Da Londra con amore

A distanza di diciotto mesi dalla pubblicazione del folgorante debutto What did you expert from The Vaccines? che li ha portati sul podio di diverse classifiche inglesi ed internazionali, i The Vaccines, la Best New Band del 2011 di NME per ben tre volte cover story del popolare magazine britannico, torna alla ribalta. Cogliamo l’occasione per intervistare Justin Young (voce) e Freddie Cowan (chitarra) negli studi milanesi di Sony, in attesa della definizione delle nuove date del tour. La band, nel frattempo, ha già fatto uscire un nuovo lavoro, Come Of Age, album che sta raccogliendo pareri contrastanti tanto quanto l’esordio. Di sicuro, il mese scorso, l’esibizione alla prima edizione A Perfect Day Festival di Villafranca di Verona ha convinto anche chi era partito con qualche perplessità. Freddie Owen lo ricorda come uno dei live migliori di sempre e nell’intervista si intrecciano altri curiosi temi e aneddoti: il rapporto con il successo, le critiche ricevute dalla stampa e, soprattutto, le differenze con il primo lavoro che, come il frontman Justin Young tiene a precisare, “è profondamente diverso anche solo per gli avvenimenti personali accaduti ai membri della band”.

Ho visto il vostro concerto all’A Perfect Day a Villafranca di Verona lo scorso agosto. Come vi sono sembrati i vostri fan italiani?

Justin: Gli italiani sono fantastici. Era la prima volta che suonavamo in Italia e ci siamo divertiti moltissimo.
Freddie: E’ stato fantastico davvero, forse uno dei miei concerti preferiti di sempre perché il posto era bellissimo. Il castello era stupendo e ci siamo davvero divertiti durante il concerto dei Franz Ferdinand. E’sempre bello vederli live. Ed è vero, amo gli italiani. Torneremo sicuramente.

Siete tutti giovanissimi e siete stati travolti dal successo. È stato difficile gestirlo?

J: Veramente credo che non si sia trattato di un successo così inaspettato e travolgente, almeno non per noi a livello individuale. Sai, eravamo in tour da più di un anno prima del lancio del nostro primo album. Ho suonato nella mia prima band quando avevo undici anni e ho cominciato a andare in tour quando ne avevo diciotto, poi ho iniziato coi The Vaccines a ventitrè. Anche quando sono nati i The Vaccines stavamo già scrivendo da più di un anno, quindi era una cosa che facevamo per noi stessi. Abbiamo comunque fatto gavetta, non è che ci siamo ritrovati a suonare il nostro primo concerto alla Brixton Academy! Senza dubbio è successo tutto molto in fretta, ma quando ci sei dentro il tempo passa più lentamente di quanto sembri dal di fuori.
F: A noi è parsa un’eternità perché eravamo così impegnati! Abbiamo girato tutti i pub all’inizio, poi i club… anche se non per molto.

Il vostro primo album ha vinto moltissimi premi ma siete anche stati criticati pesantemente. Molti pensavano che foste l’ennesima band destinata a cadere nel dimenticatoio. Avete sofferto questi giudizi negativi?

F: Penso che chiunque si trovi in questo ambito abbia sperimentato questa bipolarità di giudizio. Sto pensando ad esempio ai Radiohead: Kid A è stato valutato con mezza stellina su Billboard ma dieci sul Time! Non che voglia paragonarci ai Radiohead, ma è così, è parte di quello che facciamo.
J: Preferisco far parte di una band che deve dimostrare di valere qualcosa che di una con una sorta di pass, idolatrata dalla gente qualsiasi cosa faccia. Ci sono gruppi che sono apprezzati sempre e comunque, ma penso che così sia troppo facile.

Raccontatemi com’è nato il vostro ultimo disco.

J: Abbiamo continuato a scrivere dopo il lancio del nostro primo album e poi a Natale abbiamo deciso di registrarne un altro. Abbiamo scelto come produttore Ethan Johns e lui ha scelto noi. Ci sono volute circa quattro settimane, più o meno come per il primo album. Volevamo semplicemente catturare l’essenza della band e mostrare chi siamo adesso, come suoniamo, come ci relazioniamo gli uni con gli altri, come scriviamo i pezzi. È una specie di disco live, sebbene sia stato registrato in studio. Abbiamo cercato di renderlo il più possibile genuino. Abbiamo preso le undici canzoni migliori che avevamo e ci siamo sentiti in grado di fare un buon album. È stato un processo logorante, ma ne è valsa davvero la pena.

Secondo voi qual è la più grande differenza tra Come of Age e l’album precedente?

J: Undici canzoni diverse? Scherzo. Penso che ci sia un retroscena più profondo. Penso che il sound sia davvero più genuino. Il nostro approccio a questo album è stato molto diverso, sia per quanto riguarda il sound che per il nostro modo di lavorare insieme. È molto più espressivo, più dinamico, le canzoni sono più variegate e penso che siano migliori. È difficile per me dire cosa ci sia di diverso, ma in effetti non lo avremmo nemmeno registrato se non lo avessimo giudicato diverso.

Justin, sei stato operato alle corde vocali e hai perso la voce per un paio di settimane. Questo ha in qualche modo influenzato la registrazione del nuovo album?

J: Assolutamente sì. L’approccio è più cauto, sono più consapevole della mia voce e del modo in cui posso e devo usarla. Penso che abbia davvero tratto beneficio da questa esperienza. L’album è più maturo, più appassionato. Insomma, non tutti i mali vengono per nuocere.

Avete suonato in apertura per molte band, penso ad esempio agli Arcade Fire e a The Stone Roses. Pensate che un’esperienza simile sia importante per un gruppo giovane come il vostro?

F: Assolutamente. Ti apre davvero gli occhi. Tendenzialmente si crede sempre che la propria band sia la migliore, quindi è molto utile andare in tour con band che possono insegnarti qualcosa. In realtà chiunque può insegnarti qualcosa, è davvero molto importante sperimentare realtà diverse.

Quali sono le band che hanno influenzato la vostra musica?

F: Agli inizi mi ispiravo molto a Mick Jones dei The Clash, poi a Robert Fripp (King Crimson, Fripp and Eno..).
Justin mi passa il suo iPhone per farmi dare un’occhiata alla sua libreria iTunes. Ci facciamo una risata dal momento che è praticamente identica alla mia: the Beatles, molto Brit-rock, classici e indie-rock.

Qual è l’aspetto peggiore dell’essere sempre in tour?

J: La mancanza delle persone a cui tieni.
F: Io la prendo abbastanza bassa, mi lascio trasportare dagli eventi. Non sono bravo a mantenere relazioni. Non ho nemmeno più un appartamento. Vivo dove mi trovo. Cerco di vedere sempre il bicchiere mezzo pieno, anche se a volte è dura. C’è stato un periodo in cui avevo molta nostalgia di casa, ma poi ho capito che io ero a casa, amo quello che faccio e mi sento a mio agio. Londra è stata la città perfetta per cominciare quest’avventura ed è sempre un piacere tornarci, ma essere in tour è la mia vita, adesso.

Cosa vi aspettate per il futuro?

J: Penso che il fatto di aver fatto un album che giudichiamo migliore del primo possa solo spronarci a fare lo stesso per tutti quelli che verranno in futuro.
F: Vogliamo solo migliorare ancora. Come Of Age non è qualcosa che ci deve impedire di andare avanti. Vogliamo continuare ad evolverci, cambiare e migliorare. La cosa che spero è di continuare a fare le cose esclusivamente per me, senza vendermi al pubblico. Il giudizio altrui è importante, ma la cosa fondamentale è non perdere di vista le cose che davvero contano.

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