Evoluzione (senza rivoluzione)
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Luca Barachetti
- 9 Febbraio 2011
“Pop non è una parolaccia, anzi il pop è una cosa nobilissima”. Anche il pop italiano, la tradizione più o meno cantautorale del nostro Paese, che pare essere l’ultimo approdo di Cristina Donà. Almeno dal precedente La quinta stagione, ma con dei chiari segni di germinazione anche nello splendido Dove sei tu, la cantautrice milanese ha abbandonato le irrequietudini avant di Tregua e Nido, come confermava lei stessa al nostro Stefano Solventi in un’intervista proprio ai tempi dell’uscita de La quinta stagione. Oggi, con il nuovo Torno a casa a piedi, il percorso è lo stesso, semmai ancora più accentuato verso una classicità che cita i nomi buoni degli ultimi quarant’anni di songwriting nostrano:
“Avevo voglia di rispolverare le mie origini italiane per quanto riguarda la musica. In questo recupero c’è sicuramente un qualcosa di anagrafico, dato che è tipico di tutti gli artisti che facevano parte dell’underground come me l’aver combattuto in gioventù le proprie origini, magari per trovare una strada più internazionale e apparentemente meno provincialista. Negli ultimi anni invece ho ascoltato tanta musica italiana, Battisti, Conte e Battiato soprattutto, e a questo punto volevo inserirli nella mia musica”.
Una così forte influenza cantautorale non poteva non modificare qualcosa anche nei testi, oggi narrativi come non mai: “Mentre iniziavo a scrivere le canzoni per questo nuovo lavoro sentivo la necessità di trovare un linguaggio un po’ diverso dal mio solito, un qualcosa che fosse meno legato alle immagini e più al raccontare. Le immagini sono veloci, istantanee e più facili da gestire, mentre narrare una storia nei pochi minuti di una canzone è più difficile. Comunque ci ho provato”.
Ma Torno a casa a piedi non è solo un voltarsi indietro verso le proprie origini. E’ anche una ricerca di nuove gradazioni, magari con aiuti inattesi: “Ho cercato di dare alle canzoni dei colori nuovi, che non ci fossero mai stati prima d’ora nelle cose che ho fatto. A tal proposito l’incontro con Saverio Lanza è stato fondamentale: Saverio è un musicista con il quale fino a qualche anno fa non avrei mai pensato di collaborare perché aveva sempre lavorato con artisti non esattamente sulle stesse onde del mio percorso musicale (Biagio Antonacci, Piero Pelù, Vasco Rossi, ndr). In realtà non lo conoscevo bene. Mi sono fidata e lui ha lavorato molto bene sia sulla stesura musicale dei brani insieme a me sia su alcuni arrangiamenti”.
Come quello di In un soffio, sorta di marcetta al crocevia di influenze varie che vanno dallo ska, al folk dell’Est Europa, a Celentano (“L’intuizione di arrangiarla in levare è venuta a lui seguendo l’atmosfera di Azzurro, che non è in levare ma ha lo stesso senso di leggerezza”) o ancor di più quello del primo singolo Miracoli, per certi versi sorprendente: “Miracoli è un singolo che vuole rappresentare le intenzioni del disco. A partire dalla ricerca di nuovi colori musicali arrivando all’uso dei fiati, che è ricorrente anche in altre tracce. Qualcuno ha parlato di arrangiamento beatlesiano, in realtà io ci sento molto le sigle televisive delle trasmissioni della mia infanzia, ci sento Quando la banda passò (titolo originale La banda, ndr) e altre canzoni italiane che fanno parte del mio dna e che tutt’oggi risultano composizioni validissime al di là di una certa leggerezza da intrattenimento”.
Arrivare a parlare di Miracoli con Cristina è anche l’occasione per chiederle conto di un certo ottimismo – parola abusata e come vedremo fuori centro – che aleggia in alcuni dei testi di Torno a casa a piedi: “E’ vero che questo brano come altri ha al suo interno una certa positività, ma non credo che ottimismo sia la parola giusta per definirne lo stato d’animo. Io non sono ottimista, però in questo disco ho cercato di guardare il bicchiere mezzo pieno, ho proprio fatto lo sforzo di osservare le cose da un punto di vista diverso e di raccontare quelle totalmente negative con una vena di maggior leggerezza, in modo che il messaggio possa arrivare meglio, senza pesantezze. Mi piace scommettere su questa cosa, anzi per tutta una serie di motivi legati a questo periodo della mia vita ho proprio deciso di essere così”.
Una lievità che si accompagna ad una concentrazione sempre maggiore sulla quotidianità e sui dettagli, scelta che si rivela quasi “politica” in tempi di banalizzazioni di massa e di contrapposizioni pro/contro su ogni argomento: “Non è un periodo questo, e mi riferisco alla quotidianità di tutti i giorni come alla nostra situazione politica, dove si badi molto ai dettagli e alle sfumature. E invece credo che si dovrebbe tornare a queste cose. A me è sempre piaciuto osservare le situazioni attraverso i particolari, ad esempio attraverso l’accostamento di immagini che dessero l’idea di essere dei dettagli di una fotografia. In questo disco, avendo scelto di narrare, la cosa emerge ancora di più e fa la differenza”.
Quella di Cristina è una contrapposizione netta, che si trasforma poi in un invito ad occuparsi del microscopisco in ogni situazione: “Oggi nella comunicazione pare che il macroscopico abbia vinto, io preferisco fare un passo indietro decidendo non di perdermi ma di non perdermi alcuni dettagli, perché i dettagli sono importanti. E poi credo che si debba sempre partire dal piccolo e prendersi cura delle piccole cose. Sono iscritta ad Amnesty International e ad Emergency ma non serve a nulla farlo se poi in casa si risponde male a qualcuno o non ci si prende cura dei propri famigliari”.
Insomma la Cristina Donà di Torno a casa a piedi pare aver scelto, piuttosto che la rivoluzione, un’evoluzione consapevole, in linea con la maturità e con le ultime importanti esperienze vissute – dopo la morte del padre che ha dato il là ad alcune canzoni de La quinta stagione, qui è la nascita di un figlio che riecheggia in un brano come Bimbo dal sonno leggero. Eppure c’è chi la definisce un’artista nuova: “Si sta parlando di una nuova Cristina Donà ma in realtà per me tutto questo fa parte di un percorso continuativo, non è una rivoluzione. Ci sono delle cose in questo disco che prima non ci sono mai state, ma anche negli altri album c’era qualcosa di nuovo rispetto a prima. La mia è un’evoluzione. Oggi sono tornata ad una scrittura classica, narrativa, con il prossimo disco magari riprenderò a scrivere canzoni storte come ai tempi di Nido. Chissà, vedremo…”.
