Gli album più attesi del 2019 (e quelli di cui sappiamo)
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Edoardo Bridda
- 11 Gennaio 2019
Ci siamo appena lasciati alle spalle il 2018 ottemperando a tutti gli impegni che un sito internet come il nostro poteva prendersi: abbiamo preferito la lista essenziale alle classifiche ufficiali, criticato oziosamente le classifiche altrui, scandagliato e recuperato album grazie alla marea di liste di fine anno (Room 25, proprio un bel disco). Molti di noi hanno stilato interessanti classifiche personali corredate da nondimeno argute riflessioni, considerazioni personali che vi consigliamo senz’altro di recuperare, perché non c’è mai solo una sola narrazione e il bello sta nell’osservare le cose da quante più interessanti angolazioni e sensibilità abbiamo disponibili. C’è da dire che nonostante tutte le lenticchie, le bollicine e i panettoni, lo sprono per digerire le abbuffate è arrivato sbirciando tra le già molte schede album pubblicate su queste colonne negli ultimi due mesi e riprendendo in mano quelle notizie che parlavano di ritorni discografici che fossero soltanto lontane chimere. Abbiamo realizzato di aver abbastanza materiale per poter condividere con voi i moderati entusiasmi che riversiamo su questo 2019 partito. Un’annata che non si prospetta come qualcosa di epocale o travolgente, visto che di sicuro i nuovi album (non dichiarati, ma è come se lo fossero conoscendo i soggetti) di King Gizzard…, Death Grips e (ovviamente) Mark Kozelek non cambieranno le nostre nostre vite, così come hanno fatto Easter Everywhere, Rage Against The Machine o Blonde On Blonde; idem non lo faranno i nuovi lavori di Ty Segall o Thee Oh Sees (giusto per citare i più noti logorroici), ma qui non facciamo gara a chi ti vende il miracolo più stroboscopico, anche perché è più sulla qualità dell’artigianato di genere che si concentra la nostra attività ordinaria.
Siamo più che certi che questa sarà un’annata non meno stimolante di quella appena trascorsa, ne ha tutto l’aspetto, magari riconfermerà noti talenti (e viceversa, interpreti più scadenti), nel migliore dei casi – lo speriamo – ci regalerà alcune delle migliori prove di carriera di qualcuno di loro. Facciamo un pronostico? Non crediamo in Grimes, che potrebbe rifilarci Meteora 2 senza colpo ferire, e non crediamo nei Deerhunter, che son sempre stati vicini a regalarci il capolavoro, ma il capolavoro vero – come il messia ebraico – da loro lo aspettiamo ancora. Non crediamo in Lana Del Rey (ma questo lo sapete già) ma crediamo in Rihanna ogni disco di più. Non crediamo (più) nei Chemical Brothers e nemmeno nei Vampire Weekend. And we don’t believe in Tool (che quest’anno sarebbe davvero ridicolo non lo pubblicassero questo famoso tomo, e il disco degli A Perfect Circle è lì come una spia a farci temere il peggio), e nemmeno da San Panda Bear da Lisbona ci aspettiamo un nuovo Person Pitch. C’è da ammettere – ma forse è pura miopia nostra – che sugli emergenti – ovvero quelli che non sono ancora approdati al disco lungo – abbiamo poco da segnalare, e mica perché ce l’abbiamo con la trap, l’r’n’b e i generi che vanno per la maggiore su Spotify/FIMI – o peggio, perché facciamo grottesche fiaccolate contro Young Signorino manco fossimo in un episodio dei Simpson. Anche dando un occhio alle liste degli Ones To Watch che vediamo in giro per il web siamo dubbiosi: non sono dei veri emergenti quelli che ci propinano, ad esempio, sul Guardian. Ok, fuori almeno due nomi: Funmi Ohiosumah in arte Flohio (venticinquenne rapper di stanza a Londra), che abbiamo ascoltato di recente nel singolo estratto dal nuovo album dei Modeselektor (di cui vi parliamo più avanti), merita assai, e anche Sasami, che pubblicherà un omonimo album a marzo (SASAMI) all’insegna di sonorità dream e indie con un tocco shoegaze promette bene. Il problema è forse che fatichiamo a trovare emergenti che se ne fottono dei trend e dall’auto-omologazione di genere. Farai è un duo che un po’ di regole le rompe ma l’album lungo lo ha già fatto uscire e ne abbiamo già parlato, quindi approfittiamo di questa sede giusto per far loro un altro poco di pubblicità. E comunque ci ritorneremo.
Stringiamo sull’elenco: ci sono alcuni album di cui conosciamo il dettaglio completo e che abbiamo avuto modo di ascoltare: sono tutti dischi piuttosto promettenti, se non proprio degli ottimi lavori. Ci sono poi pubblicazioni di cui non conosciamo che alcune informazioni, ma di cui abbiamo già ascoltato uno o più estratti, e anche lì la curiosità è già alta. Infine, ci sono altri album di cui sappiamo poco o nulla, se non che usciranno quest’anno. Bando alle ciance, di filata la lista ordinata proprio come ve l’abbiamo indicata: si parte dalle cose più note con i rispettivi link di dettaglio ad ascolti e approfondimenti e si finisce con quelle meno note, via via verso uscite che arriveranno un bel po’ più in là nell’anno (qualcuno ha detto Yandhi?). A chiudere una lista che comprende tutto ciò che sappiamo per certo uscirà nel 2019.
Album di cui si sa tutto (o quasi)

Sharon Van Etten – Remind Me Tomorrow
È passato un lustro dalla pubblicazione di Are We There e nella vita di Sharon Van Etten è successo di tutto e di più: ha completato gli studi di psicologia, è diventata attrice (nella serie Netflix The OA) e soprattutto mamma. Questo disco è stato composto al pianoforte nel ritagli di tempo e in seguito prodotto e arrangiato da John Congleton. Ospiti, Heather Woods Broderick, Jamie Stewart, Zachary Dawes, Brian Reitzell, Lars Horntveth, McKenzie Smith, Joey Waronker, Luke Reynolds e Stella Mozgawa, il tutto confezionato con un piglio più elettronico ed anche più maturo. Ci aspettiamo grandi cose, e un singolo come Seventeen è un bel attestato di grandezza – siamo dalle parti di Stevie Nicks, mica bruscolini.

Deerhunter – Why Hasn’t Everything Already Disappeared
A giudicare dall’opener track Death In Midsummer – una psych song arrangiata su un giro di piano e clavicembalo – accompagnata da un altrettanto folgorante videoclip curato da Marisa Gesualdi, il seguito di Fading Frontier non sarà messianico, ma rappresenterà un altro bel lavoro firmato Deerhunter.

Nkisi – 7 Directions
Sarà l’anno della consacrazione per due dei tre fondatori della NON Worldwide. Di Angel-Ho vi parleremo più avanti, qui vi anticipiamo che l’album di debutto di Nkisi, producer congolese di stanza a Londra ispirata dalla cosmologia Bantu-Kongo e dagli scritti dello studioso Dr. Kimbwandende Kia Bunseki Fu-Kiau, marca decisamente bene. A garantirlo, la UIQ di Lee Gamble, che a sua volta – nelle vesti di producer – uscirà quest’anno con una trilogia di pubblicazioni in cui non vediamo l’ora di immergerci.

Nada – È un momento difficile, tesoro
Nada torna a collaborare con John Parish a distanza di tre lustri da Tutto l’amore che mi manca. E già questo basta come sigillo di garanzia.

I Hate My Village – I Hate My Village
Ha fatto un gran clamore l’annuncio della formazione del trio Fabio Rondanini (Calibro 35, Afterhours), Adriano Viterbini (Bud Spencer Blues Explosion) e Alberto Ferrari (Verdena), con il quarto membro aggiunto Marco Fasolo nel ruolo di produttore. Se i singoli finora noti non depistano, parliamo di un fresco mix di geometrie chitarristiche à la Battles (dunque tra math e prog), ritmi e fascinazioni africane e psichedelia, innestati su una base di indie rock.

Gomma – Sacrosanto
Definito dal quartetto come «una riflessione spirituale su chi siamo e cosa abbiamo fatto per noi e per gli altri», Sacrosanto rappresenterà un «secondo debutto» per la formazione post-punk casertana dopo la lunga pausa seguita alle pubblicazioni dell’album Toska e dell’EP Vacanza.

Croatian Amor – Isa
Di tutti i progetti che lo vedono coinvolto (Lust For Youth, Vår e numerosi altri), Croatian Amor è forse il più enigmatico e interessante. Parliamo del danese Loke Rahbek, che a fine gennaio uscirà con un nuovo capitolo di quelle musiche che lui definisce bubblegum industrial. Parliamo di una componente vocale anemica/mimetica che poggia su più classici arrangiamenti post-industriali virati su un’ambient dai toni scuri ma anche dalle aperture orchestrali in area GAS, il tutto stretto nei ranghi di un “pop” mercuriale e sui generis.

Jessica Pratt – Quiet Signs
This Time Around, la prima traccia estratta dal disco, condivisa per lo streaming anche tramite un video ufficiale, la ritrae tra spiagge e mari attraverso le lenti di una pellicola sbiadita. In casa Jessica Pratt si viaggia ancora su traiettorie 70s e tardo-hippy, tra folk magico e solitudine marchiata Nick Drake. Pronti a farci ammaliare da questi Quiet Signs.

Beirut – Gallipoli
Per quest’album da lungo tempo annunciato si profila già l’aura dell’antico splendore della ditta Beirut, ovvero la band capitanata da Zach Condon. Registrato prima a New York e Berlino ed infine completato nell’omonima città pugliese sotto la produzione di Gabe Wax (Speedy Ortiz, Soccer Mommy, Adrianne Lenker / Big Thief), il disco mostra i suoi colori fin dalla title track, che ripresenta il band leader nell’umore e con gli arrangiamenti con i quali lo abbiamo incontrato per la prima volta, nel 2005, all’altezza di Gulag Orkestar, sospeso cioè tra bandismi, assoli di tromba messicaneggianti, profumi balcanico/mediterranei e quel songwriting languido-romantico che tanto ricorda il Morrissey di sempre. Ad accompagnarlo c’è anche l’amato Farfisa, lo stesso con il quale il songwriter ha inciso i primi due dischi.

Lee Gamble – In Paraventral Scale
Una delle due uscite chiave del 2019 targato Hyperdub sarà dettata da Lee Gamble, che oltre ad essere imperdibile come label manager è anche nel pieno di una nuova fase creativa. A distanza di un anno abbondante da Mnestic Pressure, ovvero l’album della svolta “hyper-concrete”, il produttore torna sull’etichetta di Kode9 per non uno, ma ben tre lavori che sostanzialmente continueranno l’indagine «sull’influenza subliminale che la società contemporanea esercita su di noi».

Murubutu – Tenebra È la Notte
Già recensito in anteprima su queste pagine da Luca Roncoroni, Tenebra È la Notte è il quinto disco – nonché terzo concept – di Murubutu, un nuovo imperdibile crocevia tra rap e letteratura.

Cosey Fanni Tutti – TUTTI
TUTTI è l’album di Cosey Fanni Tutti (Throbbing Gristle e Chris & Cosey) che segue a oltre trent’anni l’ultimo lavoro in studio. I brani del lavoro sono stati originariamente composti per la colonna sonora del film autobiografico Harmonic Coumaction, e suonati per la prima volta lo scorso anno come parte di una serie di eventi che ha accompagnato la retrospettiva relativa al progetto artistico precedente l’avventura Throbbing Gristle COUM Transmissions (il primo di questi si è svolto in occasione della Hull UK City of Culture 2017). Il materiale è stato in seguito rivisto, ri-registrato e adattato per farne un lavoro autonomo a tutti gli effetti.

Panda Bear – Buoys
A tornare a collaborare con Noah Benjamin Lennox troviamo Rusty Santos (già al lavoro in Person Pitch), mentre per quanto riguarda le nuove composizioni, il paroliere degli Animal Collective ne ha parlato come dell’«inizio di qualcosa di nuovo». A giudicare da Dolphins, una luminosa ballata con gli occhi blu, folk così come soul, con minimali arrangiamenti elettroacustici ad accompagnare una melodia dai richiami sixties e portoghesi, le premesse per un ritorno alla forma migliore ci sono tutte.

Mercury Rev – Bobbie Gentry’s The Delta Sweete Revisited
In uscita l’8 febbraio 2019, Bobbie Gentry’s The Delta Sweete Revisited è l’album dei Mercury Rev che, come suggerisce il titolo, contiene riletture del capolavoro dimenticato di Bobby Gentry. L’operazione è interessante non soltanto sulla carta e la lista delle vocalist coinvolte è piuttosto nutrita (Norah Jones, Hope Sandoval, Beth Orton, Lucinda Williams, Rachel Goswell, Vashti Bunyan, Marissa Nadler, Susanne Sundfør, Phoebe Bridgers, Margo Price, Kaela Sinclair, Carice Van Houten e Laetitia Sadier). Si respira l’aria di un classico senza tempo sospeso tra country, folk, classica e psych. Date un ascolto a Okolona River Bottom Band con la Jones.

Bjarki – Happy Earthday
Dopo aver publicato sull’etichetta di Nina Kravitz трип una valanga di LP (This 5321, oli gumm e molti altri), l’islandese Bjarki, boss della label bbbbbb, confeziona un disco per !K7 che si preannuncia come uno dei suoi migliori. Un mix di hyperactive techno, electro e drill & bass tra euforia e malinconia, accelerazione e riflessione.

Be Forest – Knocturne
La nota stampa ne parla come del lavoro più «umbratile, seducente e ipnotizzante» finora prodotto dal trio post-punk pesarese. I Be Forest non pubblicano un album da un lustro (Earthbeat) e dall’ultimo singolo, Glow (2016), sono passati ben tre anni. Knocturne, che vede Steve Scanu alla produzione e al missaggio e Josh Bonati (già al lavoro con David Lynch e Mac DeMarco) al mastering, potrebbe affermarli come una delle band di punta di un sentire tra dream pop, wave e le indimenticate sonorità 4AD dei bei vecchi tempi.

Modeselektor – Who Else
Con un singolo come Wealth ad anticiparlo, è fin troppo chiaro l’intento dei Modeselektor, da sempre sul pezzo per quanto riguarda trend e novità dal sottobosco elettronico internazionale. Nella precedente prova si parlava ancora di dubstep e di una delle tante ondate electro, in questa ci dobbiamo aspettare tanto il gqom sudafricano quanto i molteplici segnali di fermento provenienti dall’undeground londinese. A farcire ci sarà inoltre una bella infiocchettata techno angolata su scafati bassi e morbidezze dub, i basamenti dell’artigianato della coppia, che torna in forma smagliante dopo la lunga parentesi a nome Moderat assieme ad Apparat.

C’mon Tigre – RACINES
Aspettiamoci una grande seconda prova dal collettivo meticcio C’Mon Tigre. Per Racine ci faremo un nuovo giro attorno al mondo tra input disparati – funk, dub, afrobeat, jazz ecc… – e questa volta il legame tra musica e immagini sarà più stretto che mai. L’opera sarà proposta sia in formato CD sia in una versione doppio vinile + libro comprendente un volume da sfogliare durante l’ascolto dell’album, volume che a ogni brano accosta un particolare universo visivo.

Royal Trux – White Stuff
A lungo sbandierato, è finalmente qui, con tanto di titolo e copertina che lasciano ben poco spazio all’immaginazione. La “roba bianca” rappresenta il primo lavoro del leggendario duo autore di Twin Infinitives dai tempi di Pound For Pound. Sono passati 19 anni nel frattempo ma, ascoltando i tre brani messi a disposizione, queste musiche passano ancora dal vecchio garage e da uno stile di vita rigorosamente r’n’r.

Meat Puppets – Dusty Notes
La notizia è che Dusty Notes rappresenta il primo lavoro dai tempi di No Joke! (1995) che vede schierata la formazione originale dei Meat Puppets, ovvero Curt Kirkwood alla chitarra/voce, suo fratello al basso e il ritentrato Derrick Bostrom alla batteria. Che sia di buon auspicio per un ritorno agli antichi fasti, dato che con quell’imbattibile mix di country, psych, surf e pop, la band è da sempre considerata l’antesignana di tutto il movimento alternative rock statunitense d’inizio Novanta? Notoriamente i fratelli Kirkwood sono stati invitati nel 1993 dai Nirvana – grandi fan della band – all’interno del loro indimenticato Unplugged In New York.

Amanda Palmer – There Will Be No Intermission
Dopo l’album della Van Etten, ancora prezzemolo John Congleton dietro alla produzione di un album per il quale si accenderanno numerosi riflettori nel 2019, almeno a giudicare da Drowning in the Sound, brano già pubblicato in forma di demo all’interno della campagna/supporto alle vittime dell’uragano Harvey nel Texas (2017). Sarà un album post-#metoo, ma forse anche il suo Under The Pink.

Angel-Ho – Death Becomes Her
Vi dicevamo di Nkisi su Hyperdub prima: ebbene, Death Becomes Her è l’album della queer artist Angel-Ho, l’altra dei tre co-fondatori della NON Worldwide ad uscire sull’etichetta di Kode9. Anche nel suo caso è debut, ma differentemente dalla producer congolese parliamo di un lavoro che, a suo dire, ha preso l’abbrivio da un disorientante mix di Lady Gaga, Missy Elliot, Björk e Kanye West.

Lambchop – This (is what I wanted to tell you)
Sempre prezioso Kurt Wagner, con i suoi Lambchop. Questo nuovo disco è nato da un’inaspettata ma da subito empatica collaborazione tra Matt McCaughan (fratello minore di Mac, che è il co-fondatore della Merge) e il frontman della band. I due si sono scambiati via email parti vocali e sketch di nuove canzoni contro lunghe parti free-form di synth modulare, che in seguito si sono concretizzate in una manciata di canzoni registrate in uno studio di registrazione a Nashville. Qui la coppia si è circondata di una vera e propria band che si è inoltre avvalsa delle parti di pedal steel, piano e armonica di una guest star d’eccezione, la leggenda country Charlie McCoy. Siamo in buone mani dunque.

Matmos – Plastic Anniversary
Il duo composto da Drew Daniel e M.C. Schmidt lavora la plastica da almeno vent’anni. E a pensarci bene i lavori a tema “plastico” sono anche stati, se non i migliori, senz’altro i più accattivanti usciti sotto la ditta Matmos. I suoni del nuovo lavoro sono stati ottenuti da variegati oggetti come bachelite, refrigeratori di polistirolo, contenitori di rifiuti di polietilene, pvc, protesi mammarie in gel di silicone, grasso umano sintetico (ecc.), mentre il suo concept va inteso come commentario rispetto al complesso rapporto che abbiamo con questo tipo di materiale ma anche sul suo ruolo nella devastazione dell’ecosistema marino e non solo. Ludwig Josef Johann Wittgenstein veglia ancora su di loro.
James Blake – Assume Form
Blake è rimasto uno di quei pochi romanticoni – assieme ad Aphex Twin – che per annunciare un nuovo lavoro ricorre ancora a scritte pitturate o proiettate in giro per le metropoli del mondo e nemmeno l’atteso Assume Form ha fatto eccezione. A rovinagli la festa però ha pensato Amazon France che per sbaglio ha rivelato molti dei dettagli sull’album, tracklist e ospiti compresi. Con Travis Scott, Rosalía, Moses Sumney, Metro Boomin, André 3000 e SwaVay in sella, le premesse per un degno seguito di The Colour In Anything (inserito tra i migliori dischi di SA del 2016 e recensito su queste colonne da Gabriele Marino) ci sono tutte.
Album di cui si conoscono soltanto alcuni dettagli

Tool – TBA
Quest’anno sarebbe davvero ridicolo che non uscisse. E da quel che si sa per certo, le session sono finite e il disco è in quella fase non meno complicata – almeno per gli standard della band – che si chiama missaggio. D’altro canto c’è un tour che aspetta i musicisti e ci sono in programma parecchie date, compresa una italiana, quindi ci siamo capiti. Il seguito di 10,000 Days arriverà con tutta probabilità entro primavera/estate, e a questo punto l’unico timore è che non rispetti le (esagerate) aspettative che i fan nel frattempo vi hanno riposto. Se il loro buongiorno si giudica dal ritorno degli A Perfect Circle dello scorso anno, non c’è da stare serenissimi…
Vampire Weekend – TBA
Anche il disco della band capitanata da Ezra Koenig è stato dato per fatto e finito, e questo dopo un filotto di aggiornamenti che si sono rincorsi lungo tutto il 2018, proprio come si confà a una band che ha segnato una sua (piccola) epoca e non pubblica dischi dal (lontano) 2013, ovvero dai tempi del valido Modern Vampires Of The City. A farlo uscire sarà Sony, label con la quale è stato firmato un contratto, e oltre a questo sappiamo che conterrà il brano Flower Man (che nella versione da studio vedrà la partecipazione di Steve Lacy degli Internet). Postilla: sarà il primo album senza Rostam Batmanglij (ma non è detto che il producer/polistrumentista non dia una mano a qualche livello).
Tame Impala – TBA
Non si sa nulla di preciso tranne che Kevin Parker ci sta attivamente lavorando, per una pubblicazione prevista – anzi sperata – entro l’estate. Negli ultimi mesi il frontman è stato presissimo da collaborazioni di alto lignaggio, tutte molto mainstream ma nulla di stigmatizzabile, vedi SZA e Mark Ronson o quest’ultimo e Lady Gaga. Chissà poi quelle famose session con Travis Scott che fine faranno. Non ultimo, dello scorso ottobre la collaborazione tra Tame Impala e Theophilus London che ha portato alla pubblicazione di una interessante cover, Only You, di Steve Monite, brano venerato come una sorta di Sacro Graal del funk nigeriano di stampo Eighties. Insomma anche qui stimoli, idee e contaminazioni non mancano e potrebbero rappresentare un ideale humus di coltura per una prova sorprendente.
The Raconteurs – TBA
Qui andiamo sul classico e forse sul sicuro. E già lo abbiamo capito dai due singoli pubblicati che ne anticipano la pubblicazione, ovvero Sunday Driver (con quel riffaccio molto Rolling Stones) e quell’altro numero ancor più classicamente e pacatamente blues rock che è Now That You’re Gone. Jack White, Brendan Benson, Jack Lawrence e Patrick Keeler ci rifileranno una serie di brani che più 70s non si può e speriamo che lo facciano senza far prigionieri. È quanto basta per tenere viva la fiaccola di un genere mai così marginalizzato come oggi nella storia della musica. Marginalizzato sì ma mica defunto (anche se gli interventi di chirurgia estetica di Axl Rose ci danno buoni motivi per crederlo).

Thom Yorke – TBA
Qualche mese fa, intervistato da El Mundo, il frontman dei Radiohead aveva parlato di un nuovo album solista “molto elettronico” e (non intenzionalmente ma alla fin fine) politico sempre lì per esser tirato fuori dal laptop e completato tra un impegno e l’altro (la soundtrack di Suspiria ma anche l’attività live, dove alcuni inediti – vedi The Axe – hanno già fatto la loro comparsa). Alle registrazioni poteva mancare Nigel Godrich? Ovviamente no, e per quanto riguarda il metodo di lavoro, Yorke ha specificato che per “elettronico” non intende un lavoro schiavo della tecnica, anzi, per lui sarà tutta questione di – virgolette e interrogativi d’obbligo – «ricostruire il decostruito».
Fleet Foxes – TBA

Grimes – TBA
In fatto di indiscrezioni, anteprime e tease, il seguito di Art Angels non ha rivali. E a giudicare dalle recenti collaborazioni della musicista/stilista/produttrice (Poppy e Jimmy Urine), e dal singolo che ne ha anticipato la pubblicazione (il non certo epocale We Appreciate Power), il pedale è come al solito schiacciato sia sul versante cyber punk che su quello k-pop, con la novità di tentazioni nu metal e di incroci tra chitarre ed elettronica che fanno molto (troppo?) fine ’90-inizio ’00. Insomma, da Marylin Manson prodotto dai Ninch In Nails ai Linkin Park e Korn il passo è più corto di quello che si potrebbe credere. Prognosi riservata.
Rihanna – TBA
A livello dei producer che le confezionano i dischi, Rihanna si è sempre mossa bene (un brano: Umbrella of course), ma come autrice e personalità artistica a tutto tondo ANTI è stata forse la sua pietra d’angolo. Ecco perché alla sua ferma risposta ad un fan che le chiedeva quando avrebbe “droppato” l’album, reagiamo con rinnovato entusiasmo, fiduciosi che la sua nuova prova possa rappresentare un ulteriore passo in una direzione ancora più personale a autoriale.

Lana Del Rey – Norman Fucking Rockwell
Assieme a Robin Pecknold e agli autori di Stranger Things, l’ultimo dell’anno c’era anche Lana Del Rey a postare contenuti e video via smartphone. La notte di San Silvestro veniva comunicato che l’album con il titolo che tira in ballo il pittore Norman Rockwell (con swearword nel mezzo) è stato completato. Conosciamo già cinque brani, di cui tre sono singoli ufficiali. Che dire? Non sono malaccio. E detto da noi, è già un bel complimento.
Mark Ronson – TBA
Miley Cyrus non sarà l’unica ospite del seguito di Uptown Special pubblicato quasi quattro anni fa: per il nuovo disco Mark Ronson ha chiamato a sé gente come Lykkee Li, Yebba e King Princess. Come suona intanto questa Nothing Breaks Like A Heart? Come una versiona aggiornata (e in remix) della Madonna con la camicia di flanella dei 90s, con l’ex Hanna Montana nei panni della space cowgirl di turno. Le FM, ne siamo sicuri, apprezzeranno.
Sky Ferreira – Masochism
L’unica ad aver posticipato un album più volte di Kanye West in tempi recenti è, a memoria, Sky Ferreira. Anche qui, proprio come gli anni che separano il nuovo album dei Vampire Weekend dal precedente, parliamo di un’assenza lunghissima in metriche social contemporanee, cinque anni che nel suo caso si sono intrecciati a problemi di salute, ruoli d’attrice e modella, fidanzati non certo salutisti e altre burocrazie. Quest’anno dovrebbe esser quello giusto: il disco, se non sono cambiati i piani, sarà prodotto da Ariel Rechtshaid (già presente nell’esordio) insieme a Mike Dean (Kanye West) e Rahki (Kendrick Lamar). Il titolo è – appropriatamente – sempre lo stesso: Masochism.
Childish Gambino – TBA
Quanto è diventato – meritatamente – famoso Donald Glover? Atlanta ha contribuito senz’altro al suo successo, ma niente è più stato lo stesso dopo This Is America (il brano, ma anche l’indimenticabile videoclip). Anche Summertime Magic e Feels Like Summer, le due canzoni pubblicate la scorsa estate che finiranno con tutta probabilità nel nuovo lavoro, hanno confermato il grande stato di forma del Nostro, ma This Is America è una di quelle cose che lasciano un indelebile segno. Come speriamo lo lasci quello che, a detta del musicista, producer, comico, dj e attore, sarà l’ultimo album a nome Childish Gambino. E detto sinceramente era anche ora, dato che è evidente che quell’alias non ne contiene più le qualità e la stazza artistica.

Run the Jewels – RTJ4
Le conferme le abbiamo già avute via Twitter lo scorso dicembre da un insolitamente gossipparo EL-P: il nuovo album dei Run The Jewels, ovvero RTJ4, vedrà la luce il prossimo anno, probabilmente in estate. Perché siamo fiduciosi che spaccheranno anche a questo giro? Perché non hanno fatto altro che confermarsi album dopo album come il duo Hip Hop (vecchia scuola) più urgente, politico e contemporaneo che il mondo conosca.
Solange – TBA
A Seat at the Table è stato un grande disco musicalmente parlando, oltre che un lavoro importante per quanto riguarda tutte le narrazioni che vanno per la maggiore tra i media americani e internazionali ora (vedi temi come inclusione, identità, responsabilizzazione, indipendenza, lutto e guarigione). Basti questo per aspettarci nuovamente grandi cose. Lei ha promesso – dalle colonne del New York Times – di volerlo pubblicare già bell’e fatto e finito quando meno ce l’aspettiamo, in un inaspettato momento di questo 2019.
Kanye West – Yandhi
West senza le sue meds è un fiume in piena, e troppo lontano da Twitter e/o dallo studio di registrazione non può starci. Yandhi ha già subito parecchi ripensamenti e postdatazioni ma dall’uomo che ha posato si spera definitvamente il suo famigerato cappellino M.A.G.A. non possiamo che aspettarci un ritorno perlomeno migliore di YE, ovvero quella che senz’altro è stata la sua prova più fiacca.

The Flaming Lips – King’s Mouth
Wayne Coyne si è sposato in quella stessa palla di plastica con la quale ha marciato sopra le nostre teste durante gli ultimi tour dei Flaming Lips. Palla che probabilmente ritroveremo nel 2019, dato che c’è un album da promuovere intitolato King’s Mouth. Anche in quest’occasione i Nostri lo fanno strano: presente Mick Jones dei Clash in quasi ogni pezzo nelle particolari vesti di “narratore”.
Flying Lotus – TBA
È abbastanza probabile che un nuovo disco di FlyLo esca. Del resto le sue smanie da (horror) filmmaker le ha soddisfatte e tra una colonna sonora e l’altra siamo sicuri che avrà trovato il tempo di progettare il seguito di You’re Dead!, disco che è uscito nel triassico del 2014, praticamente cinque anni fa.
Madlib, Freddie Gibbs – Piñata 2?
Gibbs qualcosa ha già spifferato. Una nuova collaborazione con il producer Madlib è in arrivo. Sarebbe il seguito di Piñata del 2014. Molto bene.

Danny Brown – TBA
Atrocity Exhibition è uscito nel 2016, e pertanto senza informazioni certe a riguardo ci pare comunque plausibile che esca un nuovo lavoro firmato da Danny Brown, sempre su Warp Records.
Dopo le collaborazioni con Jean-Michel Jarre, ASAP Rocky e The Weeknd, il producer francese è pronto per dare un seguito all’esordio Aleph. Il disco ha già un nome, Hyperion, un’etichetta (Columbia Records) e un singolo strumentale dal tiro decisamente Hip Hop (Reset). Il suo videoclip, pieno di modelli e cosplayer, ricorda un po’ Aphex Twin, a livello di caustico immaginario.
The Weeknd – Chapter 6
Le quotazioni di The Weeknd (da un punto di vista squisitamente critico) sono in deciso ribasso anche da prima della pubblicazione di Beauty Behind The Madness, e il My Dear Melancholy EP uscito lo scorso anno e spacciato come un ritorno alle origini dai toni dark, non ha fatto che confermare la disaffezione che proviamo nei suoi confronti. Da questo nuovo capitolo in discografia – Chapter 6 – non ci aspettiamo molto, se non un ultimo colpo di coda.

Foals – Everything Not Saved Will Be Lost
Non uno ma due album sembrano voler annunciare i Foals con un teaser trailer diretto da Albert Moya e condiviso via YouTube lo scorso 9 gennaio. Anche questo titolo come quello scelto dai 1975 per il loro ultimo album (anche quello in due parti) fa riferimento ai tempi liquidi in cui viviamo. Nel trailer le musiche rimandano allo straclassico di Sakamoto e Sylvian, Forbidden Colours. Che siano di buon auspicio?
1975 – Notes On A Conditional Form
All’epoca dell’annuncio di A Brief Inquiry Into Online Relationships Matty Healy aveva affermato di averne già previsto un seguito in uscita a maggio dal titolo Notes On A Conditional Form. Non abbiamo ancora compreso per quale motivo il primo capitolo abbia svettato in così tante classifiche di fine anno ma questo secondo episodio potrebbe essere utile per ridimensionare entusiasmi e mettere le cose nella giusta prospettiva.
Altre uscite del 2019
- UNKLE – The Road: Part II/Lost Highway
- Pond – Tasmania
- Balthazar – Fever
- Future – Future Hndrxx Presents: The WIZRD
- Fat White Family – Serf’s Up!
- Joe Jackson – Fool
- Juliana Hatfield – Weird
- Steve Gunn – The Unseen In Between
- Toro Y Moi – Outer Peace
- Dawn Richard – New Breed
- White Lies – Five
- The Twilight Sad – It Won/t Be Like This All the Time
- Marco Passarani – W.O.W.
- Giulio Casale – Inexorable
- Chemical Brothers – No Geography
- Guided By Voices – Zeppelin Over China
- Girlpool – What Chaos Is Imaginary
- Leon Vynehall – DJ-Kicks
- Metallica – Helping Hands…Live & Acoustic at The Masonic
- Rustin Man (Talk Talk’s Paul Webb) – Drift Code
- The Specials – Encore
- Bob Mould – Sunshine Rock
- Cass McCombs – Tip of the Sphere
- HEALTH – VOL. 4 :: SLAVES OF FEAR
- The Lemonheads – Varshons 2
- Czarface and Ghostface Killah – Czarface Meets Ghostface
- Methyl Ethel – Triage
- RY X – Unfurl
- Yann Tiersen – ALL
- The Claypool Lennon Delirium – South of Reality
- Dream Theater – Distance Over Time
- Drenge – Strange Creatures
- James Yorkston – The Route to the Harmonium
- Michael Rother (of Neu!) – Solo
- Sleaford Mods – Eton Alive
- Ian Brown (of The Stone Roses) – Ripples
- Vök – In the Dark
- Dido – Still On My Mind
- The Faint – Egowerk
- American Football – American Football (LP3)
- Sleeper – The Modern Age
- Priests – Seduction Of Kansas
- Tim Presley’s White Fence – I Have to Feed Larry’s Hawk
- James Holden – A Cambodian Spring
- Dimartino – Afrodite
- Tre Allegri Ragazzi Morti – Sindacato dei sogni
- The Dandy Warhols – Why You So Crazy
- Mono – Nowhere Now Here
- Delta V – Heimat
- Ultimo Attuale Corpo Sonoro – Il male accade
- BeWider – Full Panorama
- Half Japanese – Invincible
- President Bongo & Ottar S. – Quadrantes
- Motorpsycho – The Crucible
- Piroshka – Brickbat
- Xiu Xiu – Girl With Basket Of Fruit
- Efdemin – New Atlantis
- Ryan Adams – Big Colors
- Murlo – Dolos
- Anthony Naples – Take Me With You
- Sasami – SASAMI
- Ex-Otago – Corochinato
- William Basinski – On Time Out of Time
- Helado Negro – This Is How You Smile
- Weezer – Weezer (The Black Album)
- O.R.k. – Ramagehead
- Mark Kozelek – With Donny McCaslin And Jim White
- Jade Bird – Jade Bird
