Black Heart Compathia
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Nicolas Campagnari
- 6 Ottobre 2007
Non che si voglia fare del gossip di terz’ordine, ma l’assidua frequentazione tra Ben Chasny ed Elisa Ambrogio dei Magik Markers, comincia a farsi leggermente sospetta. Lui è il tipico ragazzone yankee della porta accanto. Basta vederlo in foto per avere all’istante la sensazione di un viso familiare, placido, regolare, uno che ha bei voti in qualche high school americana e nei week-end si concede lo svago dei festini scollacciati e dei droga party a base di smoke-pot. Poi lo guardi più attentamente, ti concentri sullo sguardo e capisci che non è così e non puoi fare a meno di notare quella vena di inquietudine e di stanchezza sinistra che gli adombra l’espressione anche quando abbozza un sorriso sornione. E quei capelli che sembrano avere vita propria, non sono forse una cartina al tornasole? Immediatamente sovviene alla mente un segnalibro trovato in una vecchia libreria a Times Square, su cui c’era scritto: “How I can control my life, if I can’t control my hair!”.
L’ultimo scatto da dare in pasto alla stampa in occasione dell’uscita del nuovo disco di Six Organs Of Admittance è firmato, neanche a dirlo, Elisa Ambrogio. Una foto che pare essere stata scattata alle 7 di mattina, dopo una sbornia di quelle micidiali. Di questi tempi Ben sta dividendo i palchi statunitensi proprio con Elisa, come seconda chitarra dei Magik Markers ed è questione di giorni la distribuzione del primo disco dei Basalt Fingers, ovvero Ben insieme ad Elisa e Brian Sullivan dei Mouthus. In altre parole, l’ennesimo side project per uno che non sta fermo un attimo. Oltre al suo progetto principale come Six Organs Of Admittance, fa parte degli psych rockers Comets On Fire, del collettivo drone ambient folk Badgerlore e sono sue le chitarre tirate a lucido che si sono ascoltare sull’ultimo acclamato disco dei Current 93. Una vita frenetica per questo ragazzo di 33 anni che ha conosciuto un primo momento di celebrità in contemporanea con l’esplosione della cosiddetta “New Weird America”, anzi molto probabilmente proprio per effetto di essa, e per l’attenzione generale che si è creata intorno a certi suoni che sanno di arcaico e psichedelia old style, in un’epoca tra l’altro di post-modernità spinta come questa. Ormai Ben è diventato per gli States quello che Richard Youngs è per l’Inghilterra: il poeta visionario armato di una sei corde psichedelica.
Un po’ chitarrista classico che conosce alla perfezione l’idioma fingerpicking, un po’ manipolatore di feedback per chitarre elettriche. Ben Chasny è un musicista che non sai mai dove collocarlo con precisione. È proprio lui a spiegarci che uno dei suoi obbiettivi è sempre stato quello di trovare l’anello di congiunzione tra la folk music e la psichedelia rock con tendenze noise: “For a long time, I couldn’t figure out how to put the two things together, I was doing the finger-picked music, but I was also listening to a lot of noise, psychedelia, whatever you want call it….Then when I started to do the first recordings for Six Organs they started to fit together in a way that made sense.”
Uno degli aspetti meno indagati del suo stile musicale è probabilmente l’uso che fa della voce, impiegata come un vero e proprio strumento, capace di produrre vocalizzi sciamanici ed evocativi, ma anche di essere profonda ed ammaliante, tanto da non aver niente da invidiare ai grandi del cantautorato americano.
Immerso nella natura
Ben Chasny nasce dalle parti di Los Angeles nel 1974, ma crescerà di fatto con tutta la famiglia nella California del nord, un luogo molto più indicato per uno come lui che preferisce la vita a contatto con la natura alle comodità della metropoli. Sono infatti gli elementi naturali come il sole e il buio a tornare di continuo nei suoi testi e nei titoli dei suoi dischi. Un lato naturalista del suo carattere che Ben condivide con molti alfieri del folk contemporaneo, non ultimi i tipi della cricca targata Jewelled Antler Collective. Testimonianza di un’autentica ricerca verso un tutt’uno unico ed indivisibile con la natura, alla ricerca di una liberazione trascendentale, è il nome Six Organs Of Admittance, ispirato alla dottrina buddhista.
Sarà un basso elettrico il primo strumento che imbraccerà il giovane Ben, ma ben presto verrà spinto dai dischi del padre, tra cui Nick Drake, John Fahey e Leo Kottke, verso la chitarra acustica e s’innamorerà del fingerpicking. In quel periodo la celebre tecnica chitarristica, come spiegherà in seguito, diventerà un’autentica ossessione, cercando di fondere lo stile americano con quello britannico (più focalizzato sull’uso della mano sinistra). Rimarrà un chitarrista atipico reputandosi, ancora oggi, poco veloce perché invece di usare le classiche tre dita ne userà solo due.
L’ascolto di Keiji Haino, dei Fushitsusha e dei Dead C rappresenteranno negli anni del liceo un’autentica epifania. Al liceo seguono anche vari tentativi di formare band, il più riuscito dei quali è i The Plague Lounge, che usciranno con un disco autoprodotto nel 1996, ristampato poi dalla Holy Mountain, di puro stampo punk rock noise. Dopo un’infatuazione per tutta la scena acid-folk dei Comus e dell’Incredible String Band decide che è il momento di mettersi in proprio e allora nel 1998 affitta un registratore quattro piste, sul quale comincerà a riversare le registrazioni che comporranno i primi due dischi Six Organs Of Admittance e il successivo Dust & Chimes. Quest’ultimi usciranno per la neonata personale etichetta Pavillion Records, rispettivamente nel 1998 il primo, e nel 1999 il secondo. Il Ben Chasny di questi primi due dischi dimostrerà di avere le idee molto chiare e di aver già donato al progetto un’identità ben precisa. Si prenda la nenia liturgica Sum Of All Heaven, dal primo disco omonimo, o Journey Through Sankuan Pass, dal disco successivo,composte da chitarre arpeggiate, field recordings, esperimenti elettroacustici e motivi percussivi: elementi ricorrenti in tutta la produzione targata Six Organs Of Admittance. Trova anche l’occasione in In Race for Vishu di liberare il suo talento di chitarrista classico. In alcuni pezzi di Dust & Chimes si comincia ad intravvedere una ferma vena cantautorale, facendolo apparire vicino ad un Devendra Banhart più oscuro ed etnico.
Oggi mi sento depresso
Con le uscite discografiche del 2000 inaugura un vero e proprio concept sui lati più oscuri e tenebrosi della vita umana. Nighly Trembling (Lp Lathe-cut di 33 copie per Pavillion, ristampato da Time-Lag nel 2004) con quelle cupe tracce sciamaniche potrebbe stare bene come colonna sonora per La sepoltura prematura di Edgar Allan Poe, ma il capolavoro del periodo arriva con The Manifestation Lp one-side uscito per BaDaDing!, e successivamente ristampato in cd da Strange Attractors, con l’aggiunta di un secondo brano che vede protagonista l’evocativo recitato di David Tibet. Una pura manifestazione di spettri dall’aldilà per 22 minuti di incastri vocali e ritmiche etno, che tendono alle tablas asiatiche e sciamano in crescendo apocalittico prima di cadere vittima di un catatonico fingerpicking. Il brano con David Tibet, The Six Stations, è basato sul concetto greco di “Musica delle Sfere” teorizzato da Pitagora, secondo cui i movimenti dei corpi celesti che si spostano nell’universo producono un suono specifico. Questi suoni possono essere percepiti soltanto da chi si è coscienziosamente preparato per ascoltarli. La Musica delle Sfere può anche essere suonata negli intervalli delle corde pizzicate e qui sta l’astrusità e il fascino del progetto di Chasny. Per mimare ed evocare il suono dei pianeti, il Nostro non esita a “suonare” letteralmente il supporto di copertina della prima release, un’incisione creata da Mike Mills e raffigurante il sole. Il continuo crepitio che fa da sottofondo a tutto il disco e al recitato di Tibet, altro non è che il rumore della puntina del giradischi che passa sul disco stesso. L’idea è cervellotica e stramba, ma quanto meno affascinante.
Arrivati a questo punto l’emergente Holy Mountain, etichetta specializzata in uscite drone-psych-folk, lo nota e lo prende sotto la propria ala protettrice: si farà carico di ristampare i due precedenti full lenght usciti per la sua Pavillion, oltre a fare uscire il nuovo album che Ben ha già pronto da un pezzo. Si sta parlando di Dark Noontide che Ben registrò nel 1998, in un periodo particolarmente buio della sua esistenza quando a causa dei suoi insuccessi artistici fu obbligato tornare a vivere con la propria famiglia. Acclamato come il suo primo vero capolavoro, Dark Noontide prosegue lungo il filone noir inaugurato con le precedenti uscite. Con la sua lenta e dark In Spirits Abandoned la sua scrittura raggiunge una precisione ed un passionalità inedite, ma è la successiva Regeneration con quei suoi cupi drones che ci riporta alla cupezza degli esordi.
Complemento ideale a Dark Noontide è You Can Always See The Sun (Three Lobed Recordings, 2002) registrato e suonato da Ben Chasny in una grotta dipinta in completa solitudine, costituito da un’unica composizione lunga poco meno di 20 minuti caratterizzata da drones ambientali misti a tetri arpeggi acustici. Peccato per la difficile reperibilità, perché non rappresenta affatto un capitolo secondario.
La riemersione
Nel 2003 esce il secondo full-lenght per Holy Mountain, Compathia, che rappresenta senz’altro il disco più accessibile di tutta la discografia di Six Organs Of Admittance. Dichiaratamente “pop”, registrato con un quattro piste preso in prestito dal Comets On Fire e dall’amico Ethan Miller, Compathia rappresenta il primo vero avvicinamento di Ben Chasny ad una scrittura più portata verso la forma canzone. Come rimanere, del resto, indifferenti alla vibrante ed energica Close To The Sky o alla suadente e percussiva Somewhere Between? Per quelli che cominciano a pensare a quanto si sia “ammorbidito” Ben ha pronta la lunga Only The Sun Knows posta in coda al disco: mai così elettrico e rock per merito della distortissima chitarra di Ethan Miller che si ritaglia un posto come performer.
Tempo un anno e Ben tira fuori dal cilindro For Octavio Paz (Holy Mountain, 2004), con cui confeziona due omaggi in un colpo solo: il disco infatti oltre ad essere dedicato al celebre scrittore messicano e premio Nobel, Octavio Paz, di cui Ben è un avido lettore, è anche un doveroso tributo ai celebri maestri del fingerpicking ascoltati in tenera età. Un disco che non presenta alcun testo o parte cantata proprio per lasciare uno spazio ideale ai testi scritti dal messicano. Canzoni struggenti e commoventi, su cui spicca la cavalcata folk di The Acceptance of Absolute Nega.
Finalmente si entra in studio di registrazione
Il 2004 è anche l’anno della vera svolta, la Drag City si accorge di lui e lo mette sotto contratto. Non solo, ma gli fornisce anche uno studio professionale per registrare il nuovo disco: School Of The Flower. E’ senza dubbio l’album della prima vera consacrazione. Recensioni ed articoli compaiono sulle riviste musicali di mezzo mondo, dandogli un’esposizione mediatica inedita fino a quel punto. Il disco si apre con l’assolo di batteria di Chris Corsano, uno dei protagonisti della stagione free folk, e prosegue con otto accorate composizioni, che vanno dalla dolcezza pop di Home alla lunga e per certi aspetti classica title track, dove, dopo un inizio in fingerpicking, irrompe un’acida e roboante chitarra noise. Compare anche una sentita e riuscita cover, Thicker Than A Smokey, del folksinger Gary Higgins. Si tratta di un disco molto più mediato e meditato rispetto alla crudezza dark degli esordi e non sorprende che riesca a trovare facilmente il suo pubblico proprio per la sua classicità di scrittura, per questa saggezza autoriale che toglie via le spine più appuntite dallo sfaccettato corpo folk di Ben. Artisticamente non è migliore o peggiore. E’ un’evoluzione e come tale d’ora in avanti si potrà parlare di lavori della maturità senza per questo declassare artisticamente gli album del primo periodo. Ma come a voler dimostrare che i tempi di Dark Noontide non sono passati del tutto, il nuovo lavoro si abbevera di nuovo alle fonti nere.
The Sun Awakens (Drag City, 2006) si contraddistingue subito per la netta divisione del disco in due parti complementari: “It’s my Meddle, that….my Pink Floyd’s Meddle, you know what I mean? That’s such a great record – you’ve all your songs on one side, and a jam on the other. I used to play electric guitar, when I was kid, along to The Melvins, and to Echoes, so… So, I wanted to make a side-long song, a side-long track, for side b, and put all the songs on side a.”
Così alle più convenzionali prime sei tracce fa seguito la tenebrosa e lisergica River of Trasfiguration, vero fulcro di tutto il disco nonché uno degli apici di tutta la carriera di Ben. Ispirato dalla visione di Aguirre di Werner Herzog, di Apocalypse Now di Coppola,e dall’ascolto massiccio dei Popol Vuh, Ben dice di aver avuto davanti questa immagine nitida di un fiume fangoso e violento, teatro di una violenta battaglia tra eserciti nemici, con rive piene di cadaveri straziati, i cui spiriti riguadagnavano la corrente per poi scomparire. Nell’idea originaria il pezzo sarebbe dovuto durare ben cinquanta minuti, ma poi si accorse di avere qualche canzone da parte e che sarebbe stato un peccato sciuparle. In effetti pur essendo nettamente diverse stilisticamente, non sono affatto scarti ma si ricollegano direttamente alle composizioni con accordi in minore di Dark Noontide. River Of Trasfiguration vede anche la prima partecipazione di un folto numero di amici di Ben, tra cui Al Cisneros (Om), Ethan Miller, Liz Harris (aka Grouper), Pete Swanson (metà Yellow Swans).
Subito dopo The Sun Awakens la Holy Mountain fa uscire uno split in 7” Bedouin’s Vigil / Assyrian Blood che vede protagonisti oltre i Six Organs, anche i doom rocker Om. Il pezzo che propone Ben Chasny è una delle cose più estreme e rumorose di tutta la sua produzione, una colata di white noise chitarristico come ci si potrebbe aspettare da un Keiji Haino. Un’ulteriore dimostrazione della duttilità del suo talento. L’ultimo lavoro firmato Six Organs Of Admittance si chiama Shelter From The Ash ed è questione di questi giorni.
Ben e gli altri
Non si può archiviare la pratica Ben Chasny senza prima aver detto delle multiformi gesta dei suoi progetti collaterali. All’estremo opposto dello spettro sonore di Six Organs Of Admittancesi colloca il progetto Comets on Fire, incentrato su uno psych garage adrenalinico, in cui la vera star è il fanatico di effetti analogici ed echoplex, Noel Harmonson. I Comets On Fire sono uno strumento al servizio del lato più selvaggio ed elettrico di Ben Chasny. Ethan Miller, leader dei Comets, suo amico di vecchia data, ha voluto fortissimamente il suo contributo per aggiungere un elemento diversificante nell’esplosivo combo. Autori di quattro dischi ufficiali, l’entrata in pianta stabile di Ben coincide con la pubblicazione nel 2004 del disco Blue Cathedral uscito per la Sub Pop; i primi frutti del suo lavoro, si percepiranno davvero soltanto con Avatar (Sub Pop, 2006), lavoro decisamente più atmosferico e meditato.
Oltre ai Comets Ben ha dedicato tempo e attenzione anche ai Badgerlore, un progetto nato in sordina sul finire degli anni Novanta. Il duo con Rob Fisk (ex Deerhoof, 7 Year Rabbit Cycle) si è trasformato nel giro di qualche anno in un autentico supergruppo comprendente varie glorie della scena free folk e noise americana, tra cui Tom Carter (Charalambides) e il manipolatore di suoni Pete Swanson (Yellow Swans), sino agli due ultimi acquisti: Glenn Donaldson (Blithe Sons, Jewelled Antler) e Liz Harris (Grouper). Autori di tre dischi ufficiali più un cd-r autoprodotto, i Badgerlore si distinguono per le loro atmosfere eteree, dilatate e sognanti, prodotte da un ampio uso di delay e riverberi applicati a strumenti a corde e alle voci. Il classico caso in cui la somma delle singole parti coinvolte è maggiore del reale valore del risultato.
Gli August Born più che un vero e proprio gruppo sono un progetto discografico: infatti l’incontro tra Hiroyuki Usui (L, Fushitsusha) e Ben Chasny avviene virtualmente attraverso scambi di files da una parte all’altra dell’oceano. Il risultato lo si può apprezzare nell’omonimo disco uscito per Drag City nel 2005: “Un ping pong di chitarre acustiche ed elettriche che creano paesaggi ora agresti ora saturi di elettricità e dissonanze”. Quello che manca al progetto forse è quella coesione che la distanza geografica non ha permesso che si creasse.
Del suo coinvolgimento nei Current 93, si può dire che oltre ad accompagnare dal vivo David Tibet, Ben ha partecipato attivamente anche alla composizione dell’ultimo disco Black Ships Ate The Sky. Le ultime voci dicono che in cantiere ci sia un disco “metal” al quale parteciperanno oltre a Ben Chasny anche lo stesso David Tibet e Stephen O’Malley. Non possiamo far altro che attendere con trepidazione.
Un ricordo live
L’aver preso parte al tour del 2005 dei Current 93 ha permesso ai fan italiani, me compreso, di vedere all’opera dal vivo Ben Chasny sotto le spoglie Six Organs Of Admittance. Un concerto in totale solitudine eseguito con il solo ausilio di una chitarra elettrica e di un microfono. Un’intensa mezz’ora immersi nell’acida distorsione e nei possenti feedback della sua sei corde, con lampi dell’allora recente School Of Flowers.
