Grohl
Dave Grohl e Giorgia Surina, TRL Italia (still 2002)

Quando Dave Grohl schifò (letteralmente) i Gemelli Diversi a TRL Italia nel 2002

Chi si permetterebbe di dire a un collega che fa letteralmente “schifo”? All’inizio degli anni Zero nel panorama dell’intrattenimento musicale televisivo italiano c’era ancora spazio per qualche simpatico commento fuori onda e soprattutto c’erano ancora trasmissioni che parlavano di musica e musicisti. Sì, perché la musica era una fetta importante del mercato televisivo e sulla scia dei primi esperimenti catodici degli anni ’80 nacquero diverse strisce dedicate a un panorama molto seguito dagli appassionati che – era proprio così – compravano i dischi. Non era nemmeno troppo strano che l’underground più sfrontato facesse qualche capatina in un territorio prettamente mainstream, creando insoliti connubi nei palinsesti; del resto era anche il periodo del rock italiano che combatteva con il coltello tra i denti e internet era molto lontano dal divenire dominante nella dieta mediatica degli allora semplicemente “telespettatori” – circostanza ben romanzata dai The Jackal in Generazione 56 K e dal blockbuster C’è posta per te del 1998, con Meg Ryan e Tom Hanks. Ah, e poi si leggevano anche le riviste, le fanzine e non era affatto insolito che si digerisse ammazzando il tempo con la visione di TRL Italia.

Ma partiamo dall’inizio. In Italia, la primissima emittente interamente musicale fu la toscana Videomusic, che dal 1984 a metà anni Novanta trasmise migliaia di videoclip inaugurando un nuovo modo di fare TV, con trasmissioni innovative e copertura dal vivo di artisti in tournée nel Belpaese, roba che finiva registrata in VHS imparati a memoria, oggetti di culto oggi introvabili, scambiati sulle rubriche dei giornali musicali dell’epoca. Non si può poi non menzionare la copertura puntuale di festival all’avanguardia come Arezzo Wave e nondimeno quel Roxy Bar dell’oggi chiacchierato GabrieleRed Ronnie” Ansaloni che, a prescindere dalle critiche, ha fatto passare per il tubo catodico realtà originali e importanti dal punto di vista internazionale, ma poco presenti nei palinsesti generalisti. Senza contare poi gli appuntamenti fissi per i cultori delle allora sonorità indipendenti, come Segnali di Fumo (con una giovane Paola Maugeri) oppure il competente Indies che diffondeva pionieristicamente il verbo di Faith No MoreRollins Band, o degli italiani Acid Folk Alleanza e Raw Power, giusto per citarne qualcuno.

Se Videomusic è stata la precorritrice di una tendenza, non è stata di certo un caso isolato: Raidue si accaparrò il format inglese Top of The Pops, Italia 1 nella metà dei ’90 confezionava Jammin e nel ’97 fu lanciata anche l’emittente Match Music. Tornando alle sopracitate strane mescolanze tra underground e pop, ricordiamo anche la breve parabola de Il Muro, su Odeon TV, altro spazio televisivo quotidiano condotto da Mario Nutarelli, Massimo Coppola, Petra Loreggian e Valeria Sgarella, andato in onda tra il ’97 e il ’98 con un taglio più indipendente (a calcarne il palco dei giovanissimi Verdena, o ancora Massimo Volume, Scisma, Baustelle, Il Grande Omi, Senza Benza, Virginiana Miller e quant’altro di meglio offrisse in campo rock la scena nostrana dell’epoca). A questi va aggiunto anche quel contenitore non meglio identificato che fu Com’è su Tele+1 — tra i suoi presentatori anche il commentatore sportivo Fabio Caressa — capace di dare spazio sia a gruppi alternativi (Zona, Prozac+, Maisie), quanto ad approfondimenti di argomenti squisitamente pop come l’oroscopo.

Altri input giungevano dal satellite: già negli anni ’80 qualche fortunato poteva captare il segnale della britannica Music Box e dal 2002 in poi buttarsi su Deejay TV, apripista per tutta una serie di canali che si affiancavano a gruppi radiofonici major e che con l’indie non avevano molto cui spartire. Con l’avvento massivo del web, tutte queste proposte perderanno l’appeal sul pubblico teen, finendo per chiudere o trasformarsi in TV generaliste con target ben diversi.

E poi c’era MTV Italia, che iniziò a trasmettere sulle frequenze di Rete A, emittente al tempo sinonimo di televendite e cartomanti. Dopo pochi mesi di vita, il canale crebbe a dismisura e diventò il punto di riferimento della TV musicale italiana. Agli esordi era allineata al palinsesto dell’edizione europea (fra gli altri programmi Dancefloor Chart, Brand:New e MTV Supersonic), mentre col passare del tempo fece emergere facce nuove, che parlavano in italiano e si destreggiavano bene anche con la lingua inglese. Nacque così la figura del VJ, TV star da subito amate dal pubblico quasi al pari dei musicisti: fra i più importanti ricordiamo Enrico Silvestrin, Andrea Pezzi, Mao (leader del gruppo Mao e La Rivoluzione, tornato in attività nel 2020 con i singoli Velenosa e Scusa caro vicino), Fabio Volo, Victoria Cabello, Camila Raznovich, Giorgia Surina, Marco Maccarini, Alessandro Cattelan e Paola Maugeri . Un mondo che sembra distante anni luce dall’infinite scroll di Tik Tok, ma che ha portato un cambio di stile radicale grazie a intuizioni brillanti su grafica e modo di porsi nei confronti dell’ascoltatore, contribuendo a svecchiare la televisione, ibridando linguaggi e media diversi, mantenendo tuttavia (se non per eccezioni che andavano in onda a orari disumani) la proposta musicale su un pop rock per lo più buonista, che nei Red Hot Chili Peppers, nei Coldplay e negli sgoccioli del nu-metal degli Audioslave trovava i suoi alfieri più rappresentativi e trasgressivi.

Una delle trasmissioni di punta di MTV, forse la più popolare dall’intero panorama televisivo, era TRL Italia, basata sul format americano Total Request Live, che andava in diretta ogni giorno nel primo pomeriggio dagli studi milanesi di MTV, quelli che si affacciavano su Piazza San Babila. Da qui, lungo un decennio abbondante (1999 – 2010), sono passati innumerevoli artisti del panorama mainstream internazionale, come Mariah Carey, Korn, Britney Spears, Cranberries, Ricky Martin, e protagonisti italiani come, tra i tantissimi altri, Ligabue, Carmen Consoli, Lunapop, Paola e Chiara e Almamegrettanel complesso, quindi, una proposta molto diversa e più rassicurante rispetto al sopracitato Il Muro. Un programma che si inseriva comunque nel percorso di promozione della musica dal vivo realizzando il suo carattere pre-social con una strategia basata su una formula semplice ma efficace: artisti in studio con VJ a intervistarli, un VJ mediatore che coglieva l’eccitazione dei giovani fan radunatisi nella piazza sottostante in attesa che i loro beniamini si affacciassero dallo “storico terrazzo” e i telespettatori che intervenivano in diretta attraverso gli SMS. Un dispiegamento di energie impensabile oggi ai tempi dello streaming online, delle dirette Instagram e dell’ormai quasi obsoleto Facebook, ma che al tempo creava un ponte non indifferente tra l’acquisto di un disco e il vederne de visu – più o meno – l’autore.

Uno degli episodi più divertenti menzionati all’inizio accadde proprio durante una puntata del programma in questione, ovvero quella dell’11 dicembre 2002 in cui Dave Grohl, subito dopo l’esibizione della boy band pop rap Gemelli Diversi, forse pensando di avere il microfono ancora spento, commentò la coda del brano in italiano usando le raggelanti — per la diretta — parole: «Che schiffo». Vi lasciamo poi gustare l’imbarazzo della conduttrice Giorgia Surina, nel vano tentativo di glissare sul caustico (e onestissimo) commento di Grohl con un improvvisato e rocambolesco aneddoto sulla canzone La Mia Moto di Jovanotti. Il frontman – in realtà più divertito come un bimbo dispettoso che costernato – ha quindi aggiunto – e con tanto di sorrisetto sardonico – un bel «sorry, I’m just practicing my, ehm.. italian». Successivamente la discussione ha affrontato il processo compositivo dei Foo Fighters, la gestazione di nuovi pezzi nello studio casalingo e della label indipendente che permetteva al gruppo di esprimersi in piena libertà creativa.

Grohl era a Milano per il tour di One By One, quarto lavoro in studio dei Foo Fighters e tra la fine del 2001 e i primi mesi del 2002 aveva suonato come batterista nelle registrazioni di Songs for the Deaf, l’acclamato album dei Queens of the Stone Age.

Sulle nostre pagine potete recuperare la recensione dell’ultimo disco Medicine At Midnight dei Foo Fighters, firmata da Valerio Di Marco, ma anche quelle Classic dei tre album in studio dei Nirvana, Nevermind, Bleach e In Utero.

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