Album

100 Years

13 Settembre 2024 psych drone industrial ambient blues

Il nuovo lavoro di Hugo Race è un ritorno sul luogo di un “crimine” ben riuscito, quello compiuto nel 2017 con John Lee Hooker’s World Today, album che rivisitava il repertorio del grande bluesman del Delta in chiave sintetica con la complicità del multistrumentista Michelangelo Russo (già sodale di Race nei True Spirit). La coppia si è ricomposta per due giorni, l’1 e il 2 novembre del 2023, con l’obiettivo di riattivare quello stesso modus operandi, stavolta però allo scopo di dare vita a composizioni originali. Ne sono uscite nove tracce, sette delle quali compongono il qui presente 100 Years

Il blues costituisce ovviamente calligrafia, struttura e codice di composizioni intense ma intrinsecamente inafferrabili, dall’aspetto tanto più arso e sclerotizzato quanto più appaiono aggrappate a un perno emotivo forte, corposo. Quelle ritmicamente più definite (Help Me Somebody, la title track) spingono le dodici misure in un loop quasi androide, su cui chitarre ed elettroniche imbastiscono scenari tra industrial e ambient, il tutto comunque all’insegna di uno strano, strisciante disarmo. Altre (la palpitate Lost Children, la misterica War Outside My Window) incedono in una rarefazione insidiosa, recando comunque le stimmate della “musica del diavolo”, come se volessero raccoglierne l’impronta residua, l’eredità snervata e spettrale ma ancora in grado di costituire un controcanto significativo del presente.

Questa oscillazione tra forme arcaiche e sclerosi contemporanea non manca di innescare connessioni con il Mark Lanegan solista (da Bubblegum in avanti), soprattutto per certa oscurità timbrica disposta a sporgersi su un languore senza ritorno (si senta Earths Answer), mentra la conclusiva Golden Times è uno strumentale onirico (con al centro quella che parrebbe un’armonica filtrata attraverso chissà quale circuiteria) dal retrogusto neanche troppo vagamente eniano. 

Apice della scaletta è tuttavia Eternal City, il talkin’ dalla cupezza ipnotica e snervante che procede (per oltre otto minuti) in un’atmosfera livida e febbricitante, tra pulsazioni cardiache, bordoni incorporei e vibrazioni sinistre di synth, mentre al fianco una chitarra ostinata gratta la pancia dell’irrequietezza: è un lento precipizio orizzontale, in sella all’atavica serialità del blues, alla sua energia fossile, al suo sortilegio vivo malgrado tutto.

Dalle stesse sessioni sono state ricavati, come già accennato, altri due pezzi, usciti come singoli ad agosto: Japanese Car è un bluesaccio a tinte sardoniche, chitarra acustica e armonica inacidita in una caligine sintetica, mentre Poison Apple se la gioca su un versante più incorporeo e desertico, pur collocandosi sotto lo stesso front-porch del caro vecchio John Lee. 

Race & Russo confermano di essere qualcosa in più di uno spin-off estemporaneo: compongono una strana coppia che ha cose peculiari da dire. Il loro campo d’azione è senz’altro defilato, il terreno non sembra di quelli più agili da lavorare, ma le radici sanno come affondare negli strati più profondi. Quanto ai frutti, hanno un sapore scomodo e intrigante.    

Su SA potete trovare le recensioni dell’ottimo Star Birth: Star Death, ultimo lavoro di Race coi True Spirit, nonché del più recente lavoro solista Dishee

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  • 1 100 Years
  • 2 Lost Children
  • 3 Help Me Somebody
  • 4 Earths Answer
  • 5 War Outside My Window
  • 6 Eternal City
  • 7 Golden Times
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