Alias non alias

A sentirlo parlare, con quell’inflessione ammorbidita da una saggia placidità indiscutibilmente emiliana, potresti persino pensare che tutta questa storia delle origini canadesi sia un espediente astuto. Idem dicasi di quel nome un po’ da spia vecchia maniera. E invece no. Jonathan Clancy è nato effettivamente ad Ottawa, ha fatto per un po’ il giramondo ed ha finito per accasarsi a Bologna, dove ha messo radici, stretto amicizie e soprattutto formato band, tra cui i rimpianti Settlefish e gli adorati A Classic Education. Fino all’ultima incarnazione, His Clancyness, quella in cui sembra giocarsela con il minor numero di filtri, a partire dal nome ironicamente dylaniano.

Magari non sarà piacevole ammetterlo, ma l’origine nordamericana è palpabile nella disinvoltura e profondità del suo fare/vivere rock, il gap rispetto a molti indie rockers nostrani c’è, eccome se c’è. Non è certo un caso se gli A Classic Education si sono guadagnati apprezzamenti di primo livello da parte della stampa d’oltremanica e d’oltreoceano, e che gli His Clancyness abbiano fatto il colpo grosso entrando nel roster di Fat Cat Records nientemeno. Ecco, questo sembra un buon punto di partenza per la chiacchierata telefonica con Jonathan ed il batterista Jacopo Borazzo.

Ha fatto un certo rumore, e non poteva essere altrimenti, la firma con Fat Cat. E’ arrivata per merito dei tuoi vecchi lavori o perché li hai convinti col nuovo corso di Vicious?

JONATHAN: È accaduto in maniera abbastanza casuale. Siamo andati a registrare l’album a Detroit senza accordi con nessuna label, quindi abbiamo proposto il master a una decina di etichette ricevendo alcune risposte ma non da Fat Cat, che era tra le nostre preferite. Poi durante una data a Londra assieme ai Lotus Plaza, il gruppo di Lockett Pundt dei Deerhunter, siamo stati notati da uno statista di Fat Cat che suonava in un’altra band prima di noi. Gli è piaciuto un casino il concerto, ha chiesto informazioni, gli abbiamo raccontato che avevamo mandato il disco senza ottenere risposta. Così pochi giorni dopo abbiamo ricevuto una mail di Fat Cat che ci chiedeva di aspettare a stringere accordi con altri perché erano molto interessati. Non conoscevano il materiale precedente, che poi comunque hanno parzialmente ristampato prima dell’estate…

Veniamo allora al nuovo disco, Vicious: la calligrafia è diventata più nervosa, concreta, diretta. Ci si può sentire new wave, tardo garage, particelle kraut e noise, un pizzico di lo-fi. Questa svolta stilistica è stata dettata più dalla voglia di dire altro o dalla consapevolezza di dover cambiare?

JONATHAN: É stato naturale. É la prima volta che registro con una mentalità da band, ovvero assieme a Jacopo e Paul Pieretto. Come naturale conseguenza il suono é uscito piú potente, anche se forse potente non è il termine giusto. Più forte, più massiccio, insomma (ride, n.d.i.). Inoltre é la prima volta che incido con in testa l’obiettivo di fare un album, in precedenza avevo fatto incisioni piú sporadiche, singoli che poi andavano a formare dei 7 pollici o raccolti in long playing.  

Quindi mi pare di capire che dobbiamo considerare His Clancyness non come un alias ma come una band vera e propria.

JONATHAN: Io ho scritto le canzoni, ma siamo un gruppo. Dal vivo siamo un quartetto, tra l’altro amici da una vita. Mi piace avere una gang con cui stare assieme.

His Clancyness - SA MAGAZINE 108 Cover

Recensire un disco come Vicious espone al rischio di citare troppe similitudini; ad esempio, per quanto mi riguarda, non ho potuto fare a meno di citare Wire, Can, Iggy Pop, Pavement, Scott Walker… Quanto a queste e altre eventuali fonti ti sei volutamente ispirato?

JONATHAN: Di sicuro ci sono molti rimandi, anche se tento di essere piú personale possibile. Nel periodo in cui compongo cerco di limitare gli ascolti, o almeno di limitarli ai classici. Certo mi fa molto piacere se citi i Wire, nel caso di Zenith Diamond sono stati un chiaro riferimento. In altri casi, per certi suoni di batteria – ad esempio di Miss Out These Days – ci siamo rifatti al suono dei dischi solisti di Lindsey Buckingham dei Fletwood Mac. Altrove – é il caso di Machines – l’obiettivo era avvicinarsi il più possibile a certi assolo di Neil Young, infatti abbiamo utilizzato un piccolo ampli da 15 watt degli anni Quaranta che Young utilizzava nelle prime incisioni coi Crazy Horse

JACOPO: Alla fine secondo me quello che conta sono le canzoni, non tanto quello che ci ricordano. Tutto deve essere finalizzato al fatto che la canzone funzioni.

JONATHAN: Sono d’accordo. D’altro canto è vero che mi piace documentarmi sulle tecniche e gli aneddoti delle band del passato, guardo documentari in continuazione, anche di band che non mi piacciono. Sono un fanatico di queste cose, mi piace usare riferimenti precisi in studio, ad esempio dire a Chris – il nostro produttore – di far suonare il piano come in quel certo disco dei Beach Boys. Per me é fondamentale. Ed è fondamentale avere un produttore in grado di soddisfarti.

A proposito, è per lavorare con Chris Koltay che siete andati a registrare a Detroit? Credi che ci sia ancora un gap di competenze tecniche ed attrezzature tecnologiche con gli studi italiani?

JONATHAN: Sì, il motivo principale è stato per registrare con Chris. L’ho conosciuto in tour, nella data di Detroit con gli A Classic Education. Gli sono piaciuti i demo di His Clancyness, ne abbiamo parlato, ci siamo tenuti in contatto. Gli High Bias Recordings sono molto belli e anche a buon mercato, visto che purtroppo a causa della crisi Detroit è una città derelitta… Certo, anche in Italia abbiamo studi bellissimi, solo che forse si sta perdendo l’abitudine ad un certo modo di lavorare, a quel certo atteggiamento che è necessario per produrre un buon disco rock. Forse perché per sopravvivere gli studi devono incidere tante schifezze, tipo le cover band. Si sta perdendo una tradizione ed è un peccato, pensa alle cose meravigliose fatte negli studi Rai durante i Sessanta…

JACOPO: A parte lo studio e Chris, poi c’è la città, con la sua atmosfera, il suo immaginario. Incidere a Detroit non è come farlo, che ne so, a Montebelluno. Viverci è stato importante. Quelle tre settimane che abbiamo passato lì sono diventate questo disco.

JONATHAN: E’ verissimo, Vicious per me è quelle tre settimane a Detroit, così lo voglio ricordare per i quaranta o cinquant’anni che mi restano da vivere. È anche per questo che amo fare musica, per l’esperienza che ti lascia.

In occasione del Cassette Day avete fatto uscire una Covering Up Cassette (con cover di Gun Club, Julian Cope e The Drifters tra gli altri), mentre come omaggio a chi prenota il disco in vinile avete confezionato la Vicious Fanzine: sembrano un po’ degli adorabili anacronismi, modi di spacciare musica e immaginario musicale di un’epoca che non c’è più. Senti il bisogno di vivere in un mondo in cui la musica reciti un ruolo più importante?

JONATHAN: Sicuramente, per me la musica è ancora importantissima. Questo album non è una cosa accessoria, deve essere una colonna portante. Per quanto si tratti di piccole cose che magari interesseranno pochissimi, una fanzine e una cassetta devono contribuire a scolpire e a ricreare quel mistero, quel mondo fatto anche di sogno che il rock deve essere. Probabilmente ci perdiamo troppo in questa smania di condividere, mentre le emozioni dell’ascolto rimangono un po’ in secondo piano.

E degli A Classic Education cosa mi dici? Esperienza finita o una parentesi lasciata in sospeso come i Settlefish?

JONATHAN: A Classic Education continuerà senz’altro, fermarsi è stata una scelta naturale e un po’ obbligata, nel giro di sei mesi a due membri della band sono nati dei figli… Inoltre, Luca Mazzieri si è concentrato sul suo progetto Wolther Goes Stranger, io su His Clancyness, insomma una pausa normale. Comunque abbiamo suonato moltissimo fino a pochi mesi fa, abbiamo intenzione di tornare a scrivere presto assieme, magari già quest’inverno. Per quanto riguarda i Settlefish, è una questione diversa, sono fermi dal 2008 per cui… Penso che la gente tenda a crearci molte storie sopra, ma in realtà è del tutto normale prendere strade diverse, senza ragioni particolari. Del resto continuiamo a vederci, abitiamo a Bologna, siamo tutti amici. Insomma, la porta è aperta, chissà.

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