Alan Braxe
Alan Braxe, foto per la stampa (2023)

Il segreto del “French Touch”. Intervista a Alan Braxe

Alan Braxe, all’anagrafe Alain Quême, è uno dei principali esponenti della prima ondata dell’invasione mondiale della house francese, nonchè uno di quelli di maggior successo in assoluto. Riempipista quali Vertigo o Intro, Palladium, Rubicon e Arena – questi ultimi quattro realizzati in tandem con il connazionale Fred Falke – sono stati la colonna sonora del clubbing di fine 90 ed inizio anni 2000. E poi, ovviamente, a questi si deve per forza aggiungere l’intramontabile Music Sound Better With You. Realizzato sotto le mentite e misteriose spoglie degli Stardust da Quême, Benjamin Cohen aka Benjamin Diamond e Thomas Bangalter – titolare al cinquanta per cento del marchio Daft Punk nonché fondatore dell’etichetta Roulé, sulla quale questo stesso singolo è arrivato sul mercato – il brano è diventato l’esempio per eccellenza del cosiddetto “french touch” da ballare.

In occasione della ripubblicazione della compilation The Upper Cuts, raccolta pubblicata originariamente nel 2005 e comprendente, in questa edizione rimasterizzata, brani vecchi e nuovi firmati da Braxe in versione solista, in veste di remixer o affiancato da altri collaboratori, abbiamo avuto l’occasione di raggiungerlo e farci raccontare qualcosa riguardo la sua carriera pluriventennale ed i progetti per un futuro molto prossimo.

Per cominciare mi piacerebbe che tu ci raccontassi qualcosa dei tuoi inizi. Se per esempio hai cominciato come musicista, produttore oppure come dj?

Ho iniziato suonando il violoncello, intorno all’età dei sette anni, ed ho continuato per una decina d’anni. Si tratta di uno strumento molto difficile da suonare, la curva di apprendimento era troppo lenta, per questo motivo finì con lo scoraggiarmi per poi abbandonarlo del tutto.

A quel punto, intorno ai tardi anni ’80, ho scoperto la techno e l’house che arrivava dagli Stati Uniti. Ho cominciato ad ascoltarne un sacco. Fino a prima i miei gusti musicali erano piuttosto vari, andavano dalla musica classica alla new wave, dal punk all’r&b, poi mi sono ritrovato ad ascoltare esclusivamente musica dance ed elettronica.

Ne ero così ossessionato che cominciai a comprare dischi e a frequentare i club, più volte alla settimana. In realtà, avrei dovuto frequentare l’università a Parigi ed è proprio per questo motivo che non mi laureai. Fui costretto a partire per il servizio militare, che allora era obbligatorio e durava un anno. Al ritorno mi ritrovai senza titoli di studio e prospettive di lavoro. Comprai della strumentazione e nel giro di un anno imparai ad usarla. Dal momento che ero già in contatto con Thomas dei Daft Punk mi misi al lavoro per fargli ascoltare dei demo da far uscire sulla Roulè, la sua label. Quello che è seguito è il mio primo singolo, che lui remixò per la facciata B. È così che da allora ad oggi, a ventisei anni di distanza, ho fatto musica non-stop.

Hai menzionato la scena musicale parigina di quel periodo. Si è sempre avuta l’impressione che si trattasse di un gruppo molto affiatato di produttori, aperto alle collaborazioni. È un impressione giusta oppure c’era anche della competizione tra di voi?

Non penso ci sia mai stata della concorrenza. All’inizio, ti parlo dei primi anni ’90, non si trattava di una scena molto grande anche se comprendeva Parigi ed altre città francesi. Era composta da persone molto appassionate. Potevi andare in un club, al bar e conoscere gente e fare nuove amicizie. È così che ho fatto conoscenza con i Daft Punk. Naturalmente, ognuna di queste persone ha preso percorsi musicali differenti ma in generale siamo contenti del fatto che nel corso degli anni, singolarmente, si sia andati di successo in successo.

Stardust
Stardust, still dal videoclip “Music Sounds Better With You” (1998)

Hai parlato di passione. Secondo me quella francese è stata una delle ultime scene, almeno in ambito elettronico, in cui l’amore per la musica veniva prima del business. O almeno questa è l’idea, piuttosto romantica, che mi ero fatto a quei tempi. Cosa ne pensi?

Penso che la tua versione sia accurata. Almeno agli inizi, tutto ruotava intorno alla musica. La maggior parte di noi non sapeva nemmeno bene che cosa stesse facendo e come farlo. Volevamo solo divertirci con campionatori e sintetizzatori. È solo per fortuna che abbiamo cominciato a suscitare curiosità a partire dall’Europa per arrivare in parte agli Stati Uniti. In retrospettiva, questa cosa può anche essere difficile da capire perché questo tipo di musica è diventato popolare e lo ascolti dappertutto. Ma allora, in Francia, era del tutto nuovo. In un certo senso, era rivoluzionario. Ci ha sorpreso, ce ne siamo innamorati e ci ha cambiato la vita.

La compilation include anche alcune tracce più vecchie ma molto popolari che hai prodotto in tandem con il tuo connazionale Fred Falke. Che ricordi hai di questa di questa collaborazione?

Fred e io ci siamo incontrati in durante il servizio militare. Facevamo entrambi parte di una banda musicale dell’Aviazione. Insomma, nulla a che fare con il mondo dei club e della vita notturna. Una volta congedati, decidemmo di provare a fare musica assieme. I nostri campi di competenza musicale si completavano a vicenda. Avevamo bagagli d’esperienze differenti, che sono la base per un buon sodalizio artistico, ma soprattutto ci divertivamo molto a fare musica insieme. È stato un periodo molto bello, ci sentivamo liberi di sperimentare in maniera spontanea, senza pensarci troppo sopra.

Questo spirito di collaborazione, che viene rispecchiato dalla tracklist della compilation, si può notare ancora oggi, quando si guarda alla lista di remixes che i produttori della scena francese si sono scambiati negli anni

Nella musica elettronica ci si trova per la maggior parte del tempo a lavorare da soli. È facile perdersi. Ed è difficile riuscire ad occuparsi bene di tutti i vari aspetti: composizione, produzione, missaggio. Diventa anche noioso farlo giorno dopo giorno. È specialmente quando collaborari con persone che hanno talenti diversi dai tuoi che le cose si fanno interessanti.

Sempre in tema di collaborazioni, come funziona la tua partnership con DJ Falcon, che tra le altre cose è tuo cugino? Avete dei ruoli ben definiti o si tratta di un tipo di lavoro più libero e dettato dall’ispirazione del momento?

Non c’è nulla di impostato. Lavoriamo per lo più a distanza organizzando più raramente delle session assieme. Entrambi amiamo imbatterci nei cosiddetti “incidenti fortunati” di studio, e così per la maggior parte delle volte iniziamo con l’uso di sintetizzatori modulari. Registriamo lunghe tracce che usiamo come se si trattasse di campioni da produzioni già esistenti, editandole e elaborandole in seconda battuta.

Il vostro ritorno è stato anche contrassegnato dalla partecipazione di Panda Bear degli Animal Collective nella veste di vocalist per il brano Step By Step. Ci racconti qualcosa a proposito?

È stato piuttosto semplice. Peter Berard, che gestisce Smugglers Way, ci ha presentato Panda Bear via e-mail. Ci siamo scambiati qualche messaggio, gli abbiamo inviato la demo strumentale e un paio di settimane dopo abbiamo ricevuto la sua voce nella forma definitiva, che ci è sembrata subito perfetta. Da lì ci sono volute un paio di settimane per produrre la versione strumentale definitiva e farla combaciare con la sua voce.

Ipoteticamente, se tu potessi realizzare il desiderio di lavorare con altri artisti, senza limite di genere, chi sceglieresti?

La lista potrebbe essere molto lunga. Piuttosto che sognare troppo, ci piace immaginare cosa potrebbero creare le circostanze che ci si presentano.

Sappiamo che tu e DJ Falcon state lavorando a un album insieme. Ci puoi anticipare se ci saranno altri ospiti, ad esempio vocalist, come nel caso di Sunni Colón e Panda Bear?

Sì, ci piacerebbe lavorare ulteriormente sulle canzoni, magari non sempre seguendo il classico formato strofa-ritornello-bridge. È comunque sempre stimolante lavorare con i testi e le voci. È anche un’opportunità per incontrare nuovi artisti, che sia a distanza o in studio.

Tornando alla compilation The Upper Cuts, ascoltandola con attenzione ci si accorge del fatto che mentre alcune tracce, più dancefloor oriented, sono basate su sample e loop, altre hanno un respiro più ampio e musicale. Quale è il tuo approccio a questi due differenti livelli di composizione?

Il più delle volte l’obbiettivo è quello di comporre musica che sia il più semplice possibile. Il punto di partenza in genere è un loop. E molte volte è già abbastanza. Ma in altri casi viene il desiderio di tirare fuori qualcosa di più. Così si cerca di creare un arrangiamento più tradizionale. Non mi considero un vero musicista. Molti sono in grado di leggere partiture, conoscono le regole dell’armonia e sanno suonare ogni possibile accordo alle tastiere. Purtroppo non ho questa capacità. Per cui, nel mio caso, questo processo di scrittura può essere lungo e anche faticoso. Ma so bene cosa mi piace in fatto di accordi e progressioni armoniche.

A questo punto ti vorrei chiedere qual è, secondo te, il segreto del cosiddetto “french touch” e dei produttori che lo hanno reso famoso?

È difficile da definire. Ho una teoria, del tutto personale. Innanzitutto siamo stati tutti influenzati dall’hip hop, un altro genere basato su loop e sample. Le tecniche di produzione sono le stesse che anche noi abbiamo adottato. Inoltre, e questo vale almeno per i produttori delle mia generazione – Daft Punk, Justice ed altri – quando eravamo molto più giovani la musica che la televisione francese proponeva era particolarmente buona. Parlo di sigle di programmi di informazione, notiziari o cartoni animati di fine anni 70 ed inizio 80. I musicisti che le producevano usavano in maniera estesa i sintetizzatori di quell’epoca. Questo ha fatto si che ci abituassimo a quel tipo di suoni. È musica che è entrata nel nostro DNA.

Tuttavia credo che ci sia anche qualcosa di più strettamente musicale che distingue le vostre produzioni da quelle, per esempio, dell’italo disco. Una certa eleganza. Ed una certa malinconia.

Sono d’accordo con te, è un gioco di equilibri tra malinconia, un po’ di tristezza, ma anche gioa, e speranza.

Infatti, sono tutti sentimenti che riesco a provare ascoltando un brano come True Love

Sono contento di questo. Dopo tanti anni passati a fare musica, si cerca naturalmente di fare sempre meglio, cercando di sviluppare il più possibile le proprie canzoni, ma spesso si finisce con l’ottenere il contrario. Con quel brano ho cercato di andare nella direzione opposta, realizzandola nel giro di trenta minuti, sull’onda di ricordi molto belli. Per questo è stato importante per me includerla nella compilation. Naturalmente altri possono avere un opinione diversa a proposito ma per me, forse la musica dovrebbe essere sempre fatta così.

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