Album
Disintegration Dubs
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Lorenzo Montefinese
- 13 Ottobre 2021
G36 è il progetto di Kevin Martin aka The Bug, inizialmente presentato nel 2018 come una anonima e misteriosa band anarco-punk giapponese – sebbene l’ep Floor Weapons vol.1 e il singolo No Escape/Black Mass fossero un impasto brutale di dub ed industrial. Rivelatosi poi un progetto dell’infaticabile Martin in collaborazione col suo ingegnere del suono, il producer giapponese Gorgonn, è con Disintegration Dubs che l’entità G36 dispiega tutto il suo arsenale a base di «dub as sonic obliteration».
Realizzato con la partecipazione del fidato JK Flesh (incarnazione industrial techno di Justin Broadrick, già membro di Godflesh e Jesu ma anche di Techno Animal e Zonal proprio con Kevin Martin) e pubblicato sull’etichetta Pressure di proprietà dello stesso Martin, l’album si presenta come una collaborazione di secondo grado: dodici tracce in totale, di cui otto a firma G36 e quattro prodotte da JK Flesh. A loro volta, le tracce dei G36 sono equamente spartite fra Kevin Martin e Gorgonn, per un totale di tre teste e sei mani al lavoro su quattro tracce ciascuno. Attualmente disponibile in digitale, è prevista una pubblicazione in vinile per inizio 2022
Se il nome Disintegration Dubs non fosse già abbastanza eloquente, la press release parla di una raccolta di «Demolition dub tracks» frutto di «studi ossessivi su distorsione, overdrive e texture davvero ruvide, in mezzo ad un livello assolutamente folle di sub-bass». Un lavoro tenuto insieme da una comune visione della materia sonora, massiccia e abrasiva, monocroma e opprimente, come l’efficace foto di copertina. Nonostante la coesione di fondo nel sound, i tre artisti riescono nel compito – tutt’altro che scontato – di imprimere un proprio tocco stilistico a questa ribollente materia sonora.
Kevin Martin e Gorgonn aggiornano il lessico del dub britannico, in particolare degli steppers (brani dub con cassa dritta in 4/4), in modi opposti e complementari: il primo optando per bpm più lenti lasciando così maggior spazio di azione asfissiante ai sub-bass, il secondo accelerando sui battiti e giocando di più sulla superficie sonora. Fanno da contraltare le tracce di JK Flesh, che congiungono idealmente i Porter Ricks di Biokinetics e l’Andy Stott sepolcrale di un decennio fa con dei mantra dub techno in sfumature di grigio rallentati e dilatati, gelidi e meccanici.
L’ennesima ottima prova di un Kevin Martin in stato di grazia negli ultimi mesi.
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