L’importanza di essere inclusivi. Intervista agli Antlers
-
Nino Ciglio
- 9 Giugno 2014
Peter Silberman e i suoi Antlers sono una band da ritmi estremamente distesi. Malgrado i due EP che hanno rappresentato il seguito di Burst Apart del 2011, la band newyorkese ha preso l’andamento lento dei maestri artigiani nel limare il dettaglio, abbellire, decorare, sublimare, nel concepire nuovo materiale su formato lungo. Familiars è arrivato con un singolo di grande impatto (Palace) e una manciata di canzoni che – come spesso accade alla band di Silberman – mette a fuoco l’emozionalità, i turbamenti dell’anima, i flussi psichici come fonte primaria. Come era successo in quel lontano 2009 che – un po’ a sorpresa – li aveva consacrati nell’Olimpo dell’indie con Hospice, anche Familiars ha una gestazione lunga e, per certi versi, dolorosa. Ma, come scopriremo chiacchierando con Silberman, il processo di pacificazione che soggiace al disco è decisivo già nel momento dell’ideazione e non solo in quello catartico della performance.
A pochi giorni dalla release ufficiale di Familiars (7 giugno 2014), abbiamo incontrato il frontman degli Antlers, in uno scambio che ha toccato passato e presente della band, motivi, scelte e retroscena del nuovo disco.
Qual è stato il cambiamento più significativo dal 2012 di Undersea a Familiars?
Il cambiamento più grande è stato un cambiamento di ritmo. Il nostro tour si era esaurito e io sono tornato alla mia solita vita a Brooklyn per il periodo più lungo da prima di andare in giro nel 2009. Passare da una vita da tour a una vita da casa può essere disorientante. Ho dovuto lavorare per sviluppare qualche tipo di compattezza, per sistemare il tutto.
Hospice era stato ispirato da due anni in isolamento a Brooklyn. Qual è l’ispirazione che sta dietro a Familiars?
L’isolamento a cui ti riferisci non è relativo a un posto specifico, come se avessi vissuto in una grotta. Familiars è stato ispirato da moltissime cose, forse troppe per citarne solo una. Ma è stato anche condizionato da alcuni stati mentali, molti dei quali rientrano sotto “l’ombrello” del crescere.
Quanto tempo ci è voluto per scrivere e registrare Familiars? Com’è andato il processo di scrittura e di registrazione? Ci sono stati momenti complicati?
Questa volta ci è voluto un po’ più del solito, avendo lavorato quasi tutti i giorni per un anno. Poiché si è dispiegato per così tanto tempo, il processo di scrittura non è stato mai a senso unico. In alcuni periodi è stato molto arduo, in altri molto naturale e facile. È dipeso dallo stato d’animo di ognuno di noi, ogni giorno.
Familiars ha un sound e una scrittura molto intima e introspettiva, anche di più rispetto ai precedenti lavori. È questa la direzione che volete intraprendere o è un fattore isolato dipeso da un particolare stato d’animo?
A volte la scrittura vuole catturare un determinato stato d’animo di un determinato momento, come un’esclamazione non filtrata di ciò che sento in quel momento. Altre volte, è una meditazione di un sentimento complicato che ho e che provo a risolvere. In un certo senso, questo è un disco sul fare pace con se stessi, ma che spesso richiede di comprendere la guerra che già si combatte.
Avete autoprodotto il disco. Non sentite mai il bisogno di un ascoltatore esterno?
Ci ho pensato spesso, ma le nostre produzioni sono così legate al nostro processo di scrittura, che sarebbe arduo portare un produttore esterno senza che lui stesso sia un membro della band.
Com’è stato il vostro rapporto con Chris Coady, che ha mixato Familiars?
Chris è magnifico. È stato una voce della ragione per noi, dal momento che abbiamo lavorato sul disco per troppo tempo per avere una buona prospettiva.
E Darby e Michael?
Beh, noi tre funzioniamo come se avessimo sempre una sorta di conversazione non verbale.
Sentite Familiars come la naturale evoluzione del vostro sound o avete forzato un po’ la mano per farlo funzionare?
Probabilmente entrambe le cose. Abbiamo seguito il nostro intuito durante il processo di realizzazione, ma spesso l’intuizione ci ha indirizzato verso tecniche che abbiamo dovuto esercitare, per farle funzionare. Abbiamo tutti un background jazz ed è stato naturale portare questo elemento nel disco, ma per farlo suonare nel modo in cui volevamo, abbiamo dovuto sviluppare maggiormente le nostre capacità di musicisti.
Pensi che Hospice vi abbia fatto rivalutare o rivedere le prospettive e le ambizioni della vostra carriera? Vi aspettavate tutta questa pressione su di voi?
Hospice ha cambiato tutto. La reazione a quel disco ci ha aperto un intero universo. La mia ambizione per questo progetto era abbastanza bassa, comparata a quello che siamo riusciti a fare dal 2009. Quel disco mi ha fatto riposizionare le traiettorie e gli obiettivi come musicista. Non mi sono mai aspettato di avere pressioni esterne su di noi; semmai, l’unica pressione a cui vale la pena dedicare attenzione, è quella che metti tu su te stesso. È l’unica che puoi controllare. La pressione delle critiche o del pubblico è una cosa reale, ma da cui devo provare a mantenere le distanze. Non è mia responsabilità soddisfare le idee che qualcuno ha su come io debba fare musica.
Guardando il vostro percorso finora, quale fra Hospice e Burst Apart riflette meglio l’idea di musica che vi ha portato a concepire Familiars?
Credo che entrambi i dischi siano nel DNA di Familiars, ma credo anche che contemporaneamente l’album abbia un’identità propria. Non ascolto i nostri vecchi dischi mentre lavoriamo ai nuovi, per cui qualsiasi somiglianza si possa trovare nell’ultimo è probabilmente dovuta al fatto che è suonato dalle stesse persone che hanno suonato i dischi precedenti.
Ci sono canzoni preferite o storie legate ad esse di cui puoi o vuoi parlarci?
L’estate scorsa ho passato una giornata guidando da solo verso la costa della California centrale, fermandomi in un motel a Big Sur. Verso mezzanotte, ho deciso di allontanarmi per un po’ dal motel ed esplorare il litorale fra le tenebre. Ho guidato un po’ e portato la macchina nel mezzo di una piana con un forte vento e una nebbia terribile. Per qualche momento, tutto era in silenzio ed ero convinto di essere l’ultima persona viva sulla faccia della Terra. E poi ho sentito un suono terrificante: tipo la risata di un branco di predatori. Non potrei dire se erano lontani o vicini, ma sembravano a caccia. Sono tornato in macchina, rientrato nel motel e ho scritto la maggior parte delle parole di Doppelgänger prima di dormire.
Palace, Hotel, Refuge… è tutto così inclusivo in Familiars. Sembra che ci si proietti all’interno per fuggire da un esterno che fa paura. È così?
Fantastico che tu ci abbia trovato questa cosa. L’”inclusività” è importante. Ho sempre scritto cose che volevano pianificare una distanza fra me e l’ascoltatore. E sono sempre uscito da questo processo sentendomi egoista. Questa volta, però, ero più interessato all’aspetto pacifico. Molti problemi della nostra vita ottengono una risposta dal conflitto, e spesso le battaglie che abbiamo con gli altri sono semplici proiezioni di battaglie che abbiamo con noi stessi. Se riesci a creare un senso di pace e sicurezza con te stesso, dovrebbe essere naturale diffonderlo agli altri attorno a te. Questa è la mia speranza.
Il soul, Jeff Buckley, l’ambient, le ballate… la tua voce sembra sempre migliorare. Hai trovato qualche nuova ispirazione negli ultimi anni?
Grazie! Ultimamente le mie voci preferite sono state Nina Simone, Leonard Cohen, Desmond Dekker, Al Green, Otis Redding e tanti altri… Amo i cantanti che lasciano che il loro cuore parli attraverso la loro voce.
Quali sono le vostre aspettative per Familiars?
Non posso prevedere il futuro. Spero solo che le persone riescano a trarre dal disco ciò di cui hanno bisogno. Per quanto mi riguarda, concepire il disco mi ha aiutato a diventare più compassionevole verso i miei amici e verso me stesso. Spero che possa succedere altrettanto anche a chi lo ascolta.
Correggimi se sbaglio, ma non siete mai venuti in Italia, giusto?
Mai! Speriamo disperatamente di rimediare!

