Di colibrì sul fondo dei crateri

Hummingbird, sophomore in studio dei Local Natives, è un disco destinato a dividere. Meglio ancora: è un disco che, a pochi giorni dall’uscita, ha già iniziato a dividere. C’è chi – come il nostro Stefano Solventi – fatica a collocarne la proposta su un piano davvero irrinunciabile, ma anche chi – l’editor di Pitchfork Ian Cohen – si appoggia alla presenza di Aaron Dessner in cabina di regia e lo proclama “la risposta di Los Angeles ad Alligator”. Senz’altro il nuovo album mostra una crescita importante sul piano strettamente musicale, vuoi anche soltanto per l’ampliamento del parco influenze in ballo e l’abbandono degli stereotipi e banalità indie presenti sul debutto Gorilla Manor (2009). Ci siamo quindi presi la briga di scambiare quattro chiacchiere con il chitarrista Ryan Hahn, indagando certo sull’apporto della sua controparte nei National, ma anche – leggi: soprattutto – scoprendo una band che rifugge i paragoni facendo leva proprio su quei tratti che, in musica, spesso e volentieri si preferisce nascondere: le fragilità.

Come è partita la collaborazione con Aaron Dessner?

Siamo stati in tour coi National alla fine del 2012 e abbiam fatto subito amicizia con Aaron. Ad un certo punto del tour è saltato fuori il discorso riguardante la possibilità di lavorare insieme e, al momento di dover decidere il produttore a cui rivolgerci, abbiamo deciso di prendere in considerazione la sua offerta. Quando l’abbiamo infine contattato via mail era in vacanza alle Hawaii, eppure ci ha risposto immediatamente per dirci di sì e che era carichissimo all’idea di entrare in studio con noi: fantastico.

Siete soddisfatti del risultato? Quali sono le caratteristiche di Aaron come produttore?

Siamo veramente entusiasti del risultato ed è stato uno splendido rapporto lavorativo. Siamo entrati in sintonia sin da subito e potevamo essere brutalmente onesti e mandarci all’inferno a vicenda. Lo paragoniamo ad un fratello maggiore perchè è proprio così che ci si sentiva. Ci è stato di grandissimo aiuto perchè non è il tipo che pensa troppo alle cose e ha permesso quindi che durante le registrazioni rimanesse un giusto livello di improvvisazione e imperfezione. È riuscito persino a tirarmi fuori un guitar solo: mai avrei pensato fosse possibile. È inoltre molto più a suo agio in studio rispetto a noi, principalmente perchè è solito trascorvi molto più tempo all’interno e, grazie alla sua esperienza, abbiamo potuto passare molto più tempo a sperimentare in studio, piuttosto che ritrovarci tutto pronto e scritto in anticipo.

Raccontateci qualcosa dell’ATP organizzato da Matt Berninger a cui avete partecipato.

È stato uno dei festival più unici in cui ci siamo mai ritrovati a suonare. Era in questo bizzarro resort inglese sulla spiaggia e siamo rimasti lì per tutti e tre i giorni perchè capitava esattamente alla fine del tour che avevamo in corso. Abbiamo visto suonare e passato un sacco di tempo insieme a moltissime band con cui avevamo fatto amicizia negli anni.C’era un’atmosfera quasi da piccola comunità. Taylor (Rice, ndr) era solito svegliarsi presto e giocare a calcio con la gente presente al festival e i ragazzi delle altre band. Se avrete mai la possibilità di andare ad un ATP, vi consiglio caldamente di farlo.

Da fan dei Wilco, ci piace pensare che dietro al titolo Hummingbird vi sia un tributo al loro capolavoro contenuto in A Ghost Is Born. Volete dirci cosa ci sta dietro in realtà?

È una buona congettura, siamo anche noi tutti grandi fan degli Wilco (potrebbe mai essere il contrario?, ndr), ma sfortunatamente non è da lì che viene il titolo. Esso proviene da un verso di Colombia“A hummingbird crashed right in front of me / And I understood all it did for us” – ed ha uno specifico sginificato sia per la canzone stessa che, in generale, per l’intero album. Abbiamo passato moltissimi alti e bassi negli ultimi anni ed è tutto in qualche modo documentato all’interno del disco. Ci sono momenti più esaltanti e festanti rispetto al nostro primo album, ma ci sono anche momenti più cupi e fragili. I colibrì (‘Hummingbirds’ in inglese, ndr) ci sembravano semplicemente perfetti per rappresentare questo tipo di dicotomia.

C’è un motivo dietro alla scelta di creare il nuovo disco a Brooklyn invece che Los Angeles?

Aaron ha un piccolo, ma splendido studio nella sua rimessa a Brooklyn. Quando abbiamo deciso di lavorare con lui, ha semplicemente preso senso che facessimo la maggior parte delle registrazioni lì. Avevamo comunque già passato circa dieci mesi scrivendo nel nostro spazio prove, per cui resta perlopiù un disco marchiato da Los Angeles. Eravamo in ogni caso gasati dalla prospettiva di scappare da tutte le distrazioni delle nostre vite personali ed andare in un posto dove potessimo focalizzarci esclusivamente sulle registrazioni. Non abitiamo più insieme ad LA, ma è stato bello vivere di nuovo nella stessa casa durante le registrazioni. Ci ha davvero permesso di isolarci dal mondo esterno e concentrare tutte le nostre energie sull’album. Col senno di poi, riuscire ad uscire fisicamente dalle nostre “comfort zones” vivendo altrove, nello stesso modo in cui già stavamo cercando di muoverci musicalmente in nuovi territori, è stato, oltre che piuttosto cool, anche un gran bene.

Brooklyn è anche la casa madre dei Grizzly Bear, band cui siete spesso accomunati. Come vivete questi paragoni?

I paragoni in genere possono essere davvero frustranti, ma sfortunatamente sembrano essere una parte inevitabile legata al far musica. I Grizzly Bear sono una band incredibile, quindi se qualcuno sente proprio il bisogno di fare un paragone, penso che siamo davvero in ottima compagnia.

Come è stato scrivere, questa volta, in quattro?

Siamo sempre stati una band molto collaborativa. La maggior parte di noi è polistrumentista quindi è spesso sfocata la linea che suddivide chi suona cosa quando lavoriamo sulle canzoni. La principale differenza questa volta è stata che non potevamo suonare una canzone completamente dal vivo tutti insieme in una stanza, quindi abbiamo passato più tempo a registrare e sperimentare. Questo ci ha permesso di scrivere canzoni in modi differenti ed utilizzando nuovi strumenti, specialmente molti più synth e drum samples.Quando abbiamo raggiunto il vero studio a Montreal (per il pre-tracking, ndr) e Brooklyn, ci siamo concentrati sulla produzione più di quanto avevamo fatto per il primo disco. Il nostro obiettivo era di far suonare questo disco esattamente come volevamo senza essere troppo preoccupati di come saremmo riusciti a riproporlo dal vivo.

Le principali influenze alla base della scrittura di Hummingbird sono le stesse di Gorilla Manor o nel frattempo sono subentrati degli ascolti che si sono rivelati poi determinanti per definire il suono di quest’ultimo LP? A noi pare che loro spettro si sia ampliato: in Three Monts ci abbiamo sentito persino i Sigur Ros!

Corretto. Ci siamo davvero aperti a una tavolozza di idee ben più ampia questa volta. Abbiamo usato un sacco di tonalità e strumenti differenti che non avremmo mai accettato di inserire in Gorilla Manor. Abbiamo ascoltato moltissimo band come PortisheadBlurNew Order,The Smiths,The Stone Roses e cose di questo tipo. Durante la scrittura del primo disco abbiamo ascoltato moltissimo Ziggy Stardust e Hunky Dory, mentre questa volta ero letteralmente ossessionato da tutti gli album del Bowie di fine seventies, da Station To Station a Scary Monsters.

Chi ha realizzato l’artwork di copertina? Cosa rappresenta per voi?

Abbiamo creato noi stessi l’artwork ancora una volta. Matt (Frazier, ndr) si è occupato dell’intero packaging. La cover è una foto fatta da me mentre gli altri ragazzi scalavano il tetto della nostra sala prove e ci ha fatto ridere la prima volta vedere la grandiosa espressione del volto di Kelcey (Ayer, ndr) mentre combatte per arrampicarsi. Nel corso del tempo poi ha assunto una vita propria e sembrava adattarsi perfettamente ad ogni canzone dell’album. Per quanto mi riguarda, rappresenta come sono andate le cose negli ultimi anni, passando attraverso periodi molto difficili lottando per uscirne fuori più forti di prima.

Com’è l’ambiente Frenchkiss? Pensate sia la vostra dimensione perfetta?

È grandioso perchè Syd, il proprietario della label, è anche membro di una band (Les Savy Fav) e quindi capisce al volo le nostre necessità e ci possiamo relazionare facilmente. È una piccola realtà piena di persone cool e appassionate ed è perfetta per una band come la nostra che può così mantenere il controllo su tutto. Ci basta alzare la cornetta e discutere le cose direttamente con loro, senza un sacco di intermediari o “posti di blocco creativi”.

Cosa state ascoltando in quest’ultimo periodo? C’è qualche band, magari ancora non salita alla ribalta delle cronache, che vorreste consigliarci?

Sto ascoltando moltissimo i Clash, specialmente Combat Rock e Sandinista. Per quanto riguarda le novità invece, sono un grande fan di King Krule (anche nei nostri Ones To Watch 2013, ndr). Qualsiasi cosa faccia uscire è materiale unico e creativo. Lo consiglio fortemente se non ne avete ancora sentito parlare.

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