Contorni post-rock

Nel mondo della discografia musicale indipendente può capitare che i ruoli si confondano, che i produttori si cimentino nella composizione di musica originale e che gli artisti prodotti diventino collaboratori dei produttori stessi. E’ questo il caso dei Füsch!, progetto nato come per gioco grazie ai due promotori della indie label bergamasca Jestrai Record Mariateresa Regazzoni, alle sue prime sperimentazioni di synth, e Pierangelo Mecca, già batterista di Fiub e Chaos Physique. L’introduzione del basso e della chitarra del polistrumentista Mario Moleri ufficializza l’inizio della storia del gruppo, da cui il battesimo del nome Füsch!, una parola che in dialetto bergamasco significa “levati”, “scansati”, ma “al di là del significato” piace ai componenti del gruppo per via del “suono della parola stessa, che ricorda un’assonanza con la lingua tedesca”.

Un rodaggio a suon di jam session nel sottotetto della casa di Monte Croce (BG) adibito a sala prove e tre giorni di registrazione con il sostegno tecnico di Alessandro Dentico servono a dare alla luce Corinto, il disco d’esordio dei Füsch!. Un concentrato di tetro post rock che esprime le varie preferenze dei musicisti coinvolti e che guarda agli “anni ’70 in tutte le sue molteplici forme: dall’hard rock all’elettronica, dalla psichedelia alla no wave e al rumore”. Ospite d’eccezione per le sovraincisioni di voce, basso e chitarra, una vecchia conoscenza in casa Jestrai: Amaury Cambuzat (Ulan BatorFaust). Quest’ultimo nel 2005 ha pubblicato l’ottavo disco degli Ulan Bator Rodeo Massacre e oggi partecipa assieme a Pierangelo Mecca al progetto dei già citati Chaos Physique.

Sembrerebbe così aggiungersi un tassello al paesaggio sonoro bergamasco, sempre più connotato dalla fioritura di gruppi strumentali dalle sonorità cupe, financo spettrali, vedi alla voce Verbal, i concittadini math-oriented. Tuttavia i Füsch!, che considerano gli altri gruppi italiani “un po’ un circolo chiuso”, non ambiscono affiliarsi ad alcuna corrente contemporanea preferendo “l’idea di rappresentare noi stessi il nostro stesso genere”. Un genere indefinibile, versatile, che potrebbe proporsi tanto come colonna sonora – come successe alle musiche dei Goblin per i film di Dario Argento – quanto rimanere il divertissement di una band che mette la propria “musica a conoscenza di altri solo […] [per] personale soddisfazione” e che ha già in cantiere il materiale per il secondo lavoro.

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