Riposi in talent
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Stefano Solventi
- 30 Dicembre 2015
Premessa: segue pippone catastrofista. Ma siamo a fine anno, tempo di bilanci, anche se preferiremmo di rilanci. Possiamo permettercelo, suvvia, un po’ di pessimismo cosmico, da annegare nello spumante di prammatica. Dunque, iniziamo: il 2015 si chiude in bilico su poche certezze. L’orizzonte è confuso, le prospettive molte ma sperse, i centri di gravità polverizzati. La musica rock – in quale altro modo la vogliamo chiamare? – si muove in una nuvola grigiastra di connessioni, scosse nevralgiche, allucinazioni da un futuro passato. È in nessun luogo ed è ovunque, nel secolo scorso e adesso. Il vortice vichiano delle mode lascia poco spazio/tempo per ipotizzare: languiremo cullati da una cover che in fondo non è poi così male, e che forse poi una cover non è, somiglia soltanto a quel certo pezzo che… Vabbè.
Intanto muore Lemmy Kilmister e si guadagna titoli su titoli sulla stampa generalista, qualcuno si spinge a dire che con lui muore l’ultimo eroe rock, con un tono che tradisce più saccenza che dispiacere. Vedrete, lo ripeteranno anche coi prossimi lutti, perché sembra questo importare innanzitutto, cioè sentenziare quello che tutti sanno, quello che tutti sentono: il rock sta scomparendo, è scomparso. Convitato di pietra dorata, declassato (sarebbe meglio dire: disinnescato) a livello di simbolo di una certa idea di trasgressione buona per definire linee di abbigliamento e persino giocattoli per le figlie e i figli, cui d’altra parte viene risparmiata ogni tipo di scomodità (logistica, verbale, politica, emotiva). Se il rock ancora c’è, dorme un sonno che non prevede risveglio. Non ha voce in capitolo. È una comparsa di comodo, comoda cioè per giustificare il ripescaggio di ciò che è stato, ad uso e consumo di serial televisivi, biopic cinematografici e operazioni di rimasterizzazione superdeluxe.
Sì, ok, sto esagerando. Il rock esiste, ma il suo ormai è un trono di cartone, culturalmente parlando. Possiamo continuare ad amarlo, certo, e chi si ostina a seguirne le sorti sa bene che non mancano motivi per farlo. Noi, nel nostro piccolo, lo sappiamo. Ma in quanto espressione artistica – e in misura di ciò, attore sul palco dell’immaginario collettivo – il grado di autorevolezza del rock è precipitato quasi a zero. Per questo è fragile, vulnerabile. In balia del “nemico”. Ad esempio, mettiamo che si presenti la necessità di utilizzarlo come ingrediente per un talent show: nessun problema. Basta uno stagista con un minimo di acume per i flussi di gradimento e tendenza delle categorie cosiddette alternative, un’occhiata all’adeguatezza rispetto ai canoni estetici, e il gioco è fatto. Capita così che Appino, noto frontman degli Zen Circus, venga contattato per partecipare alle selezioni di The Voice Of Italy. La vicenda è nota: il rocker e cantautore pisano risponde con una lunga, appassionata e fiera lettera aperta in cui dichiara di non essere interessato – per incompatibilità – alla proposta, puntualizzando di ritenere offensivo che un contatto di questo genere non tenga conto dei venti anni di carriera di una tra le band più apprezzate del panorama rock nazionale.
Il passaggio della lettera che più mi è piaciuto è quello in cui Appino sottolinea che non avrebbe accettato neppure di partecipare in quanto “ospite pagato”: davvero lodevole da parte sua. C’è chi ha polemizzato sull’opportunità di rendere pubblica questa risposta, ma ritengo invece che sia stato un gesto estremamente opportuno. Per Appino, e di conseguenza per gli Zen Circus, che ci guadagnano un sacco di punti, certo. Ma soprattutto perché ha messo a nudo il sistema approssimativo e umorale dello shobiz contemporaneo, abituato a spianare situazioni e carriere con lo schiacciasassi del talent scouting. La situazione è chiara, chiarissima: esiste un livello di esposizione (ancora) televisiva con pesanti riverberi social in cui la musica rappresenta sì il terreno di scontro, ma l’attenzione – si badi bene – è tutta concentrata sui duellanti. Sono loro il manicaretto da gettare tra le fauci del pubblico “carnefice”. Cantanti mediamente dotati, con buoni manager e casomai qualche eccellenza di mezzi, capaci al più di mostrare col tempo una spiccata attitudine per un pop radiofonico standardizzato e compiacente (che nei casi migliori riesce ad alimentarsi con ulteriori apparizioni televisive, pena l’estinguersi nel breve/medio periodo). Intendo dire, correggetemi se sbaglio, che di questo spumeggiare mediatico musicale la musica non è sostanza, ma al più uno strumento, l’arma occasionalmente scelta per selezionare fenomeni estemporanei. Un’idea forse mai tanto professionale del “fare musica” come spettacolo, certo, e ci sarebbe quasi da rallegrarsene, non fosse che sembra avere scordato di metabolizzare il vissuto culturale che funziona da fondamenta per il professionismo di stampo anglosassone.
Comunque sia, così stanno le cose, quelle sono le frequenze su cui oggi i più usano sintonizzarsi. E da lì, statene certi, non s’avverte il brusio del sottobosco “indipendente”, quello sciame di dischi che si rinnova giorno dopo giorno, in grado – come ben sappiamo – di riempire le pagine di riviste e webzine specializzate: è un pianetucolo ipotetico, che non esiste, che non c’è. Ed è giusto così, se accettiamo il punto di vista di chi deve ipnotizzare milioni di telespettatori, la sua mission, i suoi obiettivi. Ribadiamolo: non è colpa dei talent e simili se il rock ha perso il grip coi tempi. Ci sono motivazioni più profonde e stratificate, che non è il caso qui di ribadire. Obiezione: è solo un fenomeno italiano, all’estero Arcade Fire e Sufjan Stevens fanno milioni di telespettatori da Jools Holland o da Letterman. Obiezione accolta: paghiamo tare culturali che penalizzano da sempre le ricadute del rock sull’immaginario collettivo (e determinano un mercato discografico di proporzioni irrisorie). Tuttavia, questa angusta particolarità italiana ha il solo (si fa per dire) effetto di rendere eclatante una crisi in atto a livello globale, che riguarda il ruolo del rock nel presente: un rock – e permettetemi di credere che con questo termine intendiamo più o meno la stessa cosa – che non significa più quasi niente.
Un rock che nei casi migliori sa essere un momento di intima empatia tra autore e ascoltatore, il che non è poco, certo, ma il confronto con l’epoca in cui un’intera generazione si fermava ad ascoltare (e riflettere su, e discutere su) un nuovo disco di Dylan o dei Clash, ne converrete, non si può neanche porre. Ecco quindi l’eredità che ci lascia quest’anno che segna la metà degli anni Dieci del nuovo secolo: la necessità di accettare il rock come passione residua, marginale, accessoria. Il cui “senso” può accentuarsi e accendersi solo in virtù di una “magnifica ossessione” individuale, sporadicamente organizzata in comunità (grazie alle interazioni social, perlopiù). Non è certo una cosa che scriva con piacere, anzi, mi costa un bel po’ di frustrazione e malinconia sostenerlo. Lo stesso retrogusto di frustrazione e malinconia – assieme alla rabbia e a una certa fierezza – che ho letto tra le righe della lettera aperta di Appino.
Buon anno, di cuore.
