitter (ora X), interamente dedicato alle sue sopracciglia, collezionando migliaia di follower.
Pochi sanno che Cara è anche una valida chitarrista. Se ve lo siete perso, consigliamo questo spezzone memorabile tratto dal Tonight Show di Jimmy Fallon, in cui ha fatto sfoggio delle sue abilità:
Ma tutto questo preambolo di gossip e sangue blu, cosa c’entra con la nostra Marika Hackman? Semplice: le due, oltre ad essere state compagne di scuola alla celebre Bedales School e grandi amiche, hanno suonato insieme da giovanissime in una formazione, The Clementines, le cui gesta non hanno lasciato tracce particolarmente significative, e che pur tuttavia hanno incuriosito chi scrive.
D’altronde Cara, che pure ha inciso due dischi con l’aiuto del produttore e inventore delle Spice Girls, Simon Fuller, ha abbandonato ben presto la musica per dedicarsi ad altro. Ma la sua vecchia compagna di scuola e di band ha continuato. E ha fatto bene.
Nativa dell’Hampshire, classe 1992, cantautrice e polistrumentista, Marika Hackman è dotata di una tensione introspettiva e di una poetica affilata che l’hanno fatta accostare (più o meno generosamente) a nomi del calibro di Nico, PJ Harvey, Joanna Newsom.
Esordisce nel 2015 con un debutto promettente, We Slept At Last. Seguono due acclamati lavori via Sub Pop, I Am Not Your Man del 2017 e Any Human Friend del 2019, più una raccolta: Covers (in cui si cimenta, tra gli altri, con Air, Radiohead, Grimes e Elliott Smith). A gennaio 2024, pubblica Big Sigh, un condensato di “deep dark indie”, con reminiscenze “grungey”, tocchi dream pop e suggestioni folk, in cui è possibile intercettare le influenze della madrina artistica Laura Veirs e della sorella spirituale Laura Marling.
Un album che parla di perdite, del dolore di crescere, del guardare indietro più che davanti a sé, e che ha tra i suoi punti di forza la bellezza dei contrasti: le atmosfere urbane e industriali mischiate con una tensione introspettiva e rurale. L’abbiamo intervistata tra una data e l’altra del suo tour.
La mia prima domanda è legata a un episodio molto personale: l’altro giorno ho riascoltato il tuo album di debutto, We Slept At Last, che avevo scoperto nel 2015. Mentre lo ascoltavo, passeggiando in una Milano nascosta dalla nebbia, sono magicamente tornata a quel preciso momento della mia vita di quasi dieci anni fa, come se ricordassi distintamente chi ero allora. La musica ha questo straordinario potere evocativo, e spesso mi chiedo se i musicisti ne siano pienamente consapevoli e ne sentano il peso: in pratica, avete il potere di trasportare una persona in un preciso momento emotivo. Che effetto ha su di te?
Sono molto consapevole di questa sensazione. Anzi, credo che sia la ragione principale per cui ho iniziato a scrivere musica. Ricordo che da bambina ascoltavo le canzoni e provavo quella strana sensazione di nausea, come una nostalgia per un luogo in cui non ero mai stato. Quando scrivo, cerco di creare musica che abbia quel potere, che non è frutto di una scelta consapevole, quanto del seguire il proprio istinto nel cercare l’armonia.

Hai dichiarato che in questo disco c’è molto del tuo debutto, ma senza l’ingenuità degli esordi. Come spieghi questa necessità di un “ritorno alle origini”?
Non credo che si sia trattato di una “necessità”, ma di una naturale chiusura del cerchio. Negli ultimi dieci anni ho imparato molto sulle mie capacità di autrice/arrangiatrice/produttrice di canzoni, spingendomi in generi diversi e sfidando i confini di come vengo percepita come musicista. Quando ho iniziato, scrivevo solo musica per il gusto di farlo e credo che Big Sigh condivida questo con i miei primi lavori. È meno ponderato e più incentrato sulle emozioni, e per questo non ho voluto aggiungere troppi elementi di produzione, ma solo quanto basta per far atterrare le canzoni.
Ho letto da qualche parte che avevi un sentimento molto conflittuale verso il pianoforte, almeno all’inizio dei tuoi studi musicali; eppure in questo disco lo sento molto. È cambiato qualcosa nel tuo rapporto con lo strumento?
Credo che da bambina, quando prendevo lezioni di pianoforte, avessi davvero difficoltà a leggere la musica, ma sentivo la pressione di doverla imparare e di dover fare le scale e gli arpeggi, ecc. Tornando al pianoforte da adulta – e da persona più sicura delle proprie capacità musicali – sono stata in grado di affrontarlo in modo istintivo e giocoso, completamente alle mie condizioni e con i miei tempi, il che ha portato la gioia e la creatività nel pianoforte per me.
In realtà, in questo disco hai suonato tutti gli strumenti, tranne gli archi e gli ottoni, e ti sei cimentata nella produzione, con Sam Petts-Davies e Charlie Andrew al tuo fianco. Mi chiedo se il fatto di avere il pieno controllo su ciò che si realizza dia più sicurezza o, al contrario, provochi più ansia. PJ Harvey, con l’uscita del suo ultimo disco, ha parlato di quanto sia stato liberatorio affidarsi quasi completamente ad altri, accettando persino indicazioni su come utilizzare la voce. Cosa ne pensi? Ripeteresti all’infinito l’ approccio adottato con questo disco o un giorno vorresti lasciarti andare completamente e vedere cosa succede?
Penso che un giorno mi piacerebbe lasciar perdere e vedere cosa succede… fino a questo momento ho sempre suonato la maggior parte degli strumenti solo perché è più veloce e non posso permettermi di pagare molti musicisti. Penso che mi sarebbe molto difficile lasciare il pieno controllo, perché ho una visione molto chiara quando vado in studio… Nel prossimo disco, vorrei cercare di lasciare le canzoni il più possibile non prodotte, in modo che possano avere un viaggio più lungo durante il processo di registrazione, così che possa catturare la magia di un’idea fresca.

Ho letto che il processo di creazione di Big Sigh è stato il più difficile in assoluto. Ti va di spiegarci come mai?
Ho deciso di prendermi una piccola pausa dalla scrittura e poi, quando sono tornata, ho trovato molto difficile aprirmi di nuovo alla creatività, non c’era nulla di fluido o facile. Questo ha fatto sì che mi ci sia voluto molto tempo per scrivere l’album, il che ha avuto un effetto a catena in studio, perché è stato molto difficile mantenere l’energia per spingerlo oltre il traguardo. Più tempo si dedica a qualcosa e più è difficile essere obiettivi, ma anche entusiasti: non avevo mai sperimentato questa cosa prima, quindi è stato molto difficile affrontarla. Almeno ora so che non devo averne paura, e in effetti quella lotta ha contribuito a rendere Big Sigh il disco che è, quindi ne è valsa la pena.
Nei tuoi testi c’è tanto senso di perdita, una costante tensione verso il passato e il ritorno, che è uno stato d’animo che definisce molto bene la generazione dei Millennial: perché pensi che siamo così nostalgici? Abbiamo semplicemente paura del futuro che ci aspetta, o c’è dell’altro?
Mi chiedo se questo abbia a che fare con il fatto che eravamo tra la fine dell’adolescenza e l’inizio dei vent’anni quando sono nati i social media e gli smartphone. Ho una sensazione molto chiara di un prima e di un dopo, e il prima mi sembrava molto più semplice. Credo che il nostro passaggio all’età adulta si sia tinto della mania e dello stress di essere sempre connessi a tutto, come se le responsabilità legate al fatto di dover crescere non siano già abbastanza. Inoltre, sembra che tutto stia diventando più terrificante e più difficile, e che il percorso sia molto diverso da quello tracciato per chi è venuto prima di noi.
