Il mosè nero

Dopo averlo frequentato per un po’ ci arrivi, essendo a conoscenza della biografia. Afferri in Isaac Hayes il contrasto tra la povertà vissuta in prima persona e quell’eterea carnalità – souledelia terrena, perché no? – di arrangiamenti e atmosfere che cavò dal cervello e con la quale mutò il corso della musica nera e non solo quella. Stiamo alle prese con un Genio che si fece strada sgobbando duramente e rifinendo il proprio talento, prestandolo in principio ad altri e, fatto proprio, cercando con esso – riuscendoci ed entrando nell’Eternità – di spuntarla sul destino avverso. Di prendere in mano gli strali dell’esistenza e, con una risata pantagruelica, risaperli al mittente. Per un po’ di tempo ci riuscì, per quanto prima o poi a tutti tocchi levar le tende dal mondo e beato sia chi una traccia, a prescindere dal come, la lascia. E’ in grandissima parte un riassunto del soul, la vicenda di quest’individuo: un modo di accostarsi alla vita e assaporarne il male e il bene allo stesso modo, consci che sono facce della medesima moneta.

Isaac Hayes ne vede poco di denaro, da che viene al mondo in quel di Covington, Tennesse: I genitori muoiono che lui è un bimbo e a tiralo su come possono ci devono pensare il nonno e la nonna. Sembra un Dickens in chiave “southern gothic”: il debutto nel mondo della musica il ragazzino lo fa come tanti, passando dal coro della chiesa che nemmeno va alle elementari; quel che importa è che riesca ad apprendere da solo i rudimenti di piano, organo e sax prima di trasferirsi a Memphis, sperando colà di mettere assieme pranzo e cena esibendosi nel circuito locale. Le varie formazioni in cui milita non lasciano ovviamente traccia, che siano Sir Isaac & Doo-Dads o Sir Calvin & His Swinging Cats. Nel 1962 lo troviamo attivo come session man per numerose etichette e, tempo due anni, eccolo a imbracciare il sassofono nelle fila dei Mar-Keys. Una prima svolta, questa, perché gi da modo di mettere il piede dentro la porta di casa Stax e spaccarsi le dita accompagnando Otis Redding ed entrando nella “house band” della prestigiosa. Lì stringe amicizia con David Porter, professione songwriter. I due fanno comunella e la loro firma compare in calce a qualcosa come duecento (dicasi: duecento) canzoni. Le più note trascinano in classifica Sam & Dave (When Something Is Wrong with My Baby, Soul Man e Hold on, I’m Comin’ le conoscete tutti), Carla Thomas e Johnnie Taylor. Arrivano soldi e credibilità, benché per interposta persona: a quel punto Isaac medita di far da sé e nel ’67 debutta con Presenting (Stax; 6,5/10), poco rappresentativo contentino jazzato messo su nastro in fretta dopo un omerico party. Non significa nulla, perché è col successivo lp che Isacco entra nella Leggenda: difficile asserire il nuovo sul Capolavoro assoluto Hot Buttered Soul, (Stax, 1969; 10/10), magari che la sua comparsa segna l’inizio del prevalere dell’album sul 45 nel r&b, che le sue quattro composizioni per tre quarti d’ora di durata gettano ponti tra morbido funk e soul acido come solo George Clinton (una Walk On By sottratta a Bacharach; Hyperbolicsyllabicsesquadalymistic che inventa Lenny Kravitz), che i groove sexy e gli arrangiamenti ricchi ma non svenevoli incantano e fanno scuola da Barry White – la prima metà di By The Time I Get To Phoenix – al trip e hip-hop. Nonostante la rivoluzione e la raffinatezza, c’è pure un botto in classifica e l’Uomo ha la strada spianata di fronte.

Ne approfitta in pieno mentre il suo look (testa rasata, occhiali da sole sempre calati in fronte, ori e gioielli ostentati con nonchalance) ispira frotte di gangsta in erba. L’uno due rappresentato da …To Be Continued (Stax, 1970; 8,0/10) e The Isaac Hayes Movement (Stax, 1970; 7,4/10) ne conferma statura e successo. Attorno a lui si raccolgono una solida formazione di strumentisti, i Bar-Kays, e l’arrangiatore Johnny Allen, pertanto è logico che la coppia di lavori prosegua nella direzione dell’Anima Di Burro Caldo. Un poker di brani sul secondo (spiccano la beatlesiana Something e un altro scippo a Bacharach per I Just Don’t Know What To Do With Myself) ostenta le medesime sontuose orchestrazioni a sottolineatura del “crooning”, e lento rimane il passo ritmico. Salgono a cinque i pezzi sul predecessore ed è un altro numero uno in forza del superclassico You’ve Lost That Lovin’ Feelin’, della leggiadra eppure nerboruta The Look Of Love, della lenta poesia urbana che promana da Our Day Will Come (attenzione alla scansione jazzy-hop di chiusura, campionata/copiata dieci, cento, mille volte) e alla Ike’s Mood che prelevata dai Massive Attack per Blue Lines. Roba geniale che resta in cima alla classifica R&B per quelle undici settimane filate ed è classica e appassionata, visionaria e innovativa. Spetta al monumentale doppio Black Moses (Stax, 1971; 7,7/10) poggiare un’ulteriore pietra angolare di questa epopea, riassumendo ed espandendo gli scenari. Paga pochissimo e forse niente in termini di magniloquenza e splende della degli Ike’s Rap (il cui numero II della serie fornirà il fondale a Tricky e ai Portishead) e il senso progressista dell’errebì, le riprese da Jerry Butler (Brand New Me), Esther Phillips (You’re Love Is So Doggone Good) e Curtis Mayfield (Man’s Temptation, Need To Belong To Someone). Mentre ovunque sbucano imitatori, l’Originale Unico chiude il discorso con fare messianico. Eccellente passo, ma che cede se confrontato col successivo asso calato. E’ opinione comune e da noi sottoscritta che la colonna sonora di Shaft (Stax, 1971; 9/10) rappresenti un punto di svolta – pari alla crema dell’opera morriconiana – nella concezione dell’accompagnamento sonoro a immagini concepite per il grande schermo. Genererà manco a dirlo frotte di imitazioni e straccia la pellicola medesima cui è appaiato benché Isaac rosichi per la mancata assegnazione del ruolo del “detective più figo che fa impazzire tutte le pollastrelle” in favore di Richard Roundtree; inoltre, il doppio lp porta a casa un Academy Award ed è la prima volta per un’artista afro americano. Insensato prelevarne questa o quella traccia, per quanto Theme From Shaft sia incalzante al centesimo ascolto e la maratona di venti minuti Do Your Thing un’apocalisse planata nel ghetto a non far prigionieri. Sul finale inquietante e minaccioso della quale si chiude un’epoca per lo stesso autore. 

L’Anima e l’uomo.   

Il problema di quando siedi tutto solo sul tetto del mondo è uno soltanto: più in alto di così non potrai giammai arrivare e siccome, prima o poi, qualcuno di scalzerà dal trono, rischi di rovinare a terra e rotolarti nella polvere. Non così Isaac Hayes o, quantunque, assai meno di altri. Per quanto artisticamente muoia in una serie di dischi dispensabili (tutto quanto edito dal ’76 all’88, in sostanza, successi al botteghino sui quali non ci spendiamo con due piccole eccezioni) e debba fronteggiare problemi non dappoco. Scomparirà pian piano dai cuori senza dar troppo spettacolo e mantenendo la pubblica dignità, a differenza di uno Sly Stone e dunque grazie anche per questo, Mr. Hayes. Che entra nel pieno dei Settanta dopo aver fatto la Storia nel breve volgere di un triennio, ed è allora normalissimo che i dischi seguenti Joy (Stax, 1973; 7,2/10) e le altre due colonne sonore del ‘74 Tough Guys (Stax; 6,8/10) e Truck Turner (Stax; 6,8/10) (in questa pellicola Isaac recita pure) siano faccende di per loro affatto disprezzabili ma che non possano reggere il confronto. L’era del funk e della blaxploitation sta volgendo agli sgoccioli, e tocca inventarsi altro o giocare di rimessa. Impossibile un’altra serie di miracoli, da qui in poi l’uomo di Shaft non potrà che rincorrere in luogo di precorrere. Torna a camminare tra gli esseri umani e a mescolarsi tra loro, trovandosi di fronte preoccupazioni quotidiane che non gli appartenevano allorché si trovava in vetta. A metà degli anni Settanta, infatti, il rapporto con l’etichetta di Memphis è oramai andato in frantumi: dopo una cruenta battaglia sulle royalties, spetta al più che discreto canto del cigno Chocolate Chip (Stax, 1975; 7,0/10) salutare.

Lo accoglie la ABC col dispensabile Disco Connection (ABC, 1976; 5,0/10), accozzaglia strumentale che cerca di cavalcare la moda della disco music senza verve né inventiva. Convinse di poter rialzare la testa e comunque vivere di dignitosa rendita invece Groove-a-Thon (ABC, 1976; 6,5/10), a tratti più robusto e azzeccato quando guarda indietro di un lustro (ma, a conti fatti, l’evidenza sa un poco di beffa). Inizia da qui la caduta libera, da un management incapace e seccature affaristiche che culminano nella bancarotta, dichiarata ufficialmente nel 1976. Poco da dire su quanto accade tra il ‘77 e i primi Novanta: dischi trascurabili e che dunque trascureremo, qualche successo nelle charts e un ritiro dalle scene per un quinquennio. Fosse rimasto più a lungo: invece si concentra sulla recitazione, passa a Scientology e pubblica ancora a vuoto. Però: se i tuoi discendenti seguitino a magnificarti con parole e fatti, prima o poi devi esporti e dire la tua. Grazie all’ascesa commerciale e mediatica dell’hip-hop, Hayes è infine glorificato come uno dei padrini del genere ed ecco che la coppia di lp immessi sul mercato nel 1995 mettano in scena un ritorno ad alti livelli. A Branded (Point Blank; 7,6/10) e Raw And Refined (Point Blank; 7,4/10) Isaac destina una delle sue anime, quella vocale e quella strumentale rispettivamente, in quello che è un “homecoming” e una chiusura di cerchio a tutti gli effetti (torna a registrare in quel Memphis, si affida all’antico sodale David Porter e astrumentisti del periodo Stax). La cosa funziona e addirittura cogli cenni di novità in una degnissima cover della Fragile di Sting dalla tematica ecologista e nella Summer In The City (John Sebastian) che mescola come niente fosse funk e tecnologia. Nessuno fa Hayes meglio di lui, ed ecco un altro capitolo della saga di Ike in Thanks To The Fool, la ripresa dell’antica Soulsville e l’ospite Chuck D. che sciorina rime come sa in una novella Hyperbolicsyllabicsesquedalymistic. Sarà l’addio definitivo prima di ritirarsi imbattuto, un “ve la fo’ vedere io e vi dico com’e’ la mia arte: una creatura dal duplice volto” degno di Alì. Non vi è più nulla di musicale da segnalare, se non un vedersi vieppiù riconosciuto il ruolo che gli compete: seguita a scrivere per conto terzi, recitare e far beneficenza (l’esorcismo del passato…); fornisce la voce al personaggio di "Chef" in South Park e compare nel remake di Shaft, dove Samuel L. Jackson lo prende a modello. A inizio del nuovo millennio, produce il debutto di Alicia Keys, quel Songs In A Minor che è l’unico suo disco passabile e bella forza. Poi, lo scorso dieci di agosto, un infarto ce lo porta via nella sua abitazione. A Memphis, dove tutto ebbe inizio, in un finale tanto perfetto da sembrare pagina strappato a una sceneggiatura hollywoodiana. Cosa che la vita di Isaac, in parte non piccola, fu davvero. Goodbye, Brother.

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