Il momento buono
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Stefano Solventi
- 2 Maggio 2008
E’ una persona diversa, oggi, Massimo Zamboni. E quindi un artista
diverso. Più sicuro di sé. Consapevole – come si dice – di limiti e
potenzialità. Sta espandendo il raggio d’azione con puntiglio, con
equilibrio, intensamente ma in punta di piedi. Quando invade una nuova
modalità espressiva, lo fa quasi di sfuggita, mettendoci però una
naturalezza, una determinazione che te la fanno sembrare una
conseguenza inevitabile. Dopo lo scrittore di Emilia Parabolica (Fandango, 2002) e Il mio secondo dopoguerra(Mondadori, 2005), dopo il compositore di soundtrack per film e
documentari, ecco spuntare il quasi-videomaker nell’ultima multimediale
fatica discografica. A dire il vero, tutto ciò era già stato anticipato
da In Mongolia in retromarcia (Giunti, 2000), documento letterario e video di un viaggio compiuto assieme a Giovanni Lindo Ferretti nell’estate del ’96, ai tempi della gestazione di Tabula Rasa Elettrificata (Virgin, 1997), l’album con cui i CSIsorpresero il mercato alternativo emergendo al livello del mainstream.
Forse non a caso fu anche il loro ultimo disco di inediti prima di
tirare giù il bandone.
Quel viaggio in Mongolia arrivava a concretizzare una spinta ideologica e poetica verso est che già caratterizzava i primi CCCP.
In quel preciso momento storico significava anche e soprattutto
indagare un’amnesia culturale, emotiva, storica. Gettare il cuore oltre
la barbarie (ex)jugoslava che la civilissima Europa non riusciva a
comprendere, a dominare, a metabolizzare. I CSI non si tirarono
indietro, non rifiutarono il confronto. Sulle macerie ancora calde di
Mostar concentrarono l’obiettivo nel giugno del ’98. La città dello
Stari Most, il ponte di pietra da cui prese il nome, simbolo di una
concordia secolare che nel ’93 venne altrettanto simbolicamente
abbattuto dal mortaio croato a sancire la frattura coi bosniaci
musulmani.
In
quella città tragicamente divisa i CSI tennero due concerti, uno per
ogni “sponda”, ad ipotizzare un ponte musicale, una speranza che
accomunasse. Ma per Zamboni quel soggiorno in quella terra di vite e
relazioni ferite fu in primo luogo motivo di angoscia, di tensioni
emotive irrisolte. Come racconta egli stesso, la principale difficoltà,
il cruccio più bruciante, era capire se le mani delle persone che
incontrava avessero stretto armi assassine. Per l’impossibilità di
risolvere l’enigma preferì limitare al minimo le relazioni, chiudersi
umanamente per difendersi da un’intollerabile per quanto solo
presumibile complicità.
Sono passati dieci anni da allora. Gli
eventi si sono consumati. Le ferite, in qualche modo, stanno
rimarginando. Il ponte è tornato ad unire le due sponde del fiume
Neretva. I CSI non esistono più. Gli equilibri si sono spezzati
riaggiustandosi in altre forme, puntando altre direzioni. Sono finite
amicizie. Sono nati figli.
Sto assistendo alla presentazione di L’inerme è l’imbattibilealla libreria Feltrinelli di Firenze. Parlando del suo nuovo CD,
Zamboni sfoggia un aspetto asciutto, sereno, come rinfrancato (stavo
per scrivere ringiovanito) fisicamente e mentalmente. Si esprime con
una generosità che ingentilisce – per così dire – la lucida intensità
dei concetti. Ci racconta del ritorno a Mostar nel settembre del 2007
per affrontare quanto lasciato in sospeso dieci anni prima, per
sostenere sguardi e parole come non aveva saputo e potuto, scoprendo
storie di vite inermi rivelatesi straordinariamente imbattibili.
Un’urgenza
di chiudere i conti maturata anche grazie alla paternità che nel
frattempo – otto anni fa – gli ha cambiato la vita, le prospettive.
Convincendolo della necessità di “incaricarsi”, un termine che ricorre
spesso ne Il tuffo della rondine, la documentazione video di questo secondo viaggio balcanico, film che assieme ad altri due clip – L’accoccolato e La giornata del fabbricante, sorta di backstage a bassa fedeltà il primo e poetica speculazione sull’inquietante scultura in copertina (opera di Beatrice Pasquali)
il secondo – e ad un libro contente racconti, riflessioni e testi,
costituisce una sorta di “corollario organico” al nuovo disco.
L’intervista
che dovevamo effettuare al termine della presentazione salta a causa
del soundcheck incombente per un concerto in programma di lì a poco in
quel di Prato. Ci accordiamo per una chiacchierata telefonica un paio
di giorni più tardi, che è quanto segue.
Ciao Massimo, com’è andato il concerto?
Una
tragedia. Freddo, pioggia, poco pubblico, un teatro tenda piuttosto
inospitale, non capisco come possano fare concerti in quel posto… Tra
l’altro lo spettacolo è impostato in maniera parecchio teatrale, con
proiezioni di immagini, letture, per cui proprio non era possibile fare
qualcosa di accettabile in quel contesto. Insomma, un disastro.
Beh, mi spiace. Partiamo con le domande sul nuovo disco, che è meglio. A circa quattro anni di distanza da Sorella Sconfitta,
il tuo debutto solista, si avverte una maggiore sicurezza, sembri più
cosciente dei tuoi mezzi e degli obiettivi, ti presti al canto con una
certa disinvoltura… Cosa pensi oggi di te stesso musicista?
Penso
di avere raggiunto una maturità consapevole che deve fare i conti con
un passato ingombrante ma anche molto bello. Per tutto ciò sento di
poter continuare ancora per molto tempo, se le idee mi sorreggono e il
fisico pure. Senza deliri di onnipotenza, senza illudermi che potrò
controllare tutto, perché ovviamente non è così. Però ho l’idea molto
precisa di ciò che voglio e soprattutto di ciò che non voglio.
Soprattutto, sembri uno che fa qualcosa se e quando sente che è il momento di farlo, non per una scadenza contrattuale…
Credo
molto in una sorta di imperativo etico rispetto a ciò che si realizza.
Non vorrei che sembrasse un atteggiamento maniacale o bacchettone, ma
l’artista deve essere mosso da una spinta etica, una specie di dovere
verso chi ascolta le sue cose. Un dovere che intendo assolvere.
C’è
anche la sensazione che non t’importi molto di fare parte della
categoria. Sembri, perdonami, un intruso, anzi un reduce che fa
incursioni sporadiche nello strano mondo del rock…
Sono sempre stato un intruso (ride),
non l’hai mai trovata la mia categoria. Ho suonato la chitarra perché
avevo quella, perché mi capitava di fare quello proprio come oggi mi
capita di cantare. Sento di non avere colleghi, ma non per spocchia. E’
che non mi ci trovo, ci sono punti di vista troppo diversi…
Venendo al disco, innanzitutto soddisfa una mia curiosità: è solo una sensazione o affiora davvero qua e là il fantasma di Happiness Is A Warm Gun dei Beatles?
Dov’è che lo senti? Tra l’altro è un pezzo che mi piace molto…
In almeno tre punti, ad esempio nella coda di Quasi tutti…
Te lo chiedo perché considerata la canzone, il titolo, come è nata,
credevo fosse un effetto ricercato rispetto al tema dell’inermità.
No,
non è voluto. Probabilmente fa parte del patrimonio che ho acquisito,
una delle cose con cui faccio fatica a fare i conti. Non è certo
l’unico caso di “somiglianza” che mi viene fatto notare. Sono normali
affioramenti, è inevitabile che saltino fuori, anzi è un piacere. Sono
totalmente incapace di copiare, ti assicuro.
Continuando su questa falsariga, ti scoccia se ti dico che Gloria gracile, assieme a Persona non grata, mi ricorda certi passaggi più foschi dei primi PGR?
C’è
da dire una cosa, così facciamo piazza pulita: non ho mai ascoltato una
nota dei PGR. Ci sono cose che se provo a toccarle sento come un
brufolo sulla punta delle dita, per cui le evito. Quindi sono salvo da
questo punto di vista (ride).
Questi che
vado a dirti invece sicuramente li hai ascoltati. Mi riferisco ai
Marlene Kuntz, a cui mi viene da pensare ascoltando Nel mattino estremo,
tra l’altro uno dei pezzi che con gli ascolti viene fuori con
prepotenza. Ti stai riprendendo parte di quello che hai dato a Godano e
compagni?
In effetti Nel mattino estremo è
un pezzo fintamente semplice. Frutto di una complessità molto forte che
resta volutamente dietro… Quanto al riprendermi certe cose, è così.
Con questo CD ho la ferma intenzione di ripartire da dove ho dovuto
staccarmi, fuggire per tanti anni. E’ molto brutta la sensazione di
doversi scollegare dalla propria storia – che è come scollegarsi da se
stessi – perché qualcuno te lo impone. Adesso sento di avere la forza
per ripartire da lì.
Parliamo di cantautorato, se
possibile. Se è ancora possibile. Dici che senti l’urgenza di
“incaricarti”, oggi che sei padre e non più solo figlio. Avverti quindi
la necessità e se vuoi l’attualità di un rock – mettici pure tutte le
virgolette che vuoi – “impegnato”?
“Impegnato” è
sempre stato uno di quegli aggettivi che hanno seppellito la musica
rock. Un po’ come dire “sostenibile”. Certe parole sembrano destinate a
seppellire ciò che toccano. Però io non capisco perché il rock dovrebbe
essere disimpegnato, mentre il mondo tende sempre più disimpegnarsi da
te stesso sento anzi di dovermi impegnare sempre più nei miei
confronti. E di conseguenza verso tutti gli altri.
Di cosa dovrebbe incaricarsi il rock? E quale credi sia il modo giusto per farlo?
La
retorica è la trappola che si deve evitare. E’ terribile quando il rock
appoggia la prima causa benefica a portata di mano senza neanche sapere
di cosa si tratti davvero, contribuendo alla confusione generale o
peggio ancora sostenendo cause che poi si rivelano dannose o
truffaldine. Spero anzi penso di avercela fatta a non cadere in questa
trappola.
Nel tuo caso, scegli di compiere un
“viaggio verso tutti gli est del mondo”. E’ un modo per distogliere lo
sguardo da un “qui e ora” abbacinante, per dribblare la trappola della
retorica, per non farsi acciuffare dall’inquadratura che ti vuole
inchiodato sullo scacchiere?
Ho sempre continuato a
viaggiare negli est, è una vocazione naturale. Certo, ho viaggiato
molto e dappertutto, ma i viaggi del cuore mi portano sempre a est.
Quel che devo scoprire lo scopro sempre da quella parte. Il
cantautorato rock tende invece a rivolgersi ad ovest, quasi
esclusivamente. Per questo ho trovato pochissimi compagni di viaggio…
Cosa in particolare ti attrae dell’est?
Quello che Umberto Saba cantava di Trieste: la sua grazia scontrosa.
Tempo
fa ho intercettato voci non verificabili di una fantomatica reunion dei
CSI… Al di là di questo, dopo tutti questi anni, è possibile oggi
parlarne con serenità, in bene o in male?
La notizia della reunion ovviamente era la solita palla che gira periodicamente (ridacchia).
Gli altri a dire il vero si sono “reuniti” continuamente, hanno
continuato a realizzare canzoni, nel bene e nel male, forse anche a
sproposito. Ho i miei giudizi su questo e me li tengo. Quanto ai CSI,
se ne può parlare, certo. Il fatto che sia tornato a Mostar dopo dieci
anni, laddove i CSI sono terminati in sostanza, rivendicandola con
forza come luogo di ripartenza, questo per me ha un senso molto
preciso. Ed è proprio quello che può permettermi di fare pace con i CSI
come persone, al di là della pace che ho già fatto coi CSI come musica
espressa.
Sei indubbiamente ripartito e ti stai
espandendo. Oltre che musicista sei produttore, scrittore, autore di
colonne sonore, quasi videomaker…
Non propriamente videomaker, è una cosa troppo impegnativa. Per Il tuffo della rondineho avuto la fortuna di incontrare il regista Stefano Savona. Io ci ho
messo la sceneggiatura, la musica, la conoscenza dei luoghi, delle
persone. Ma la mano registica del film è di Stefano. La sua “grazia
scontrosa” mi ha aiutato moltissimo ad evitare i problemi della
retorica.
Comunque si può dire che quel film è anche tuo.
Sì.
Ho un’idea forte di quello che voglio, solo che non posso fare tutto da
solo. Anzi, potessi delegare di più lo farei. Il problema è che ho due
o tre libri in mente, oltre al prossimo cd. Poi ci sono gli spettacoli
dal vivo, cui tengo molto. Mettere insieme tutte queste dimensioni non
è facile…
In futuro chi dobbiamo attendere per primo, lo Zamboni scrittore, il musicista, o cosa?
Il
tour sicuramente, ne ho veramente bisogno come di un attestato di base
da quale muovermi. Sarà nei teatri, negli auditorium, vedremo. Poi i
libri, il cd. Colonne sonore. Verrà il momento buono per ogni cosa.
