Il fuoco come forza trasformativa. Intervista a Francesca Morello, in arte R.Y.F.
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Massimo Onza
- 20 Marzo 2023
Stare zitti davanti a ciò che succede sotto ai nostri occhi perché la cosa non ci riguarda è come essere complici di chi violentemente impone le proprie idee e non accetta le diversità e le idee altrui.
Una storia interessante, quella della cantautrice Francesca Morello, meglio conosciuta con il moniker di R.Y.F., autrice di un cantautorato tanto intimista quanto visceralmente rock che ha ispirato Love Songs For Freaks And Dead Souls (2016) e Shameful Tomboy (2019), due album che l’hanno posizionata nella scena musicale italiana su coordinate ben precise. Un suono, il suo, al tempo stesso malinconico e caldo, ruvido e scuro, eppure melodico e memore del sadcore anni ’90, come anche innervato d’attitudine punk e da una visione impegnata.
L’esplosione della pandemia e i lockdown che ne sono seguiti hanno modificato pesantemente la quotidianità di tutti noi, oltre a bloccare totalmente il comparto culturale. Una situazione eccezionale che ha portato artisti e band a escogitare strategie alternative per veicolare il proprio messaggio – tra dirette online e concerti mandati in streaming – la cui reale portata ha tuttora bisogno di essere storicizzata e compresa fino in fondo nelle sue più intime implicazioni. Durante questo periodo, dopo il comprensibile scoramento iniziale, Morello ha utilizzato il proprio tempo come occasione di riflessione per approfondire idee anche solo abbozzate, per guardarsi attorno con maggiore attenzione e sperimentare cose anche molto differenti da quelle indagate fin lì.
Due le circostanze che l’hanno spronata ad abbracciare un “nuovo corso”: una residenza artistica di Bronson Recordings e la collaborazione con la compagnia teatrale Motus di Daniela Nicolò ed Enrico Casagrande per la stesura delle musiche di Tutto Brucia. Uno spettacolo quest’ultimo basato sulla riscrittura della tragedia greca Le troiane di Euripide che racconta l’ultimo giorno di felicità e festeggiamenti vissuto dai troiani prima dell’attacco distruttivo da parte del popolo greco. La prima esperienza ha portato alla realizzazione dell’interessante Everything Burns del 2021 (recensito su queste pagine), lavoro che metteva in campo un assalto elettro-punk tanto frontale quanto fino ad allora inedito per R.Y.F. Un disco che si è fatto veicolo di un approccio ricco di sfaccettature, tra nevrosi à la Hanin Elias (Don’t panic), dance punk arricchito di armonie cupe dalle parti dei Lebanon Hanover (Cassandra), fino alle commoventi sospensioni in odore di Cure di Pocket Full of Ashes.
La collaborazione con Motus, oltre a vederla protagonista sul palco durante lo spettacolo, ha inoltre fruttato la colonna sonora Tutto Brucia (Music From The Motus Show), lavoro che recupera le tensioni intimiste di un tempo sulla base delle consapevolezze nel frattempo sviluppate. Un lavoro capace di alternare toccanti rarefazioni, spesso arricchite dagli spoken word delle performer Silvia Calderoni e Stefania Tansini, a brucianti ritmiche industriali dall’afflato soul come It’s not Fair to Die.
Il filo conduttore tra le due produzioni resta l’impegno politico femminista proteso a smascherare le nefaste contraddizioni di un sistema patriarcale. Da un lato, i testi di Everything Burns attaccano frontalmente, dall’altro l’opera teatrale affronta, attraverso un’interpretazione stordente e senza compromessi, temi attuali come non mai quali il lutto, la guerra e la condizione femminile, prendendo anche a prestito le parole di Jean-Paul Sartre, Judith Butler, Ernesto De Martino, Edoardo Viveiros de Castro, NoViolet Bulawayo, Donna Haraway.
Due album che per Morello hanno significato la chiusura di un cerchio e la messa a punto di un nuovo percorso artistico simboleggiato dal fuoco come forza trasformativa vitale: scagliarsi contro l’ingiustizia per ricostruire qualcosa di positivo e vibrante. Un rinnovamento che ha ottenuto il plauso della critica, diversi apprezzamenti anche a livello internazionale e l’endorsement degli Skunk Anansie, che l’hanno voluta per aprire i loro concerti italiani del 2022.
Abbiamo fatto il punto della situazione con la diretta interessata. approfondendo sia le motivazioni dietro alle scelte artistiche che i concetti che da sempre ne ispirano la produzione.

Il tuo “nuovo discorso”, se così possiamo dire, sembra partire dal concetto di crisi, quella che ci ha investiti tutti durante la pandemia mettendoci davanti a una situazione inedita…
Non sono sicura che la crisi sia il vero propulsore di tutto il mio percorso. Ma il brano Muzik, di sicuro, parla della pandemia o di come mi sia sentita nel non poter continuare il mio tour all’indomani dell’uscita di un disco nuovo, lo strazio e l’esperienza da incubo dei concerti in streaming. Avere del tempo e non stare troppo a pensare alle conseguenze mi ha aiutato a lasciarmi andare, ad osare per far vedere dell’altro di me, in modo spontaneo.
Everything Burns percorre direzioni molto differenti eppure credibili, rispetto al cantautorato intimista che caratterizzava i tuoi lavori precedenti. C’è dentro tanto post-punk, dance, synth rock, industrial ecc… Ha influito in qualche modo una volontà pregressa di andare oltre il già fatto o è stata un pura casualità a spingerti a esplorare una parte di te che forse non conoscevi?
Hanno influito entrambe le cose. Nel mio angolino del cantautorato ci stavo bene e tuttora ci sguazzo piacevolmente durante i miei concerti, quando ripropongo i pezzi degli album precedenti, ma sentivo un bisogno di evoluzione del mio solo, perché da tempi remoti un sacco di cose mi giravano per la testa e non trovavano via d’uscita. Il tempo libero durante il lockdown mi ha fatto mettere mano su nuovi strumenti che timidamente avevo cominciato a esplorare. La proposta di una residenza artistica da parte di Bronson Recordings e l’esplicito incitamento da parte di Chris Angiolini a uscire da quell’angolino confortevole, ha aperto le chiuse e io ho lasciato scorrere il fiume.
Nella cartella stampa dell’album vengono indicate alcune influenze come Moor Mother e Special Interest, due progetti che mescolano coscienza politica e suoni poco tradizionali. È questa combinazione di elementi ad averti più ispirato?
Direi proprio di sì, e il loro essere in qualche modo indefiniti, il non poterli mettere esattamente in un genere. Tutto quello che ho fatto finora trasuda una buona fetta di me stessa e il mio essere una persona che tende a esprimere attraverso la musica quello che sente, vede e vive con pochi filtri. La mia difficoltà di espressione verbale si è convertita in messaggi musicali.
Tra l’altro hai avuto la possibilità di condividere il palco proprio con Moor Mother al Bronson di Ravenna nel 2021. Cosa ti ha lasciato come esperienza sia dal punto di vista artistico che personale?
È un’artista fantastica, con una sensibilità unica, ed è sicuramente una grossa fonte di ispirazione per il suo costante impegno politico e artistico della sua grande produzione musicale. Siamo rimaste in contatto, ogni tanto ci sentiamo e a volte capita di vederci in giro ed è sempre un motivo di gioia.
L’album si scaglia contro alcune contraddizioni che continuano a sopravvivere nella società contemporanea: «patriarcato, omofobia, transfobia, grassofobia, razzismo». Come si possono superare secondo te questi retaggi?
Non ne ho idea, se avessi la soluzione cambierei il mondo in un baleno. Io insisto nel parlarne, stare zitti davanti a ciò che succede sotto ai nostri occhi perché la cosa non ci riguarda è come essere complici di chi violentemente impone le proprie idee e non accetta le diversità e le idee altrui.
Cassandra è un brano che prende di petto le questioni per andare oltre le solite definizione delle ingiustizie sociali. Riguardo proprio al femminismo come pensi debba rinnovarsi e quali limiti vedi nella definizione attuale del concetto?
Una buona fetta del femminismo si sta già trasformando da un bel po’ di anni in quello che è l’attuale transfemminismo, influenzato dall’attivismo LGBTQIA+ e queer, con una visuale transessuale, transgender e intersessuale, dai movimenti antirazzisti e post-coloniali, e che sostiene le istanze per il riconoscimento del sexwork. Il transfemminismo va oltre l’uguaglianza di genere e ritiene che la costruzione dei ruoli di genere sia uno strumento di oppressione della società patriarcale. Movimenti in tutto il mondo stanno crescendo, un esempio qui in Italia è NON UNA DI MENO, nato originariamente in Sud America, che da anni porta avanti una lotta internazionale e organizza scioperi e manifestazioni in tutto il mondo. Mi sembra che il nuovo femminismo, se non perde la rotta, abbia già preso una buona traiettoria.

L’hip hop industriale di Normal Is Boring stigmatizza la concezione dominante di normalità moralista. Quali sono gli aspetti che trovi più deleteri da questo punto di vista?
Il concetto che se qualcosa non si capisce viene ritenuto sbagliato, che quello che non si conosce fa paura e quindi deve essere denigrato, umiliato e discriminato. Il concetto di normale di per sé è riduttivo in una società in continua mutazione, il concetto di naturale come qualcosa che limita invece di aprire alle caleidoscopiche manifestazioni della natura stessa.
My Sis recupera invece un suono più prettamente rock, dal punto di vista musicale lo si potrebbe leggere quasi come un omaggio al grunge. È così?
È proprio così: è il mio primo amore e quello che ho ascoltato con una dedizione quasi maniacale perché mi rappresentava completamente nel momento in cui l’ho scoperto. Continua a essere parte integrante e fondamentale della mia formazione e un pezzo del mio cuore.
Everything Burns ha ricevuto critiche molto positive, non solo aggiudicandosi il titolo di miglior disco italiano dello 2021 per “Internazionale”, ma anche facendoti scegliere dagli Skunk Anansie per aprire i loro concerti estivi in Italia. Com’è stato condividere il palco con Skin e soci? Puoi raccontarci qualche aneddoto in particolare a riguardo?
Posso solo ringraziare e apprezzare tantissimo gli Skunk Anansie, e in particolare Skin per l’accoglienza, l’affetto e la cura dimostrati nei miei confronti. Mi sono trovata benissimo e, sebbene per me fosse la prima volta su palchi così grandi, l’atmosfera era talmente bella che ho gioito di ogni attimo, senza timori. Il secondo giorno del tour, a Padova, hanno lasciato una bottiglia di vino e un messaggio di benvenuto con tutte le loro firme nel camerino per me e Manitoba. Un’altra cosa super carina che ha fatto Skin è stata quella di voler a tutti i costi comprare delle t-shirt dal mio merch per la crew sebbene io volessi regalargliele, dicendomi: «il miglior modo per supportare un artista è acquistare il suo merch, no?». E poi Ace, il chitarrista, è stato adorabile e mi ha fatto avere un endorsment da IK Multimedia. La sensazione per me è stata quella di essere accolta momentaneamente in una grande famiglia, in cui tutti, dalla band ai tecnici, dal tour manager alla fotografa, avevano la stessa importanza in un ingranaggio che, anche sotto stress, continuava a funzionare armoniosamente.
Contestualmente a Everything Burns hai avuto la possibilità di collaborare con la compagnia Motus per lo spettacolo Tutto Brucia, di cui hai curato le musiche. Cosa ti ha convinto a collaborare?
La domanda giusta sarebbe, cosa ha convinto loro a scegliermi? Vidi una loro call per un nuovo lavoro in cui cercavano musicisti/sound designer. In quel momento avevo appena iniziato il mio viaggio alla scoperta dell’elettronica e quindi non sapevo se rispondere o meno, ma dopo essermi presa un po’ di tempo per riflettere, mandai la mia candidatura proprio allo scadere del termine. Di lì a poco ricevetti la prima risposta, in cui mi chiedevano di partecipare a un workshop, e dopo questa esperienza sono stata scelta assieme a Demetrio Cecchitelli per lavorare alle musiche dello spettacolo.
Come ha influito l’esperienza teatrale sulla scrittura di Everything Burns e come ti sei trovata a lavorare per il teatro? Che differenze ci sono state per te tra le due diverse modalità creative?
Nel momento in cui mi sono messa a lavorare alle musiche di Tutto Brucia, Everything Burns era già stato registrato in tempi record nel corso della residenza al Bronson di Ravenna. Durante il workshop con Motus avevo scritto 2 tracce che sono finite nel disco (Cassandra e Pocket Full of Ashes) e che poi hanno preso un’altra forma per lo spettacolo.
Potrei dire che il workshop ha influito nella scrittura del disco, e la scrittura del disco nella produzione musicale dello spettacolo, come una fiamma che ha alimentato la successiva, per questo ho intravisto il fuoco come filo conduttore di quel periodo. Lavorare con il teatro è una grande emozione, un’esperienza che continua a darmi tanto e che mi insegna sempre qualcosa.

A ottobre 2022 è uscita la colonna sonora dello spettacolo, Tutto Brucia (Music From The Motus Show), che mostra ancora altre sfaccettature del tuo suono, da un lato recuperando il discorso intimista di un tempo, ma dall’altro aumentandolo con una nuova consapevolezza…
Ho avuto libertà espressiva e collaborazione attenta da parte di Motus e di tuttə, un continuo intreccio di improvvisazione con le mie colleghe e con Demetrio che ha portato alla forma dello spettacolo, che comunque continua ad essere vivo e in possibile evoluzione. L’aiuto che ho ricevuto dalle suggestioni di Ilenia Caleo e dai testi che lei e Daniela Niccolò mi facevano leggere per entrare nell’atmosfera, sono state il mio carburante per la scrittura dei testi e l’assestamento delle musiche.
In questo senso, un brano della colonna sonora che mi ha colpito è It’s not Fair to Die, in cui la base dance industriale ti permette di cacciare tonalità soul molto interessanti. Cosa ritieni di aver messo dentro il brano e qual era il tuo obiettivo?
It’s not Fair to Die è un ultimo grido di rivalsa e di vendetta delle donne sopraffate nella tragedia e nel mondo, è un grido che a fine spettacolo, insieme al monologo finale di Silvia vuole dire: «Non vi libererete così facilmente di noi, anche se ci ammazzerete come avete fatto da sempre, noi saremo ancora qui a lottare per un mondo migliore».
La colonna sonora si chiude con Because We will be Everything, in cui lo spoken word di Silvia Calderoni pone l’accento sul concetto positivo di metamorfosi, un elemento che partendo dalle troiane dell’opera pare si attagli molto bene anche alla tua trasformazione artistica…
Penso proprio di sì, credo che i cambiamenti siano sempre importanti e portino con loro nuovo significato, e possano veicolare svolte artistiche, nuove idee ed intrecci e collaborazioni interessanti. Nella parola metamorfosi vedo sempre e solo positività e spero che la mia di metamorfosi venga continuamente alimentata e non si arresti in futuro.
Tra Everything Burns a la colonna sonora per Tutto Brucia intercorre circa un anno, in cui hai fatto molte cose. Un cerchio che si chiude: tirando le somme, cosa mi dici a riguardo?
Sono estremamente felice di tutto ciò che questi due lavori mi hanno regalato a livello di esperienze vissute, crescita artistica e incontri importanti, nuove amicizie e collaborazioni. Sono grata alle persone che hanno creduto in me e che mi hanno dato delle grandi possibilità e spero che sia solo il primo di una concatenazione di cerchi futuri.
Sei costantemente in tour teatrale con Motus e ovviamente continui a suonare dal vivo come R.Y.F. Quali sono i tuoi progetti futuri e a cosa stai attualmente lavorando?
Sto lavorando ad un nuovo disco, vorrei tanto fare un bel tour in Europa e magari anche un po’ più distante, mi piacerebbe provare a sonorizzare un corto o un film per mettermi alla prova e vorrei dedicarmi anche un po’ al disegno e ad altre produzioni artistiche che ho un po’ abbandonato. Forse mi servirebbero dei giorni da 36 ore per fare tutto, vediamo cosa ne esce.

