Roy Bianco e Die Abbrunzati-Boys
Roy Bianco e Die Abbrunzati-Boys, still dal video “Velocità”

Crucchi Gang, Roy Bianco & Die Abbrunzati Boys. Italian Invasion, fase II

Non siamo bravi a fare marketing. Della British Invasion, in più ondate, non solo sappiamo tutto, ma continuiamo a celebrare il fastoso ricordo, di rimando, da fedeli sudditi dei sudditi rock di sua Maestà britannica, ogni qualvolta la stampa musicale d’oltremanica non ha nulla di nuovo da dire o intende semplicemente alzare la cresta per fare pesare – giustamente – la superiorità del sistema discografico anglosassone (e anche questo è nulla di nuovo).

Se noi italiani fossimo bravi a fare marketing, è un po’ bonariamente bulli, oggi dovremmo sparare titoloni e riempirci la bocca per effetto della Italian Invasion che sta passando tra i nostri patri lidi letteralmente inosservata, benché un piccolo moto di orgoglio nazionale dovrebbe suscitarla. Una invasione che non arriva così lontano come nel Nuovo Continente, ma sconfina in Germania e, musicalmente parlando, o anche meglio cantando, la conquista. Una impresa in fin dei conti dal valore anche superiore alla British Invasion, se si pensa che gli anglo-americani condividono la stessa lingua, mentre tra noi e gli antichi Germani sottomessi da Cesare non c’è alcuna consonanza fonetica, né grado di “parentela”, usi e costumi.

La cosa più sorprendente, però, e anomala, è che nonostante al centro di questo piccolo fenomeno ci sia l’Italia in mille sfumature, e il suo modo più popolare di fare musica e non solo, a scalare le odierne classifiche di vendita dei dischi tedesche – per dirla à la Toto Cutugno, appena scomparso, che pure all’estero ha fatto sfracelli – non c’è un solo “italiano vero”. Senza offesa, tutti crucchi. Per la precisione, Crucchi.

La Crucchi Gang è un progetto firmato da Francesco Wilking (madre romana e padre tedesco che si sono innamorati sul treno per Berlino, ex cantante dei Tele autori di una hit intitolata guarda caso Mario); da Charlotte Goltermann e dal marito Sven Regener, scrittore e musicista. I tre, insieme a un pool di musicisti che ruotano, prendono brani tedeschi e li “coverizzano” dotandoli di testi in italiano e di un suono che pur aggiornato al pop rimanda all’idea della Italo-disco che, per tornare al già citato imperatore romano, negli anni ’80 ha attecchito sull’Europa intera come solo le legioni di Roma erano riuscite nel secoli.

Così Tanzen (di Clueso) diventa Bambolina, e Meine Kneipe (dei Von Wegen Lisbeth) si arrampica in classifica come Al mio locale, le cui parole, strascicate in italiano con un esotico accento tra Amanda Lear e Pasqualino Settebellezze (Giancarlo Giannini per Lina Wertmuller), sono un irresistibile cocktail linguistico/sonoro tra sberleffo, provocazione, denuncia e frivolezza: “Per me è uguale con chi ti muovi / scopati chi vuoi in ogni cesso che ti trovi / fai a modo tuo / mettici il cuore / fatti bella fatti il culo fatti i fatti tuoi / fai come vuoi / ma non portarti appresso i tuoi nuovi amici al mio locale”. In Bungalow, la piega più vignettistica e tradizionale: “Perché non vieni nel mio bungalow / Mamma cucina per tutti”, è bilanciata da un arrangiamento sofisticato: tocchi di sixties lounge, e rimandi alle colonne sonore di Piero Umiliani e colleghi che meritoriamente rivalutati hanno fatto scuola.

Una operazione tutt’altro che convenzionale. Nulla a che vedere con quanto avveniva in Russia, quasi nello stesso periodo, con Ciao! 2020 e 2021. Là il presentatore televisivo Ivan Urgant – poi in fuga per avere manifestato dissenso riguardo all’invasione dell’Ucraina – allestiva una caustica macchietta dell’apparato canoro italiano competitivo che va per la maggiore (il Festival di Sanremo et similia); qui, per i tedeschi, si tratta di una parodia bonaria dettata
dall’amore incondizionato. Una sorta di lunga coda, per suggestioni, del Grand Tour del connazionale Goethe. Perché la musica è il frullatore, ma dentro ci finisce tutto ciò che nell’immaginario collettivo del turismo mordi & fuggi rappresenta il bello dell’Italia da cartolina del boom economico.

Il nuovo album della Crucchi Gang, disponibile in tutti i formati, soprattutto in vinile giallo limoncello di Sorrento, si intitola Fellini. Lo trovate in vendita sul loro sito, naturalmente, e ai concerti sold out. Sven Regener ha detto che “l’Italia è una terra molto amata dai tedeschi. Noi amiamo gli italiani, ma loro non ci amano. Noi ascoltiamo la loro musica pop, ma loro non ascoltano la nostra. Noi andiamo in vacanza da loro, ma loro non da noi. Ma perché? È un affascinante mistero, come lo è spesso anche l’amore”. In amore, infatti, si dice anche che gli opposti si attraggono.

Wilking, invece, fa una disamina storica più contestualizzata e drammatica. “Se come tedesco vai in altri paesi – dice il cantante – e ascolti la musica degli anni ’60 francese o italiana, allora rimani davvero affascinato e pensi ‘è bellissimo, perché noi non l’abbiamo?’ Tutte le persone interessanti che facevano buona musica nella Berlino degli anni ’20 e ’30 erano ebrei”. E tutti sappiamo a quale destino sono andate incontro: uccisi, o espatriati i più fortunati. Gli anni del nazismo hanno fatto tabula rasa culturale, e la “musica popolare tedesca – sostiene ancora Wilking – non è mai più stata così divertente e innocente come lo era nella Repubblica di Weimar”.

Ma i Crucchi Gang non sono un caso isolato. Gli altrettanto scoppiettanti, in fatto di nome di battesimo, Roy Bianco & Die Abbrunzati Boys (e poi dice che i tedeschi difettano di sense of humour), hanno raggiunto la testa delle classifiche di vendita nel 2022 con l’album Mille grazie. Scalzando dalla vetta del podio niente meno che i Red Hot Chili Peppers. L’approccio dei ragazzi “abbrunzati” è diametralmente opposto a quello dei Crucchi Gang. Il video di Velocità, accattivante brano pop dalla presa immediata, è un “sano” campionario di quello che ti aspetti che i tedeschi si aspettano dall’Italia (dei giorni di Fellini): la Vespa, la costiera amalfitana, fatiscenti stazioni di servizio Eni, tramonti sullo scoglio, (un simulacro mal riuscito di ) pizza, il gelato. Il testo è in tedesco, salvo intromissioni di “più bella cosa”, o “Vespa”, o il ritornello martellante “velocità, velocità, velocità…”. Che non può non ricordare Felicità di Al Bano e Romina Power, ovvio. Canzone che nel 1982 ha sostato nelle classifiche tedesche per ben 40 settimane. Numeri da mostri sacri.

E a proposito di rinnovati momenti di gloria, Sarà perché ti amo dei Ricchi e Poveri – i Mamas & Papas “the noiantri” – in questi ultimi tempi hanno sgommato in classifica non solo in Germania ma addirittura in Austria e Svizzera grazie al riflusso generato da Tik Tok. Insomma, l’accoppiata dei media non funziona solo per Kate Bush e Stranger Things. Ma il curioso legame musicale tra Germania e Italia, a noi estremamente favorevole, quasi a senso unico in verità, ha origini ben più remote, che resistono allo scorrere del tempo e soprattutto delle mode.

Basti pensare che i compositori classici tedeschi, Georg Friedrich Handel tra i tanti, scrivevano i libretti per l’Opera in italiano, almeno fino alla fine del 1700 (quando si impose in tedesco Il Flauto magico). Come è altrettanto vero che tali risvolti musicali – o più genericamente culturali se preferite – sono propaggini di eventi storico-sociali di portata ben più ampia. Dopo il tragico accordo del 1946 col Belgio per l’invio di lavoratori impiegati nelle miniere di estrazione del carbone, nel 1955 l’Italia fece qualcosa di simile con la Germania, i cui cittadini a seguito della congiuntura economica favorevole, quasi come a compensare inconsciamente il sacrificio degli emigrati, presero a scendere a frotte in tempo di vacanza verso le italiche sponde che promettevano sole, caldo mare, dolce vita, appassionate notti al chiaro di luna.

Perfino il mito del latin lover oramai andato perduto nel mesto tritatutto della globalizzazione. Il tutto immancabilmente accompagnato con musica romantica e suadente, divertente o ballabile. E il “bel canto” a riverberare da ogni angolo, perfino dai rumorosi meandri dei mercati rionali. La cui massima espressione popolare, e pubblica, era ed è il Festival di Sanremo: la factory di quelle che solo noi, per sputare nel più classico dei modi dentro al piatto nel quale si mangia, additiamo sprezzantemente come “le canzonette”. Quando i tedeschi, i giapponesi, e con loro mezzo mondo, ne fanno una passione smisurata, che non fa distinzione tra alto e basso.

I bavaresi Roy Bianco & Die Abbrunzati Boys che si sono formati sul Lago di Garda – una delle mete imprescindibili per i vacanzieri tedeschi – cantano anche Bella Napoli, Giro, Ponte di Rialto, Capri, o Quanto costa. Per quest’ultima lo sfondo del video è Roma: la scalinata di Trinità dei Monti, Piazza Navona, un tavolo e un bicchiere di vino rosso in una locanda di Trastevere, insegne di “bar” e “pizzeria” un po’ in tutte le inquadrature.

Tra le parole in tedesco sciorinate come un rosario si ergono improvvise come punta dell’iceberg i termini “bambina” e “amore disperato”. Il ritornello che chiede: “Was kostet Amore / quanto costa die Liebe zu dir”. E la strofa che risponde (in tedesco): “Non riesco a trovare la strada di casa, non riesco a trovarti, forse era troppo vino / E in tutti i modi, ti portano qui nella Città Eterna, cosa vuoi di più?”.

Il fascino immarcescibile che emana dall’Italia del boom boom Sixties che non esiste più non si scrosta. Politica, scandalo, crisi, declino, sono vocaboli emendati dal dizionario tedesco-italiano dei teutonici dal cuore tenero che comprano i dischi di Roy Bianco e dei Crucchi Gang. Se vanno al cinema lo fanno per vedere Fellini restaurato; Paolo Sorrentino non sanno chi è.

Nello stesso periodo nel quale gli Abbrunzati Boys si assestavano su altitudini delle classifiche dalle quali probabilmente nelle giornate più nitide si vedevano in lontananza le spiagge romagnole, il giornalista e musicista Eric Pfeil, firma di punta di Rolling Stone edizione tedesca, entrava con Azzurro nella lista dei bestseller di Der Spiegel, una saggio che raccoglie 100 canzoni italiane e racconta perché meritano di essere ascoltate. La canzone italiana tira anche sulla carta, come argomento di approfondita dissertazione. Laddove pratica e teoria si alleano per fornire il massimo godimento dall’esperienza dell’ascolto.

E a proposito della omonima canzone di Paolo Conte portata al successo da Celentano, l’ultima registrazione del “molleggiato”, risalente al maggio di quest’anno, è in coppia con Peter Fox, cantante tedesco dal debutto, titolo Stadtaffe, da oltre un milione di copie. Guarda caso, per alzare l’asticella Fox ha optato per il duetto con un’icona della canzone italiana, che molto fantasiosamente, ma esplicitamente, ha intitolato Toscana Fanboys.

Pare che in questa estate che sta finendo in maniera fiammeggiante, nelle zone altolocate di Berlino non si riuscisse a evitare di incrociare qualcuno che vestiva la parola “Amore”: su t-shirt, borse, persino sui calzini. In realtà un brand, un negozio di Neukölln – quartiere della capitale – ferratissimo sulle Italienische Spezialitäten. Parola, “amore”, che in italiano suona dolce come in nessun altra lingua, almeno alle orecchie tedesche.

Così pensano i Crucchi. Gli Abbrunzati Boys. I Toscana Fanboys. E tanti altri tedeschi che condividendone la tesi li hanno inseriti nel lettore mp3, nella playlist di Spotify, sul giradischi, cercati alla radio. Se è vero, com’è vero, che la Italian pop-disco, a più riprese, a ondate, ciclicamente, si insinua nel cuore d’acciaio della “locomotiva d’Europa”. Una macchina sulla cui Velocità nessuno aveva dubbi, ma in pochi immaginavano così desiderosa di assaporare la parte dolce della vita.

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