Acrobati: il nuovo album di Daniele Silvestri
-
Gabriele Marino
- 29 Febbraio 2016
Ho ascoltato il nuovo disco di Daniele Silvestri assieme a tanti colleghi della stampa online (ovviamente, non [ri]conoscevo nessuno) in uno dei locali più carini in cui mi sia finora imbattuto a Milano, il Vinile di via Tadino (una «stanza dei giochi per bambini che non vogliono crescere», l’ha definito a suo tempo il titolare Gianluca Soresi, ex uomo BMG), un posto dove la sera puoi mangiare e bere, ascoltare – soprattutto – black music, fare digging tra i vinili, comprarli e spulciare anche tra cose di modernariato, memorabilia vintage e collectibles vari (c’è un sacco di roba di Star Wars, per esempio). È sabato mattina, arrivo trafelato e in ritardo, come regola impone, ma sono lo stesso in orario, non hanno ancora incominciato. Riconosco(/mi presento/saluto finalmente di persona) Giulia Di Giovanni, ufficio stampa tra i più gentili, e mi siedo scomodissimo su uno sgabellino in una posizione super ad angolo dove non vedo quasi niente. Il locale è pieno e siamo tutti seduti come scolaretti (cfr. immagine). Arriva Daniele (è regola chiamarlo per nome, a prescindere), lui saluta, spiega che prima sentiamo, poi parliamo e si parte. In tutto, ascolteremo 10 dei 18 pezzi totali del disco, lavoro che esce il 26 febbraio 2016 via Sony. Il giorno dopo comincia il tour nei teatri, con una “data zero” a Foligno, esaurita da tempo.
A meno che gli otto pezzi che non ho sentito siano una schifezza totale, Acrobati mi sembra un ottimo album. Chiariamo subito: lo dico io che seguo poco il pop-rock italiano, seguo poco i cantautori, vecchi e giovani, seguo poco l’indie-rock, e poco conosco pure Silvestri. Insomma: sono impreparatissimo. Forse proprio per questo mi è piaciuto? Forse. Fatto sta che l’effetto sorpresa c’è stato. Il disco mi racconta di un autore, (uno) nel pieno della sua maturità, (due) che ha ancora tantissima voglia di suonare, forse ora più di prima, e sempre più, (tre) in grado di maneggiare con grande facilità, grande naturalezza, le cose della quotidianità. Grande facilità vuol dire senza forzature, senza ammolli retorici, cercando di trasformare squarci anche banali o immagini usurate (tipo “la storia a distanza”, in Pochi giorni) in momenti comunque poetici.
Daniele lo sottolinea subito, visto che la prima domanda è proprio su questo punto: l’attualità. «Ho cercato di evitarla il più possibile, tranne che in qualche passaggio, come il pezzo sul cibo biologico [Bio-Boogie, con il feat dei Funky Pushertz; o come quando, nel primo pezzo, La mia casa, dice: «La mia casa è a Parigi / Dalla Bastiglia al Bataclan», ndSA]. Credo che a 47 anni, dopo 20 anni di carriera, io possa pure darmi una calmata e fare musica non per forza impegnata, ma ricercare quella dimensione fanciullesca dell’ascolto che mi affascina sempre di più, fare una musica più poetica, che politica, o comunque politica ma in maniera meno esplicita, e per questo, forse, più forte, più efficace». Ecco, Daniele parla e mi è subito simpatico, perché quel luogo comune che lo vuole “persona e musicista intelligente” si conferma vero. La chiacchierata si concentra, inevitabilmente, sul nome del disco (Acrobati), sulla copertina (acrobatica, opera di Paolino De Francesco), sulla metafora dell’equilibrio e della precarietà. Daniele dice di essersi molto ispirato non tanto alla figura, quanto proprio alla filosofia di Philippe Petit, l’uomo che una mattina del 1974 camminò – senza rete, né altre protezioni – da una delle due Torri Gemelle all’altra, otto volte avanti e indietro, su un cavo grosso – cioè sottile – 3 centimetri (l’impresa è raccontata nel film The Walk di Robert Zemeckis, uscito nel 2015), alla sua idea di «disobbedienza come gesto artistico» e, anzi, di «crimine artistico»: qualcosa che l’artista deve fare, anche a suo rischio e pericolo, semplicemente perché sente di doverla fare, semplicemente perché deve.

Facilità dell’approccio metaforico a parte, l’idea della prospettiva laterale, obliqua, liminale è centrale nei testi dell’album: è quella della donna che scopri essere sull’orlo del suicidio (in Monolocale), è quella del militare che accusa forte – e forse non vorrebbe ammetterlo – l’insofferenza di chi lo circonda per il suo ruolo (A dispetto dei pronostici). Sono temi, storie e, appunto, prospettive, ad altissimo rischio retorica: ma Daniele la aggira con grande bravura e, di nuovo, con facilità, savoir faire artigianale. Chiacchiere a parte, e tornando al disco-musica in sé (se mai può esistere una cosa del genere), chi mi conosce tremerà: Daniele riesce a farmi andare giù anche Caparezza (in un feat. evidentemente molto ben dosato). «Era una collaborazione che volevo da sempre. Poi ho scoperto che la voleva fare da sempre anche lui. Finora era mancata solo l’occasione, in pratica. Questa volta avevo un riff hard a giro continuo e la suggestione di una serie di giochi di parole sul termine sale e chi meglio di lui poteva darmi una mano per una cosa del genere? Ho alzato il telefono, ho proposto, senza impegno, e abbiamo finito per giocare a distanza, come in una gara, rimpallandoci le nostre strofe e cercando di sorprenderci a vicenda».
Il disco è vario, le strutture sono sempre movimentate, pescando un po’ dal pop-rock internazionale (più di un momento ha progressioni e respiro beatlesiani, nella title track ci sento un retrogusto agrodolce alla Out of Time dei Blur), dal cantautorato nostrano (De André, De Gregori, nel già citato A dispetto dei pronostici, uno dei pezzi più teatrali), e condendo all’uopo con discretissimi tocchi di elettronica (anche qui, a sensazione, con un occhio alle produzioni di Damon Albarn), a scavalcare la monotonia e gli automatismi di genere: «Ho cercato di evitare il solito strofa & ritornello e di creare più come un flusso, e metterci sopra dei testi è stata una sfida». Daniele sottolinea come questo sia per scelta un disco molto suonato, e suonato divertendosi molto, registrato praticamente in presa diretta con piglio quasi da jam, con pochi appunti formalizzati davanti, poco più che un canovaccio, quando è entrato in studio. Che è quello di Roy Paci, a Lecce: Daniele ci è entrato, con collaboratori quasi del tutto nuovi, e che sono stati al centro di un processo di «creazione molto più libero e collegiale», e ne è uscito fuori tre giorni dopo con 21 brani praticamente pronti, il cuore del nuovo album (che, infatti, esce prima di quanto programmato in origine e in anticipo anche su ogni obbligo contrattuale, ci tiene a precisare).
La chiacchierata pubblica finisce e io debbo scappare subito a prendere un treno ma, mentre i colleghi – giustamente – si avventano sull’ottimo buffet, rubo a Daniele due domande in croce, e in piedi, forse da nerd, forse no, in ogni caso le uniche curiosità che l’ascolto mi ha lasciato inappagate.

Monolocale è un pezzo praticamente prog, molto scritto, riccamente arrangiato, con begli unisono geometrici, molto teatrale. Ecco, mi ha fatto pensare a John De Leo, non tanto per l’uso della voce come strumento, ma proprio per la componente di messa in scena del cantante come narratore e come voce-personaggio. È un riferimento sensato?
A John De Leo sinceramente non avevo pensato. Però sì, forse qualcosa c’è, in questa teatralità, che secondo me è una delle caratteristiche più forti del disco. Magari gli stessi riferimenti che ho dato io ai musicisti in studio, per far capire loro come dovesse suonare. Ho detto: ragazzi, pensate al teatro-canzone di Gaber, ma mischiato con Frank Zappa.
E magari anche con gli Spirit. Senti, com’è stato lavorare con Gabrielli? Tutti quelli che hanno lavorato con lui, come featurer, come arrangiatore e produttore, ne sono rimasti impressionati.
Enrico è impressionante. È un musicista febbrile, completamente “pazzo”. Lavorare con lui è stato davvero straordinario. È una persona estremamente creativa e allo stesso tempo un serio professionista, questa è una dote davvero rara. Gli arrangiamenti dei fiati, che volevo fossero messi in evidenza, in primo piano, sono divisi a metà tra lui e Roy [Paci]. È stato un vero spasso lavorare con loro.
Oggi il brano con Diego Mancino [L’orologio] non l’abbiamo ascoltato. Ma com’è stato lavorare con lui? Io lo trovo un grande cantante, una grande voce, felina e maschile, poco valorizzata, forse proprio poco conosciuta. Mi sono innamorato di lui come interprete un po’ per caso, con un brano di qualche anno fa che si chiamava Il male è banale.
Guarda, se quando devo pensare a un giocoliere delle parole non posso che pensare a Caparezza, se devo pensare a uno con la voce graffiante, con quella interpretazione lì, non posso che pensare a Diego. È un grande cantante e un grandissimo amico. Stasera sono a casa sua.
