All the world’s leaders must die.

Ostici sin dalla scelta del nome; un lasciapassare che ben poco o nulla lascia passare al caso e che va diretto a ciò che si vuole dire/significare con la propria musica. Cosa che Colin (Matthews, chitarra) e Tom (Hohmann, batteria) devono aver avuto bene in mente al momento di scegliere uno dei nomi più belli mai prodotto dall’underground americano.

L’entità USA Is A Monster è in giro ormai da un lustro buono con una discografia come da tradizione equamente divisa tra album ufficiali – editi tutti per Load – e l’immancabile caterva di autoproduzioni carbonare, semi-casalinghe, introvabili o forse inesistenti. La MassDist è roba loro; fatevi un giro per il catalogo e converrete che la metà buona dei titoli e dei gruppi potrebbe anche non esistere.

Tutte le release targate UIAM – ufficiali ed ufficiose –
sono all’insegna del più muscolare e acrobatico mix di derive noise providenciane e debordante ipertrofia prog, con l’aggiunta di pesanti infiltrazioni math e altre più tradizionalmente folk, per ciò che riguarda il punto di vista prettamente musicale. Da quello della comunicatività, a fare la parte del leone è invece una riottosa ideologia socio-politica pronta a rivendicare i diritti dei nativi americani (nelle vene di Colin scorre infatti sangue meticcio) e una lucida critica della decadente deriva ultracapitalistica del mondo occidentale.

La saga ufficiale di UIAM è, come detto, sancita dal matrimonio con Load, e non potrebbe essere altrimenti: Tasheyana Compost esce nel 2003 e per la maniera in cui l’aggressività tipica del Load-sound viene adattata a strutture e stilemi prog anni ’60 fa esclamare a quelli di Dusted che every label should have a prog band. La produzione è secca e la resa complessiva ancora acerba, ma le anime prog e noise convivono senza grossi problemi. L’anno successivo è la volta del compilativo Citizens Of The Chronic (2004 Infrasound) che riuniva l’ep Masonic Chronic e il lp Citizens of the Universe seguito a ruota da Wohaw (2005 Load), l’album che li consacra nell’underground mondiale: un monolite di hc evoluto anni 90 + iniezioni di folk smostrato e sfatto suonato alla maniera noise dell’America più weird del terzo millennio.

La citata canzone che fa da sottotitolo al presente approfondimento chiude la sezione 2 di 4 in cui è idealmente suddiviso l’album con una sfuriata che parte da Rollins, passa per il math più convulso, schizoide e isterico per ripiegare su se stessa in maniera ancor più ossessivamente straziata. Puro sound mutoide che prelude ad una terza parte che desta però le maggiori sorprese, staccandosi nettamente dal mood complessivo: 5 pezzi di folk puro e completamente acustico smorzano la tensione accumulata nel vorticoso mayhem e aprono l’universo UIAM a frequentazioni altre rispetto alle prime prove.

Così Sunset At The End Of The Industrial Age (Load, 2006) si configura come la forma più compiuta del procedere musicale del duo Matthews-Hohmann. I 10 pezzi sintetizzano al meglio la foga delle sfuriate prog-noise e le bucoliche pause folk-oriented che si intravedevano sul finire di Wohaw. In più le voci, sempre sopra le righe, rendono appieno l’idea dell’ipertrofia sonica del duo tratteggiando linee melodiche a volte contrastanti, a volte appaiate ai pindarici voli strumentali. Un capolavoro e insieme un punto di apparente non ritorno.

E infatti di non ritorno si trattava, come dimostra Space Programs, appena uscito per Load. Il nuovo album ricalca senza appesantire ulteriormente un suono che alla lunga correva il rischio di mostrare la corda, ma piuttosto ne amplia il respiro tramite l’allargamento della formazione (e di conseguenza lo spettro delle possibilità compositive) e il rallentamento, quasi la compattazione, dei momenti più schizoidi. Ne esce un album per certi versi incerto e claudicante ma che mostra la volontà, anzi la necessità di variare la direzione musicale. Un disco di transizione, si definirebbe se non fosse che sposta pesantemente l’asse compositivo verso una materia sonora più riflessiva.

È Tom, interpellato via mail, a confermarci questa sensazione. La voglia di evolversi, innanzitutto: Volevamo fare un album che non fosse limitato al two-piece dei live, in cui cioè ogni suono avessimo in testa uscisse fuori. Per ciò che riguarda la velocità esecutiva, credo che ogni cambiamento sia dovuto alla naturale evoluzione che Colin ed io ricerchiamo continuamente, imparando e maturando, musicalmente e spiritualmente.

In quest’ottica ha senso anche l’allargamento della line-up; sia al momento di registrare (guest sono il trombone di tale Johnny e le vocals di Max Hodes), ma soprattutto on stage: La nostra attuale line-up è a 4 con Max Katz e Peter Scuette alle tastiere oltre che a chitarre e batterie. Siamo felici di questo allargamento perché ci da un suono più pieno e ci permette arrangiamenti inediti per i nostri standard.

 Il cambiamento è insomma strutturale e si avverte già nei 7 pezzi dell’album. Meno irruenti e più programmati; meno fisici e più cerebrali, con una compattezza che poco lascia al parossistico virtuosismo precedente. Più primi Utopia che Magma, insomma; sempre in the vein of Lightning Bolt ma regrediti all’età infantile e sotto sedativo. Litanie e ninnananne, contorsioni strumentali meno dissennate, aperture che rasentano il pop più weird e bislacco, come dimostrano anche le esplicite influenze dichiarate da Tom: Paul McCartney, Eric Clapton, Antony Braxton, Demitrio (sic) Stratos e Frank Zappa….

Anche l’idea del concept, molto cara ai due, viene abbandonata in favore di un più attento lavoro al mixer: L’unico concept è nel modo di registrare: proporre il nostro disco più prodotto, ma fatto in casa. […] È proprio questo lo scarto più evidente: i 3 precedenti erano in analogico in uno studio professionale, mentre questo è stato registrato in digitale da Colin nella nostra sala prove. […] È stato l’intero nostro approccio ad essere completamente nuovo, diverso, perché volevamo fare un album realmente prodotto in studio. […] Si è parlato di un album “less powerful”, ma è come dire che gli Wings sono meno potenti di Man is the Bastard.

A rimanere immutata è la carica ideologica che da sempre muove i due; l’aspetto di critica socio-politica era e resta in primo piano: Non ci sentiamo artisti engagé, ma forniamo le nostre idee sotto forma di poesia e storytelling. Entrambi abbiamo sogni di progresso e presa di coscienza, di crescita spirituale. Ogni cultura del pianeta apporta una porzione al tutto della verità. Noi scriviamo musica come parte di quel tutto.

Gli Stati Uniti saranno pure un mostro ma finché producono roba del genere, beh, c’è da essergliene grati.

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