Grebo. Storia di un genere dimenticato
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Demented Burrocacao
- 12 Settembre 2023
Cos’è la musica alternativa? Beh oggi in effetti dare una risposta è difficoltoso: in uno smarmellamento di generi e attitudini, invece di evolversi, è quasi la prassi che gli incendiari si mettano nella posizione di pompieri appena cambia il vento. Questo perché la critica cerca l’hype, e la macchina discografica a sua volta è pronta a fagocitare per fare cassa: atteggiamento non nuovo (pensiamo al punk), ma peggiorato di era in era tanto che oggi non si capisce più bene dove trovare qualcosa di veramente “anti”. O meglio, si trova nell’underground vero, quello di chi – suo malgrado o per scelta – decide di non cedere a certe lusinghe, ma ovvio che il peso della “non cultura” di massa oggi è schiacciante. Soprattutto per il cosiddetto “rock”, che oggi sembra il simulacro di se stesso.
Il processo ha preso una piega probabilmente irreversibile negli anni Novanta, quando la scena di Madchester prima e il grunge poi conquista le classifiche ribaltando il concetto di “manistream” e di “alternativo”, entrando in una contraddizione fulminante, con molti act di successo a ispirarsi a determinate sonorità cambiando a volte strada in maniera radicale (vedi i Depeche Mode con un Gahan capelluto ecc. ecc.). Bene, a metà anni Ottanta c’era invece un movimento che davvero spostava l’ago della bilancia in una direzione irrequieta e radicale: si tratta del grebo.
A molti questa etichetta dirà meno che zero, eppure grazie a questo movimento si definirà tutto il rock alternativo che verrà, insegnando – a conti fatti – all’industrial rock a rivolgersi a qualcosa di più allargato che a misantropi isolazionisti e al pop ad inacidirsi ed essere poco rassicurante. In poche parole, il grebo è un genere di passaggio che arriva nel momento in cui va forte la plastica dance di Stock Aitken e Waterman, gli strascichi pantofolai del new british heavy metal, la roba à la Marillion: pare che il rock si sia ammosciato, con mega eventi come il Live Aid a dargli il colpo di grazia.
Ma anche lo stile neo jangle del giro C86 e le “lagne” alla Smiths non aiutano a dare brio alla scena alternativa: Madchester è in crescita, ma anche lì qualcosa non quadra nelle illusioni post freak della “second summer of love”, ci vuole qualcosa di più forte. L’etichetta grebo nasce proprio come un distintivo “tosto” ed è ovviamente la solita invenzione dei giornalisti: in particolare di James Brown (ovviamente non parliamo del godfather of soul) che sfrutta il termine slang usato (a sfregio) per individuare i bikers e i rockers capelloni, visti ovviamente come gente che non ha voglia di fare un emerito cazzo.
È una sorta di epiteto che sostituisce il “punk” verso un’entità nuova di zecca: anche qui c’è un discorso di look “indigesto”, fatto di dreadlocks colorati, pantaloncini poco sotto il ginocchio e abbigliamento dipinto a spray fluo, un po’ distopico alla Mad Max un po’ ripreso dalla cultura rap/anarco punk.

E la musica è appunto quella che potremmo definire una versione “hardcore” del crossover americano, tra campionamenti selvaggi, schitarrate metal infilate in groove hip hop, garage rock che si infila nella psichedelia, dance rock che flirta con l’elettronica, l’anarco punk che copula con il pop, il tutto centrifugato in un genere / non genere che spiazza per il suo spontaneismo.
Tra i primi a rifarsi a queste coordinate ci sono i Gaye Bikers On Acid e i Crazyheads, entrambi da Leicester: cosa che definisce già il movimento. Non si tratta di roba che esce da Londra ma, in generale, dalle Midlands, ed è qualcosa di maldestramente indefinibile, un frullato di stili traballanti unito da uno “sticazzi” attitudinale formidabile. I GBOA riescono a mettere insieme pop punk con i Butthole Surfers e gli Hawkwind e i Crazyheads centrifugano i Motörhead con gli Stooges e il garage più classico.
Siamo di fronte a qualcosa che esce dal binario: e a questo proposito i Pop Will Eat Itself di Stourbridge, già dal nome un programma, riescono nell’intento di fare musica campionata a cannone con venature industrial rock ibridandola con l’hip hop e la dance più martellante stile S’Express o MARRS, facendo cadere ogni tabù di genere (a proposito di tabù: molti li ricordano per la semi hit Touched by the hand of Cicciolina, in pieni mondiali di calcio italiani di cui divennero una specie di inno alternativo).

I PWEI sono tra quelli che hanno inciso dei veri e propri inni alla ragione sociale (vedi “Grebo guru”). E il loro mutare ruoli e stili li porterà incredibilmente tra le braccia della RCA, legando paradossalmente la loro cifra stilistica a quella di formazioni mainstream come U2, Depeche Mode e Nine Inch Nails (lavoravano con Flood che le produceva praticamente tutte). Del resto, le stesse “major bands” dell’epoca, attentissime a tutto ciò che scuoteva l’industria discografica, si ispireranno al movimento, a volte rubando idee. D’altro canto, gli act grebo saccheggiarono a loro volta gruppi che li precedettero, vedi i Wonder Stuff, che presero più di qualche spunto da Bono e co. E a questo proposito, una volta scaricati dalla Rca, gli stessi PWEI finirono sulla Nothing dei NIN. Epocale fu inoltre il loro sodalizio con i Designer Republic, quelli delle copertine della Warp.
Un po’ come tutti gli act grebo, la band ha questa capacità di bucare l’hype, crescendo nelle charts e fottendosene praticamente di tutte le regole del biz. In questo fanno eco i Carter The Unstoppable Sex Machine, stavolta da Londra, che con drum machine, bassi sequenziati e chitarroni distorti e testi pieni di calembour (e buona dose di punk abrasivo). Arriveranno ai primi posti delle classifiche britanniche, anche lì passando da indipendenti sotto Rough Trade a major come la Crysalis, anche in questo caso sostanzialmente senza cedere a compromessi.

Il grebo, in generale, ha questa sorta di cinico humor che si sposa con una visione politica anarcoide che mette in luce le contraddizioni sociali. È di per sé musica di rottura le cui radici possono essere individuate in act come i Big Audio Dynamite dell’ex Clash Mick Jones, che nella loro entropia creativa e fracassona, tra rock, rap, elettronica multiculturale e punk dai testi tanto impegnati quanto pop, sono i capostipiti del genere.
Oppure nei The Bomb Party, attivi fin dai primi anni Ottanta e difficilmente incasellabili se non nella sezione “alternative”, che diventarono, loro malgrado, i padrini del genere rigettandone da subito l’etichetta (si ritenevano sostanzialmente “sperimentali”). E forse anche nei The Pursuit Of Happiness, un gruppo ancora in un limbo musicale a cavallo fra le grandi rivoluzioni alternative ma che in alcuni momenti ha dimostrato di avere un’attitudine musicale ad esso assimilabile.
In un certo senso, i grebo boys sono stati tra i primi a subire i colpi bassi della stampa, delle major, rispetto al grado di popolarità ottenuta e alla gestione della stessa che – ovviamente – l’industria vuole da sempre capitalizzare.
Come accadde ai Ned’s Atomic Dustbin, alfieri di una sorta di “hyperpunk prima di te”, caratterizzati dall’avere due bassi in formazione (uno esegue le linee ritmiche l’altro le melodiche) e dal riconoscibile sound di chitarroni a muro e batterie esplosive, i quali si ritrovarono penalizzati dalla Sony che ne pubblicava il picco creativo del 1995 – Brianbloodvolume – prima negli USA (dove i nostri avevano un certo seguito) e poi negli UK, ottenendo un effetto boomerang: i fan inglesi furono costretti a comprarsi il disco d’importazione.

I Wonder Stuff sono invece il braccio folk dell’armata grebo, quelli che forgiarono il loro suono – all’inizio fatto di chitarre infilate nel wah, campionatori e ritmiche serrate – in una sorta di The Alarm per le nuove generazioni, con tanto di testi scritti dalla lingua affilata del frontman Miles Hunt. Una band cullata dalla critica musicale e quasi immediatamente messa sotto contratto dalla Polydor.
I nomi citabili sono tutti in qualche modo portatori sani di un virus, quello “dell’incompromissoria voglia di fare musicalmente quello che cazzo gli pare”. È il caso degli Scum Pups oppure dei The Hunters Club (famosi per dare fuoco ai propri cappelli nei loro gigs) che reinterpretano il punk in modo non ortodosso, asciugandolo cioè dalle scorie del passato e caratterizzandolo con un sound ancora più “scalcagnato”, difficilmente gestibile in senso commerciale.
In Italia, come possiamo immaginare, il grebo – genere confinato all’Inghilterra – ha pochi seguaci nella maggioranza dei casi messi all’angoletto: possiamo forse accostare i primi Üstmamò a questa linea tutta chitarroni batterie elettroniche e voci caricate, e probabilmente anche i Wolfango che con le loro assurdità musicali condividono molto con progetti misteriosi ma dichiaratamente grebo come i Res Et Verba, band distintasi per le incursioni situazioniste alla trasmissione Planet Rock nel quale riuscì a simulare una fanbase e far annunciare l’uscita di un album per una major senza mai aver fatto girare uno straccio di demo se non per passaparola (il singolo Speriamo tu moia parla da solo).
In pieno stile DIY non approfittarono della cosa, disfacendosi nello stesso periodo in cui il genere stava scemando in Inghilterra. Perché, ahimè, il tallone d’Achille del grebo è stato quello di essere per l’appunto una realtà locale che anche quando spingeva verso gli Stati Uniti era imprescindibilmente made in UK per stile e tematiche.
Le sue potenzialità verranno sostituite, in maniera mondiale, dal più rassicurante “brit pop” e dal più ostico “industrial rock” e, poco prima, dalla breve stagione baggy figlia delle droghe e dell’edonismo ibiziano. Nel bene e nel male erano cose che univano l’ascoltatore “medio” in cerca di “rockstar da poster” (Brett Anderson degli Suede docet), gente che da alternativa è finita a lavorare in banca.
Lontano dai facili entusiasmi, i grebo boys erano invece sicuramente fonte di confusione, bizzarria, confronto, alto tasso di provocazione. Ragazzi che non si prendevano affatto sul serio e che suscitavano la stessa curiosità degli animali allo zoo, e che anche per questo godevano di un pubblico che pagava per andarli a vedere, troppo spesso senza capirne veramente l’essenza.
Per questa capacità di osare, questi antieroi moderni portarono verso quei lidi anche band inizialmente non proprio allineate a quest’estetica. Pensiamo ai Jesus Jones, che vengono accostati al genere soprattutto per dischi come Perverse, dalla estrema, caotica quanto perfezionista commistione tra rock ed elettronica dance oriented, a volte pesantemente naif ma in linea con una certa attitudine sperimentale. O anche degli EMF che da band indie di pop elettronico danzereccio vagamente rock si ritrovano a fare dischi come Stigma, talmente ibridati e “carichi” da vendere pochissimo (gli EMF divideranno molte cose con i grebo duri e puri, anche alcuni elementi della propria formazione, e famoso fu il caso della casa discografica di turno che propose ai PWEI un loro brano originale per portarli al successo…).
Diciamocelo, il grebo ci manca: e mai come in questo periodo di incredibile diffusa banalità musicale ci vorrebbe un reboot. Peccato che siano tutti concentrati su cose come il ritorno dei Blur, il che è tutto dire: meditate gente…
