Mika Vainio
Mika Vainio, foto Facebook (2008)

Figli di una discografia minore. L’anti-classifica 2021 di Massimo Onza

Come ogni dicembre che si rispetti, ecco che arriva il momento delle classiche di fine anno, con gli album che in questo limbo del 2021 hanno destato l’interesse di critici e ascoltatori. Un gioco a cui è difficilissimo sottrarsi, è sempre tanta la curiosità di vedere se ci siamo persi qualcosa o, molto più verosimilmente, se siamo d’accordo o meno con le scelte delle testate che apprezziamo. Si sa però che i veri appassionati di dischi non si limitano ai titoli forti, ma amano sfogare anche quella piccola — e inguaribile — psicosi di andare a rintracciare varie uscite collaterali che soddisfino sia i loro sogni proibiti che quell’atavico senso di esclusività sempre più illusorio ai tempi dello streaming.

Per spiegarmi meglio, è come passare un’oretta in un record store a spulciare sei intere cassette di 7” per poi portarsi a casa solo quel singolo dei nowavers Crainium del 1998 che mancava alla tua collezione e che sul lato B sfoggiava una golosa cover di No, No, No di Yoko Ono – storia vera, che alla mia richiesta di accompagnarmi a vedere negozi di dischi fa rispondere molti miei amici con un “NO, NO, NO!”. Forse anche per la canzone di Ono… non so. Cogliamo quindi l’occasione per esplorare velocemente parte delle produzioni che non si sono contese copertine e articoli in evidenza, spulciando – con la stessa tigna di quando lo si fa con sei cassette di 7” – tra live, uscite digitali, singoli estemporanei e preziosi recuperi. Nessuna regola e nessun ordine particolare, se non la voglia di soddisfare il puro impulso infantile della ricerca.

Iniziamo questa pur parziale e incompleta carrellata con un recupero di spessore come Last Live del compianto Mika Vainio, ovvero la registrazione del suo ultimo concerto del 2 febbraio 2017, presso il mitico Cave12 di Ginevra, tenuto dal Nostro pochi mesi prima della scomparsa, avvenuta il 12 aprile di quello stesso anno. Suddiviso in quattro movimenti, l’album mette in luce il lato più istintuale e radicale dell’ex Pan Sonic con un ultimo show di elettronica analogica destrutturata che gioca tanto con le contaminazioni ritmiche, disperdendole in allitterazioni sincopate, quanto con improvvisi tagli droning, fredde distensioni elettroacustiche e deflagrazioni power electronics. Editato da Stephen O’Malley e Carl Michael von Hausswolff presso l’EMS di Stoccolma e masterizzato da Denis Blackham, questo gioiellino ci è arrivato dalla benemerita Mego, e cogliamo, quindi, l’occasione anche per ricordare il compianto boss della label Peter Rehberg – musicista elettronico con il moniker Pita e membro di progetti come Fenn O’Berg o KTL assieme a O’ Malley – scomparso improvvisamente lo scorso 23 luglio all’età di 53 anni, lasciando un vuoto nel panorama della musica di ricerca.

Lievitation
Still dalla performance “Levitation Session II” degli Osees (2021)

Se di live vogliamo continuare a parlare, ma deviando su corsie ad alto tasso di garage punk psichedelico, il nome da tirare in ballo è allora quello degli Osees e di ben due uscite diffuse dalla band sia in versione audio che video. Live at Big Sur è il concerto tenuto lo scorso anno da John Dwyer e soci all’esterno della Henry Miller Memorial Library a Big Sur, CA, poi trasmesso in streaming a pagamento il 19 dicembre, e quindi finito in digitale su Bandcamp a gennaio 2021. Levitation Session II, invece, è il live show trasmesso ad aprile sul canale ufficiale della band e in seguito stampato su cassetta via Castle Face. Ci sono due ottimi motivi per recuperali: si tratta di due potentissime scalette eseguite magistralmente che, oltre a brani noti della band, contengono anche pezzi non che non vedevano un’esecuzione dal vivo da molto tempo – Opposition e Heavy Doctor, tratti da Carrion Crawler​/​The Dream – o che hanno debuttato per la prima volta live, come la psichedelia mutante (con tanto di doppio piffero riverberato) di Dead Medic, i riff killer di I Can’t Pay You to Disappear e Voice in the Mirror, Grown in a Graveyard dall’EP Sick Moon del 2013, nonché Stinking Cloud e Spider Cider dall’album Castlemania del 2011. Secondo, nel primo show il gruppo chiude dandoci dentro a colpi di Black Flag (Jealous Again, Nervous Breakdown e Wasted) e Faust (J’ai Mal Aux Dents), nell’altro, invece, con una bella cinquina di cover dei Chrome, tra cui una corrosiva versione di Chromosome Damage e quella extraterrestre T.V. As Eyes.

Le chicche dal vivo non finiscono qui, visto che gli storici Jawbox capitanati dell’ex Government Issue J. Robbins e da Kim Coletta hanno pubblicato la registrazione integrale del reunion show tenuto il 28 luglio del 2019 presso il Metro di Chicago. Live at Metro Chicago 2019 è una ghiotta occasione per riascoltare dal vivo la storica band di Washington, nata nel 1989 nel coacervo della Dischord Records di Ian MacKaye e che ha prodotto alcune vere gemme del post-core anni ’90, come gli album Novelty e Grippe. Il gruppo ripercorre la propria carriera con un esaustivo set di ben 25 tracce: dopo un breve saluto, il quartetto, che oltre a Robbins (chitarra e voce) e Coletta (basso) comprende anche Bill Barbot (chitarra e cori) e Zach Barocas (batteria), attacca con una potente Mirrorful dall’omonimo lavoro del 1996, per poi elargire tanti altri classici come le gemme emo-core Cutoff, Grip e una Dreamless sempre da pelle d’oca, passando per Breathe e Savory dall’album For Your Own Special Sweetheart del 1994, e senza farsi mancare un’ottima rivisitazione del brano Cornflake Girl di Tori Amos, qui resa con un sapore à la Burning Airlines (altro ottimo progetto del frontman). Chiusura con il dittico formato dal tirato punk rock di Jakpot Plus e le armonie cadenzate di Absinter. Un’ottima prova per una band decisamente in gran forma.

Il buon Robbins ha trovato quest’anno anche il tempo di pubblicare un nuovo brano per lo split 7” con gli Her Head’s On Fire. Se questi ultimi vanno decisi su coordinane mid-west emo con un pezzo sentito seppur standard, il frontman dei rinati Jawbox regala una nuova traccia di post-core discordante e dal retrogusto anni ’90, ma con incroci di chitarra quasi heavy metal che ne rincarano il tiro. Brano che mostra una classe cristallina. Su coordinate emo sono tornati in cattedra anche i maestri American Football con il singolo di due brani Rare Symmetry/Fade Into You, che uscirà anche in vinile 10” il 10 giugno 2022 via Polyvinyl. Rare Symmetry viaggia nel tipico stile che ha fatto la storia del quartetto capitanato da Mike Kinsella, con delicate ragnatele di armonie chitarristiche e climax emozionale al top. Sul lato B la raffinata e tenue cover del classico dei Mazzy Star Fade Into You, con il featuring vocale di Miya Folick, vede la band dilatare il brano per sette minuti di suggestive rarefazioni attraversate dalla tromba di Steve Lamos e da intarsi si slide guitar dal potere onirico. Due ottime prove che segnano il ritorno del quartetto a due anni dall’album LP III del 2019.

Jawbox
Jawbox, foto per la stampa (2019)

Tornando al versante più sperimentale, una chicca è arrivata sul finire dell’anno con la collaborazione tra il duo impro-noise Body/Head, ovvero Kim Gordon e Bill Nace, e Aaron Dilloway. In Body/Dilloway/Head l’ex Wolf Eyes interviene in tempo reale sugli incroci chitarristici di Gordon e Nace, trovando inaspettate declinazioni per un suono di partenza già di per sé imprevedibile. Un EP di tre tracce in cui il confine tra improvvisazione e manipolazione diviene il più delle volte indistinguibile: dal minimalismo elettroacustico estremizzato (Body/Erase), passando per i frammenti estatici di sei corde lentamente deviati in un ritualismo sgretolato (Goin’ Down), e fino a reiterazioni droneggianti su cui schizzano cut-up vocali e particelle di armonie in progressivo disfacimento (Secret Cuts). Un’opera interessante e che si spera sia solo il buon biglietto da visita di un progetto in divenire. Per chi ne volesse di più da Dilloway, è caldamente consigliato anche il recupero di Lucy & Aaron, album collaborativo che quest’anno lo ha visto assieme alla sperimentatrice cilena Lucrecia Dalt.

Gordon ha nel frattempo anche pubblicato un nuovo singolo politico intitolato Grass Jeans, il cui intero ricavato del mese di dicembre verrà devoluto alla Fund Texas Choice, organizzazione no-profit che supporta il libero accesso dei texani all’aborto sanitario: un’oppiacea cavalcata post-punk di matrice sonicyouthiana, infarcita di divagazioni rumoriste e feedback estatici, su cui la Nostra invoca la lotta per libertà contro l’oscurantismo che avanza («Take me downtown! … I want to go … And the shadow knows it»). Come se non bastasse ritroviamo la ex Sonic Youth anche nel 7” collaborativo di due brani uscito il 10 dicembre per la collana Single Club della Sub Pop e che la vede in combutta con J Mascis. Originariamente scritto nel 2020 ed eseguito lo stesso anno per SMooCH, benefit show in streaming per il Seattle Children’s Hospital, Abstract Blues è un mid tempo indie rock di gran livello, tempestato dagli assolo di chitarra del frontman dei Dinosaur Jr. e con l’ottima performance vocale di Gordon (nella pagina dedicata al disco potete recuperare anche il clip del live stream con tanto di featuring dell’attore Fred Armisen al basso e del figlio di Mascis, Rory, alla batteria). Lato B sapientemente affidato al rumoroso punk rock di Slowboy, pezzo diretto e infarcito da una buona visceralità à la Crime. Non perdetevi anche il ritorno dei Dinosaur Jr. con il nuovo album, Sweep It Into Space, uscito ad aprile e che vede Mascis, Lou Barlow e Murph tanto ispirati come non succedeva da un pò.

Andando a curiosare in casa – e nel vero senso della parola – degli altri ex compagni di band di Gordon, troviamo due uscite niente male che raccontano a modo loro la percezione del periodo pandemico. La prima è L’EP In Virus Times firmato da Lee Ranaldo, una suite acustica in quattro movimenti per la durata di 22 minuti registrata dallo stesso musicista nel suo loft. Un suggestivo lavoro minimalista, qualcosa a metà strada tra Derek Bailey e Alessandro Alessandroni, che scivola tra risonanze, decadimenti nel vuoto, armonici maltrattati, melodie fischiettate e reiterazioni stratificate. Il disco è uscito anche in una pregevole edizione limitata in vinile one-side verde acqua trasparente e con un art poster numerato e firmato dal chitarrista. Ancora più casalingo l’approccio utilizzato da Thurston Moore per comporre Screen Time, EP digitale pubblicato il 5 febbraio 2021 via Bandcamp, a pochi mesi dall’album By The Fire. 10 tracce per chitarra solipsistica come altrettante riflessioni sulla quotidianità in tempo di lockdown che spaziano tra clangori rumoristi, distensioni ambientali e sognanti aperture acustiche. Un lavoro dal tenore laterale ma nondimeno magnetico, in cui è davvero piacevole perdersi per un po’.

Chi non ce l’ha fatta a stare tutto il tempo chiuso in casa sono stati invece Marc Ribot, Shahzad Ismaily e Ches Smith, ovvero il trio Ceramic Dog, che lo scorso anno, dopo mesi di isolamento, si sono ritrovati in studio, nel pieno rispetto delle regole sanitarie, per registrare nuovo materiale, di cui gran parte è finito nello splendido Hope, uscito a giugno 2021 via Northern Spy. I restanti brani sono stati invece pubblicati nell’EP in edizione limitata What I Did On My Long ‘Vacation’ dell’ottobre precedente. Tecnicamente staremmo eludendo il focus di quest’articolo, ma perdonerete sicuramente la licenza dopo aver ascoltato il mix di funk rock, jazz punk, blues e jam a ruota libera dei tre – e con anche il feat. in un brano del sassofonista Darius Jones, altro nome forte dell’attuale scena Downtown newyorchese. E godetevi soprattutto la traccia Hippies Are Not Nice Anymore, tra campanelli, assolo esplosivi e un irresistibile ghigno à la Dead Kennedys.

Per restare in tema Grande Mela, non possiamo farci mancare in lista A Symphony Strikes the Moment You Arrive dell’Evan Dando del noise, ovvero mister Alan Licht. Pubblicata lo scorso aprile dalla benemerita Room40 del compositore australiano Lawrence English, la cassetta raccoglie due lunghe tracce di classe registrate in due diversi momenti. La title track è la riproposizione della massiccia live performance di frequenze radio a onde corte tenuta dal musicista il 17 gennaio 2008 al PA’s Lounge di Cambridge. Prodotta nel 2012 per un clip basato su riprese satellitari di uragani della video artista Birgit Rathsmann, Room For Storms è invece un’improvvisazione chitarristica costruita su dinamiche noise-droning, tra stratificazioni distorte, psichedelia massimalista e armonici ipnotici.

ArthurRussell
Arthur Russell, foto per la stampa di Tom Lee

Compositore, produttore e cantante trapiantato a New York ma originario dell’Iowa, il violoncellista Arthur Russell è stato una leggenda avant-folk, ambient-pop e garage-house, la cui opera è stata apprezzata soprattutto dopo la sua prematura morte, avvenuta il 4 aprile 1992 per complicazioni legate all’HIV. Russel ha collaborato con calibri quali Talking Head e Allen Ginsberg, ma in vita ha pubblicato molto poco della sua produzione solista (solo due album, un live e un maxi-singolo), lasciando invece ai posteri un vasto archivio di demo, registrazioni dal vivo e rarità che negli anni stanno venendo a galla grazie ad Audika, label esclusivamente dedicata alla riscoperta e ristampa del suo materiale. Tra le uscite dell’etichetta di quest’anno bisogna non farsi sfuggire Sketches For World Of Echo: June 25 1984 Live At Ei, cassetta che raccoglie lo show solista per violoncello, voce, synth ed effetti, tenuto dal Nostro nel giugno del 1984 presso la Experimental Intermedia Foundation dell’amico e compositore Phill Niblock. 10 brani in cui si possono rintracciare tutti i prodromi che porteranno al disco World Of Echo del 1986, ma anche apprezzare la rara qualità sincretica di Russell. Se l’apertura è affidata alla cruda session strumentale di Changing Forest, è nelle tracce di mezzo che emerge la sua capacità di unire in modo disarmante avanguardia e popolare, rumore scostante e folk bucolico. Elemento che risuona lampante nelle abrasioni di They and Their Friends, nelle reiterazioni di Let’s Go Swimming e ancora di più nei passaggi color acquerello di I Take This Time e Losing My Taste for the Nightlife o nei delicati sussulti di Keeping Up. Una distintiva palette espressiva che si conclude con il landscape elettronico a tinte kraut di Sunlit Water.

Per altri due recuperi da segnare sulla lista della spesa di fine anno bisogna volare nella terra di Albione. Il primo ci arriva grazie a Glass Modern Recods, che ha raccolto in un singolo split 7” viola le due ottime cover dei New York Dolls registrate in passato da Pastels e Sonic Youth. I primi eseguirono una splendida versione jangle e dreamy di Lonely Planet Boy, originariamente contenuta nel loro Comin’ Through EP del 1987, mentre i secondi rivisitarono in chiave acustica lo-fi l’immortale classico Personality Crisis per il singolo promozionale allegato al numero di novembre 1990 di Sassy Magazine. Per molti motivi si tratta quindi di un must assoluto. La seconda è invece ad opera della Third Man Records di Jack White, che ha fatto riemergere una vera perla dal sottobosco underground di Manchester degli ’80, ovvero le registrazioni finora inedite dei Magic Roundabout, band oscura ma che in passato ha condiviso il palco con calibri come Spacemen 3LoopMy Bloody Valentine e Inspiral Carpets (tra i rumors che girano attorno al gruppo, pare che Noel Gallagher abbia fatto da roadie durante il loro ultimo show). Provate a immaginate un potente mix di post-punk, armonie à la c-86, chitarre rumoriste à la Jesus and Mary Chain, acquerelli Pastels e ossessioni Velvet Underground, e avrete in mente il suono dei brani presenti in Up, ovvero quello che ha bagnato i sogni di produttori come Alan McGee ispirandoli a mettere su una label. Non serve aggiungere altro.

Uscita a novembre via Ninja Tune, un’altra bella novità piovuta improvvisamente dal cielo è stato il singolo digitale e che ha visto fianco a fianco Kevin Richard Martin, in arte The Bug, e il cantante degli Sleaford Mods, Jason Williamson. Una collaborazione inaspettata ma, almeno da quanto dichiarato dai due nella nota stampa, sulla carta da qualche anno, che mette in pista un mix l’elettronica distopica in linea con l’ultimo album di Martin, Fire, e il rap-punk fatto di «sciocchezze mescolate con piccole micro storie di qualsiasi cosa per esternare frustrazioni e rabbia» di Williamson: Treetop, ad assordare su linee frontali di electro distorta per bassi astratti, mentre Stoat si divincola su dinamiche prettamente hip hop con armonie thrilling e sospensioni industriali. Ma l’elettronica, quest’anno, ha attratto anche un big della scena rock indipendente a stelle e strisce come Mark Lanegan, il quale ha unito le forze con Joe Cardamone degli Icarus Line per dare vita al progetto Dark Mark vs. Skeleton Joe – con il primo alla scrittura e voce e il secondo alla composizione musicale. Come antipasto del buon album omonimo uscito lo scorso ottobre, i due avevano già dato buoni segnali di vita il precedente 11 giugno con L’EP 12”, pubblicato via Rare Bird / Kitten Robot e non volutamente diffuso sui servizi di streaming come Spotify e Apple Music. All’interno due brani diretti e viscerali: l’elettronica dark attraversata da distorsioni chitarristiche di Dark Mark Theme e il sinistro tiro dance a 120 bpm di Skeleton Joe Manifesto.

Anche dalle parti di casa nostra il connubio rock ed elettronica ha visto in combutta due nomi importanti della scena, ovvero i Bachi Da Pietra ed Eraldo Bernocchi, musicista di spicco della scena post-industriale internazionale, membro fondatore di storici progetti come Sigillum S e The Sodality e già collaboratore, tra gli altri, di Mick HarrisBill LaswellGiovanni Lindo Ferretti e Almamegretta. Quest’ultimo ha infatti filtrato attraverso spettri electro dub di classe, tra chiaroscuri sincopati, pseudo-accelerazioni e riflussi cadenzati, il granitico tiro rock di Bestemmio l’universo, brano tratto dall’ultimo album in studio di Giovanni SucciBruno Dorella e Marcello Batelli, Reset, uscito lo scorso maggio. Il remix è arrivato in occasione del RES3T tour di dicembre, serie di concerti di presentazione di RES3T, ristampa deluxe in doppio vinile del sopracitato album, arricchito da un EP inedito e da quattro brani live registrati nell’ultimo tour estivo con la nuova formazione in trio.

Jeff Tweedy
Jeff Tweedy, foto per la stampa di Sammy Tweedy (2021)

Altro 7” pollici da pescare nella collana Sub Pop Single Club è sicuramente quello di Jeff Tweedy degli Wilco, uscito a ottobre e contenete due tracce molto interessanti. C’mon America sul lato A del vinile è un folk rock slabbrato e dispari che – come ha ironicamente dichiarato il Nostro nella nota stampa – proviene da un «gruppo di canzoni inedite con testi per lo più fantascientifici». Sul lato B, invece, «la pietosa storia di un mixtape amoroso mai inviato, tratta da un lotto separato di canzoni inedite con testi per lo più pietosi» di UR-60 Unsent, uno splendido e toccante brano che scorre destrutturando teorie lennoniane, tra armonie agrodolci che sembrano potersi arenare da un momento all’altro e ritmiche balbettanti.

Sempre in ambito folk, Three Feral Pieces è l’EP uscito ad aprile per No Quarter e che vede assieme Bonnie “Prince” Billy, il chitarrista di Lousville Nathan Salsburg e lo scrittore inglese Max Porter. Come recita il titolo, si tratta di tre tracce ferali, nate durante «lo strano anno 2020», quando Porter ha cominciato a inviare a Salsburg stralci di testo allo stato brado, «frammenti non terminati e astratti, incantesimi e semi-incantesimi, scavati nel linguaggio della decadenza e dello sviluppo, strani e sconcertanti, che evocavano partenze e ritorni». Un tiro piuttosto interessante, candido ma con il giusto grado di visceralità, che va dalla psichedelia spettrale dal sapore blues di Orbit Song, passa per il primitivismo folk ancestrale dall’incedere salmodiante di Unlearning Chant, e chiude con le reiterazioni minimaliste dal soffice sapore dreamy di Here Song. Ma il buon Will Oldham lo ritroviamo anche con l’amico di scorribande Matt Sweeney in un altro singolo split digitale che non è affatto male. Freschi di stampa dell’ottimo album Superwolves, uscito ad aprile, i due hanno riletto la canzone Stay on My Shore della cantautrice Joan Shelley, velandola di un’obliquo quanto delicato tocco di inquietudine. Controparte del brano, la cover a cura della stessa Shelley e di Salsburg di Stay On My Shore, canzone tratta dal sopracitato album firmato Billy / Sweenie e di cui viene riletta l’ombrosità in chiave desertica.

Per quanto riguarda le cover, Billy ci ha anche deliziato per diversi mesi assieme all’altro suo compagno di merende Bill Callahan. Vi ricordate l’iniziativa online Blind Date Party? Quella con cui i due Bill, tra l’autunno e l’inverno ’20-’21, hanno contrastato la stasi devastante del lockdown pandemico facendo una cover a settimana, e ogni volta con la collaborazione di un diverso ospite (tra cui AZITA, SweeneyGeorge XylourisDead RiderDavid PajoTy SegallSix Organs of AdmittanceDavid Grubbs e Sir Richard Bishop)? Bene, Tutti quei brani sono stati raccolti nel doppio album intitolato, appunto, Blind Date Party, ovvero una ghiotta occasione per riascoltare le sagaci interpretazioni delle canzoni di Yusuf / Cat StevensHank Williams Jr.Steely DanLou ReedIggy PopBillie EilishRobert WyattDemis RoussosJohn Prine e tante altre ancora. Un lavoro, per sua fattura episodico ma non meno ispirato, che divaga amabilmente tra reinterpretazioni classiche (Night Rider’s Lament di Michael Burton), stramberie niente male (Wish You Were Gay di Billie Eilish o I Want To Go To The Beach dell’Iguana) e picchi ben assestati, come la deliziosa versione di The Night Of Santiago di Leonard Cohen, con il feat. dall’ex Gastr Del Sol Grubbs, o Sea Song di Robert Wyatt con l’aiuto di Mike Turner. E non mancano le auto-cover, come quella del brano di Arise, Therefore di Billy, virata in un’eccentrica chiave electro dance con il supporto di mr. Six Organs of Admittance Ben Chasny, o la splendida Our Anniversary di Callahan arricchita della psichedelia storta dei chicagoani Dead Rider.

Se parliamo di riproposizioni, un vero tuffo al cuore ce l’ha fatto provare a inizio anno il buon Mike Watt. Per festeggiare il trentennale di attività, la storica label Kill Rock Stars, orgoglio del rock indipendente made in Olympia/Portland, ha lanciato  il progetto Stars Rock Kill (Rock Stars), nel quale oltre 30 artisti hanno eseguito cover di brani tratti dall’intero catalogo dell’etichetta. L’ex Minutemen ha chiamato a raccolta i suoi Black Gang, ovvero il chitarrista Nels Cline e il batterista Bob Lee, per realizzarne una dell’iconica Rebel Girl delle Bikini Kill. Il risultato è assolutamente eccezionale, con i tre che non solo mantengono intatta tutta la potenza di un vero anthem riot grrrl dei ’90, ma rilanciano rivitalizzandolo con centratissime svisate noise che ne aumentano persino l’impatto. Una gran bella botta.

Mike Watt
Mike Watt foto David Ensminge (2019)

Sempre per la succitata serie, il 3 giugno 2021 è arrivata un’altra particolare uscita targata Deerhoof. Satomi Matsuzaki, Ed Rodriguez, John Dieterich e Greg Saunier, che quest’anno ci hanno decisamente colpito con Actually, You Can – un album come non se ne sentivano da un po’ dalle loro parti – hanno pubblicato in versione digitale anche il Sandwich EP. Come se fossero due fette di pane, l’inizio e la fine sono a cura dei Deerhoof, che aprono rivestendo Don’t Talk Like delle Sleater-Kinney di una maestosità dissonante, ad aggiungervi una convincete profondità, e chiudono con una versione indie punk etimologica, e con tanto di fischietto originario, di Hitch-Hike, anthem della storica post-punk band svizzera degli anni ’80 LiLiPUT (tra l’atro Klaudia Schifferle di Kleenex e LiLiPUT è tornata quest’anno, sempre via Kill Rock Stars, con l’omonimo debutto della sua nuova band, ONETWOTHREE). Il companatico è invece affidato a 4 tracce di artisti che rileggono altrettanti brani dei Deerhoof: Nels ClineYuka Honda e Ches Smith si lanciano in una malinconica versione cinematica di Jagged Fruit, tra speziature avant e diramazioni lounge dal sapore latinoamericano; gli Shutups deviano in chiave hard punk con tanto di riffoni la mitica Milk Man; Kaylee e Kynwyn Sterling offrono una versione garage olympionica di The Tears and Music of Love; e infine Dave Depper dei Death Cab For Cutie si lascia andare a una corrosiva scorribanda glam rock per Twin Killers. Belle cose per chi non si accontenta del solito.

Per quanto riguarda i regali da incartare sotto l’albero, cade a fagiolo Noël, il singolo natalizio digitale dei Boris, un omaggio, come dice la band nella nota stampa, «per tutti coloro che sono sottoposti alle restrizioni dovute al COVID-19 sperando che questo sia l’ultimo Natale da trascorrere in tempo di pandemia». Lavoro che apre con una buona rivisitazione a cura della songwriter inglese Lauren Auder e del produttore francese Dviance del brano Pardon?, tratto da New Album del 2011 del trio giapponese. Pezzo arricchito di soffuse tonalità post-punk in linea con la psichedelia notturna di Drowning by Numbers, primo estratto diffuso dai Boris in vista del nuovo album, W, in arrivo nel 2022. Decisamente molto più in tema con slitte e renne è invece la cover dello storico singolo del 1984 degli Wham!, Last Christmas, che Takeshi, Wata e Atsuo rileggono in chiave shoegaze rumorista, ovvero come sommergere il candore natalizio sotto quintalate di feedback. Per quest’anno è tutto. Buon ascolto.

Boris
Boris, foto per la stampa di Miki Matsushima (2021)
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare