Amore: una parola fragile come una montagna
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Andrea Provinciali
- 1 Settembre 2007
“C’era una volta…” Questo è l’incipit dal quale non possiamo prescindere ogniqualvolta parliamo di Iron & Wine. Ogniqualvolta parliamo di Sam Beam, l’anima barbuta che in solitaria si nasconde nel ferro e nel vino. Due elementi in apparenza discordanti e lontani dalla proposta musicale del Nostro, ma che in realtà, sviscerandola bene, rappresentano perfettamente la sua estetica sonora e la sua poetica. Sì, poetica: sono proprio le parole che, inanellate tra loro come vere e proprie storie di altri tempi, come fiabe – ecco l’abbiamo detto –, rivelano la vera essenza della cifra stilistica di Iron & Wine. Le canzoni ci raccontano di uccelli, montagne, alberi, ragazzi che rincorrono monete, ragazze sotto i cedri, regine bellissime, destini, amori promessi e amori perduti, con una semplicità e autenticità che non hanno eguali. Se a ciò si aggiunge anche un gusto e una cura per certi strumenti musicali tipicamente tradizionali incastrati in un contesto musicale indie-folk, la sensazione di trovarsi dinnanzi a qualcosa di ancestrale si concretizza all’istante.
La sua formula artistica è tanto carica di archetipi sia musicali che poetici da esser considerata come la risultante perfetta di una profonda ricerca stilistica attuata con una semplicità e un’onestà intellettuale uniche.
Proprio per questo “ferro e vino”; proprio per questo “c’era una volta…”: l’intenzione di Sam Beam è quella di condurci per mano, come in una fiaba, in una dimensione spazio-temporale “altra”, alla ricerca, come vedremo, dell’amore. E per farlo ha bisogno di un metallo da plasmare – ora come una spada da brandire, ora come uno scudo per difendere – e del vino per inebriare. Per inebriarci.
Semplici, stordenti malinconie: restaurazioni d’antiquariato
Dunque: c’era una volta un insegnante di cinematografia al college di Miami, Florida, che nel tempo libero si dilettava a intessere dolci e delicate melodie vocali su caldi e acustici orditi chitarristici. Tutto ciò avveniva all’interno delle quattro mura di casa sua. Folk sì semplicemente domestico, ma madido di sapori tanto ancestrali da far evocare un antiquariato acustico di una semplicità disarmante.
Il suo nome è Sam Beam, nato a Columbia, South Carolina, e a vederlo – barba lunghissima, fisico non asciutto, camicie lise, schivo e poco incline alla mondanità – tutto si potrebbe pensare tranne che considerarlo un abitante di Miami. La sua musica avvalora ancor più tale affermazione: nel suo folk-alt-country-blues di frenetico c’è veramente poco. L’atmosfera spensierata, festaiola e accesa di Miami resta lontana anni luce dalla proposta musicale del Nostro, ma sicuramente qualche bel tramonto sull’oceano deve aver colpito il suo immaginario, data la calma color pastello che le sue canzoni riescono a evocare.
Si narra che tra una lezione di cinematografia e l’altra, tra la vita domestica con sua moglie e le loro due figlie e la sua voglia di isolamento dal mondo, la sua passione per la musica l’abbia condotto a registrare su un quattro piste moltissime canzoni, che come farfalle luccicanti sarebbero rimaste larve se il destino non avesse disposto diversamente. Infatti, un suo amico, rimasto colpito fin troppo positivamente da una sua canzone, decide di inserirla in una compilation allegata a un magazine di Seattle, città, questa, molto più affine esteticamente e musicalmente alla sensibilità di Sam Beam.
Ma le coincidenze non si esauriscono qui; infatti, il fato vuole che proprio Jonathan Poneman della Sub Pop Records ponga le mani su questo disco, e tra tutte le canzoni non resti colpito proprio da quella che questo timido barbuto cantore aveva scritto e interpretata nella sua stanza a Miami. Il fascino che provoca è tanto che il responsabile dell’etichetta di Seattle non pensa due volte a mettere sotto contratto l’artista in questione. Delle numerose canzoni, più di una ventina, che Sam aveva registrato sul suo quattro piste ne vengono estrapolate dodici che, considerate complete e perfette così come sono, vanno a comporre il suo debutto assoluto sotto la sigla tanto spiazzante quanto suggestiva Iron & Wine: The Creek Drank The Cradle (Sub Pop, 2002).
Fin dal primo ascolto risultano fin troppo chiari i riferimenti adottati dal Nostro: Nick Drake e Elliott Smith su tutti, ma anche un certo tradizionalismo alla Donovan e un certo gusto soprattutto per atmosfere pastorali e bucoliche alla Will Oldham. Il tutto però fatto adagiare su un morbido tappeto indie-rock alla stregua di molti cantautori in voga in quegli anni, David “Pedro The Lion” Bazan su tutti. Ma la sua personale cifra stilistica non tarda a trasparire, infatti è proprio quel suo tipico modo di incastrare le chitarre tra loro, soprattutto con il banjo e con la slide guitar, a evocare atmosfere antiche, arcaiche, pregne di rimandi suggestivi che non possono non esser colti.
Certo The Creek Drank The Cradle risulta ancora essere abbastanza acerbo, forse proprio la registrazione in bassa fedeltà non rende pieno merito alle qualità di Iron & Wine, ma questo è una questione che emerge soltanto a posteriori, col senno di poi. Alla sua uscita l’album non colpisce particolarmente, ma non sfigura neanche: quasi tutte le canzoni risultano ben riuscite anche se abbastanza derivative. Ciò che invece colpisce positivamente è la ricerca poetica che sta dietro alle liriche: evocativa, ricca di immagini, ma allo stesso tempo di una delicatezza e semplicità unica. Questo è l’aspetto che più fa capire di trovarci dinnanzi a un artista di ottime prospettive.
La canzone che apre l’album Lion’s Mane colpisce subito per la tematica trattata rivelando le coordinate sulle quali si muoverà l’intera ricerca artistica di Iron & Wine: l’amore in tutte le sue accezioni. Certamente non è solo su questo tema che verteranno i testi delle sue canzoni, ma fondamentalmente risulterà essere la base di partenza della maggior parte di esse. Che sia amore biblico, amore familiare, amore personale, religioso, doloroso, etc. non ha importanza; l’importante è che sia causa di ispirazione e di ricerca estetica.
“And love is a tired symphony […] and Love is a crying baby […] and love’s the best sensation […] and love is the scene I render […] and love is the dream you enter […] and love’s the best endeavor.” (Lion’s Mane)
Ed è curioso come molte altre canzoni incluse nell’album trattino lo stesso tema con sfumature decisamente diverse tirando in ballo elementi più disparati. C’è l’amore visto come una mancanza, paragonato a un uccello che ruba il pane sotto il naso (Bird Stealing Bread), l’amore visto nel lato del letto rimasto vuoto (Promising Light), l’amore che attende una promessa sotto gli aceri (Promise What You Will) o sotto un salice oramai stanco di ricordi (Weary Memory). E poi la canzone più bella e più particolare dell’album Upward Over The Mountain, che con quel suo caratteristico incedere chitarristico, che Sam Beam mai perderà per strada, e con una lirica disperatamente bella e straziante contiene già in sé la parabola ascendente di Iron & Wine.
“So may the sunrise bring hope where it once was forgotten / Sons are like birds, flying upward over the mountain […] Sons could be birds, taken broken up to the mountain […]Sons are like birds, flying always over the mountain.” (Upward Over The Mountain)
È la montagna che simboleggia il Mistero, al quale, come vedremo, proprio Sam Beam ci condurrà come figli, come uccelli. Infatti, emblematico di questo viaggio intrapreso in compagnia del ferro e del vino è il fatto di come molti elementi si ripetano nelle canzoni e negli album successivi del Nostro: uccelli, bambini, montagne, alberi. In tutto ciò risulta molto difficile non intravedere un filo conduttore che come filigrana collega tutte le canzoni composte da lui. Filigrana nascosta in melodie di altri tempi. Melodie ancestrali, arcaiche. Tanto seducenti quanto malinconiche da stordire. Il suo è un restauro d’antiquariato. Il suo modo delicato e dolce di inserire la componente vocale su un tappeto di chitarre acustiche è il suo tentativo di ammodernare la tradizione, l’antiquariato. Infatti la sua musica è tanto semplice quanto polverosa come un mobile antico ritrovato dopo molto tempo in soffitta. Soltanto la voce riesce nel tentativo di soffiare via quel pulviscolo che, acceso dalla luce soffusa e tremolante di una candela, ammalia magicamente trasportandoci in un luogo altro facendoci perdere la dimensione del tempo. Come in una fiaba, come in sogno. Alla ricerca di quell’amore che da sempre, dai tempi dei tempi, muove la curiosità umana.
L’anno successivo esce sempre per la Sub Pop l’EP The Sea & the Rhythm (2003). Le cinque canzoni contenute sono sempre pescate da quel famoso demo registrato col quattro piste tra le mura domestiche. Quindi nessuna novità, l’EP rappresenta un’ulteriore conferma dal punto di vista del saper scrivere ottime canzoni con quel fare sempre ben bilanciato e semplicissimo tra tradizione e modernità. La titletrack ne è un chiaro esempio: una bellissima canzone d’amore marina. Anche i testi si muovono sempre sulle medesime coordinate di quelli dell’album precedente.
Con i denti nell’erba in cerca d’amore e di alcuni versi
Nel 2004 avviene una piccola ma significativa svolta nella musica di Iron & Wine: Our Endless Numbered Days (Sub Pop, 2004), il suo secondo disco, viene registrato in studio con una band alle spalle e con un produttore vero e proprio (Brian Deck, già a lavoro con Modest Mouse e Red Red Meat). Che cosa sarebbe potuto mai accadere? Dopo un esordio notevole registrato in bassa fedeltà, la paura era che in studio la sensibilità artistica del Nostro venisse attenuata se non amputata. Niente di tutto questo, anzi. Tutte quelle peculiarità che emergevano nell’album precedente vengono ora ancor più valorizzate, riducendo le marcate influenze fino ad allora troppo evidenti. Certo, il contesto musicale è sempre quello dell’album precedente, ma ora il suo caratteristico incedere chitarristico intarsiato di slide e banjo viene ancor più perfezionando divenendo tratto distintivo: pura estasi sonora sulla quale soffici linee vocali planano dolcemente evocando pace assoluta.
Appena uscito l’album, la critica specializzata non fa che incensare Iron & Wine innalzandolo sul trono lasciato prematuramente vuoto da Elliott Smith. Certo il paragone ci può ben stare, ma dove il cantautore di Portland virava verso sfumature puramente pop, Sam Beam insiste invece verso un contesto propriamente folk spaziando dall’alt.country al blues. E lo fa in maniera impeccabile. La sua formula stilistica risulta maturata esponenzialmente e arricchita di accorgimenti e orpelli sonori che soltanto un lavoro in studio poteva consentirgli.
L’album annovera al suo interno canzoni d’altri tempi. Siano esse malinconiche ballate (Fever Dream e Each Coming Night) o sbilenche marcette folk (Teeth In The Grass e Free Until They Cut Me Down) il risultato non cambia: c’è qualcosa di archetipico nel loro interno che cattura e che ipnotizza immancabilmente. Attenzione: ciò non dipende soltanto dalle liriche. È anche la componente musicale a evocare questa sensazione. Infatti la semplice struttura delle canzoni diviene come impolverata dal modo in cui gli strumenti si intersecano tra loro. È come se ci fosse la sabbia negli ingranaggi sonori a frenare lo svilupparsi delle canzoni. Tutto ciò suggerisce una componente naturalistica che ci pone in sintonia con il mondo, con la vita, con la natura per l’appunto. Sensazione questa sintetizzata perfettamente nell’immagine della copertina che accompagna l’album: un disegno che raffigura lo stesso Sam Beam disteso su un manto d’erba in completa pace. Sono proprio quei verdi fili d’erba a richiamare I rimandi naturalistici che effettivamente compaiono sia nella musica che nei testi di Iron & Wine. C’è la terra, c’è il mare, il sole, la pioggia, il cielo.
La sua ricerca poetica dell’amore passa quindi attraverso la natura, la vita, il mondo. Moltissimi sono gli esempi che potremmo addurre estrapolandoli dalle liriche qua e là, ma sono due le canzoni che più di tutte rivelano l’intento poetico-analitico del Nostro nei confronti dell’amore. La bellissima e poetica Love and Some Verses che già nel titolo rivela la tematica trattata:
“Love is a dress that you made / long to hide your knees […] someday drawing you different, / may I be weaved in your hair?”.
E la commovente e struggente Fever Dream che con quel suo malinconico incedere ci sussurra parole tristi ma speranzose:
“I want your flowers like babies want God’s love / Or maybe as sure as tomorrow will come”.
Ci troviamo dinnanzi non a un semplice cantautore che segue la scia dei nomi altisonanti che l’hanno preceduto, ma a un vero e proprio artista, che ha saputo raggiungere un certo grado di originalità tramite una propria cifra stilistica frutto di una profonda e solitaria ricerca artistico-poetica.
Il grado di notorietà raggiunto ormai da Iron & Wine è tanto che sempre in quello stesso anno, 2004, alcune sue canzoni vengono inserite nella colonna sonora di ben due film: Garden State e In Good Company. Nel primo è riportata una malinconica rilettura del Nostro di Such Great Heights, canzone tratta da Give Up dei The Postal Service. Nel secondo, ben tre canzoni già edite.
L’elusività naturale
Qualità che trova non solo conferma, ma viene addirittura affinata l’anno successivo con l’uscita dello splendido EP Woman King (Sub Pop, 2005). Disco comprendente sei canzoni completamente dedicate alla figura femminile, alla donna. Il lavoro compositivo è qui ancor più ricercato e dettagliato in ogni sua più piccola sfumatura rispetto all’opera precedente. Ci sono strati e strati di strumenti che si accavallano: pianoforte, organi, chitarre ora anche elettriche, slide, inserti percussivi, fisarmoniche. Il tutto condensato con una maestria unica figlia di una piena maturità raggiunta. Sam Beam è cresciuto ancora. Adesso la sua cifra stilistica è da considerarsi unica, sdoganandolo da tutti quelle influenze che la critica da sempre usava attribuirgli.
Con Woman King Iron & Wine va oltre se stesso. Si scopre nuovo e diverso: intesse atmosfere prima mai respirate. Qui si trova il calore, il fuoco, la passione: canzoni come la titletrack o Evening On The Ground (Lilith’s Song) evocano una danza panica, primordiale da dare le vertigini. Anche quelle atmosfere più malinconicamente eteree tipiche anche degli album precedenti sono ora meno scarne ed essenziali; risultano invece arricchite di orpelli stilistici da rendere il risultato finale decisamente migliore. Tutto questo, ovviamente, senza mai perdere quella semplicità stilistica e quel giusto dosare gli elementi che da sempre accompagnano Sam Beam. Nonostante un arricchimento strumentale il risultato finale non risulta assolutamente appesantito. Diverso sì, ma sempre coerente con la ricerca da lui intrapresa. La parte musicale continua a evocare, seppur in maniera un poco differente, quella componente naturalistica; mentre le liriche sono ancor più che mai pregne di elementi simbolici atti a sviscerare quel mistero che la montagna custodisce gelosamente. Ecco che in In My Lady’s House Sam Beam si avvicina per la prima volta a sfiorare il mistero che da sempre anela, ammettendo che l’amore è una parola fragile:
“it is good in my lady’s house / every shape that her body makes / love is a fragile word / in the air on the length we lay”.
Risulta quindi palese come riconosca essere elusiva la natura dell’amore, ma non ne perde la speranza, anzi.
A coronare magnificamente il momento splendido cui si trova ad attraversare Iron & Wine arriva la collaborazione del Nostro con i Calexico. Infatti a settembre dello stesso anno viene pubblicato l’EP In The Reins (Overcoat, 2005): raccolta di sette canzoni scritte da Sam Beam e musicate dal combo di Tucson. Il disco conferma la classe di entrambe le formazioni. Soprattutto canzoni come He Lays In The Reins e 16, Maybe Less risultano essere di una bellezza unica sia dal punto di vista melodico che da quello degli arrangiamenti.
Ma è con l’uscita dell’ultimo album di Iron & Wine che ogni dubbio sul suo talento è fugato per sempre. Shepherd’s Dog rappresenta la summa più alta della sua carriera discografica. Nonostante esso rappresenti soltanto il suo terzo disco, le dodici canzoni che lo compongono sono la prova vivente di come Sam Beam abbia saputo creare una propria indipendente e originale idea di musica. Non ci sono più punti di riferimento a guidare. Adesso Iron & Wine è una stella fissa nella galassia musicale odierna.
La prima canzone dell’album, Pagan Angel And A Borrowed Car, conferma subito che la sua ricerca dell’amore è tutt’altro che terminata o abbandonata:
“Love was a promise made of smoke”.
Ricerca continuata in molte canzoni dell’album, fino alla sua temporanea presa di coscienza sulla naturale elusività dell’amore. È proprio quel dubbio “Have I found you? […] Or lost you?” inserito nella canzone che chiude l’album, la dolcissima e commovente Flightless Bird, American Mouth, scaturito dopo aver raggiunto la montagna inseguendo quell’uccello senza volo, a ricordarci – si badi bene: non a svelarci – che cosa sia veramente l’amore. L’amore è incertezza, l’amore è fugace, l’amore è elusivo per natura, l’amore è mistero. Altrimenti non potrebbe essere. Come la prima canzone pubblicata da Iron & Wine dettava fin da subito il percorso da intraprendere, finalizzato a svelare il mistero, l’ultima canzone dell’ultimo album ci riconduce, come in una fiaba, al medesimo punto di inizio, ma con la consapevolezza, ora, dell’esperienza. Arricchiti da essa.
Questo album non rappresenta dunque l’arrivo, lo speriamo bene, ma una tappa fondamentale nel viaggio in compagnia del ferro e del vino. Sam Beam ci ha condotto come bambini che simulano gli uccelli, lassù, in volo ascensionale, sulla montagna per scoprire sorprendentemente che la conoscenza era già insita in noi. Amore: fragile come parola, imperioso come una montagna.
