The season of the witch
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Diego Ballani
- 31 Gennaio 2011
Sembra davvero che le streghe siano tornate in questo primo scorcio di millennio. Dalle visioni orrorifiche della Witch House al liricismo gotico di Zola Jesus e U.S. Girls, stiamo assistendo alla rinascita di un immaginario esoterico che è fin troppo facile collegare alla sensazione immanente di crisi sociale e spirituale.
A complicare il quadro arriva la più curiosa fra le next big things che infestano le pagine delle riviste. Apparsi praticamente dal nulla e con un nome mutuato da una fiaba danese, quello degli Esben & The Witch è un sound apparentemente alieno alla realtà che li circonda: “Non credo che la nostra musica sia indicativa della scena di Brighton. Naturalmente amiamo la nostra città, la sua tranquillità, il mare e il fatto che pulluli di progetti creativi“. A parlare è Rachel Davies, erinni dalla vocalità potente ed evocativa. Il suo salmodiare solenne su paesaggi sonori costituiti da gelide lastre electro e perforanti rumorismi, contribuisce in maniera determinante all’atmosfera da bosco infestato che si respira nei brani della band.
Il 2010 è stato un anno prodigo di soddisfazioni per i tre: hanno catalizzato l’attenzione aprendo, fra gli altri, per XX, Fiery Furnaces e Deerhunter, ovvero alcune delle compagini più interessanti (ed hyped) del panorama indipendente: “Sono tutti gruppi che amiamo – precisa Rachel – ma da cui ci sentiamo profondamente differenti“.
Dovendo dare un nome alle loro influenze non temono di citare i Godspeed You! Black Emperor, ma anche HEALTH e Aphex Twin, a cui si devono le estremità più sperimentali del loro sound. A colpire però sono i testi d’ispirazione ossianica, che rifiutano la pompa pre-raffaellita delle band del ghetto goth. “Vogliamo solo creare musica interessante e le sonorità più oscure risultano per noi le più intriganti.”
Ai richiami letterari si collega poi un uso spregiudicato della messa in scena che dal vivo si esprime in una raffigurazione teatrale della loro musica (“Ci piace creare suspense e oscurità – afferma Rachel – tentare di separare gli spettatori dall’ambiente che li circonda“); mentre su video da sfogo al lato più cinematico del progetto, portandone a compimento l’estetica, come testimonia il corto di Marching Song, scioccante cronaca della progressiva tumefazione dei volti dei tre. “Nasce tutto da una mia idea. – conclude Rachel – Confronto, forza, resistenza: sono tutte emozioni che volevamo comunicare con efficacia e semplicità. Siamo felici di esserci riusciti.“
