Album

Hello Nasty

14 Luglio 1998 hiphop

Hello Nasty dei Beastie Boys arriva tra un fuoco incrociato di uscite minori e la coda lunga del tour (lunghissimo) relativo a Ill Communication. Il trio si è trovato a sostituire i Nirvana (Kurt Cobain è appena morto) alla co-guida – insieme agli Smashing Pumpkins – del Lollapalooza 1994. Ed ha inoltre assecondato diversi progetti (col)laterali tra cui Aglio e Oglio e The In Sound From Way Out!, pubblicati rispettivamente nel 1995 e 1996.

Le session per la nuova prova iniziano di seguito, l’anno successivo: si inizia a Los Angeles e si termina a New York dopo che Yauch si trasferisce a Manhattan. Se Ill Communication era un fritto misto di genialate assortite e le solite cazzate e stranezze del trio, il suo successore spinge decisamente il pedale sulla parte di creatività più “illuminata”. La quota di fiero hip hop qui è rappresentata dall’ingresso in formazione di Mix Master Mike in sostituzione di Dj Hurricane: è un virtuoso del turntablism che apporta nuove sfumature al sound dei Beastie Boys, oltre che fornire gustose citazioni sparse: vedi Intergalactic, che contiene un omaggio a Drop dei Pharcyde con J Dilla.

Per il resto, il parco campionamenti alla base del disco tocca nuove vette di ricercatezza, eleganza e geniale improbabilità, dalla musica classica al rock più colto: Intergalactic prende anche il Preludio in Do# Minore di Rachmaninov, Body Movin’ campiona Oye Como Va di Santana, Electrify guarda addirittura all’Uccello di Fuoco di Stravinsky. Insomma il crossover più rockettaro sembra espunto: ma non a favore di una doppia h più talebana. Si mischia ancora di tutto, ma con un approccio che è il definitivo trionfo delle aspirazioni più artsy del trio.

Hello Nasty viene spesso indicato – semplificando – come il disco più elettrico e danzereccio dei BB, ma non è del tutto esatto: la verità è che qui dentro convive (al solito,  ma anche più del solito) di tutto e di più: si saltella dal lisergico folk-pop di I Don’t Know all’onirismo a tinte pop di Picture This (con la corista Brooke Williams alla voce e tutti gli strumenti suonati dal solo Horovitz), passando per le scorie di strinata psichedelia 60’s di Song for the Man e le arie cinematiche di Just a Test (praticamente la soundtrack a base di tagliuzzamenti hip hop di un poliziesco impazzito, passando per nuove cartoline dal mondo come la strumentale bossa nova di Song for Junior.

A proposito di aspirazioni artsy, parliamo un attimo delle due collaborazioni più intriganti nel disco: c’è Miho Hatori dei Cibo Matto alla voce in I Don’t Know, ma soprattutto c’è lui: Lee “Scratch” Perry. Lo sciamano del dub si trova a New York per un live, e viene invitato dai Beastie Boys – suoi grandi fan sin da ragazzini – in studio con loro. La scusa è registrare qualche pezzo nell’unico momento buco prima del suo show, dopo il quale sarebbe ripartito immediatamente. Problema: è la notte di Halloween, e le strade di New York sono invase da gente mascherata che festeggia. L’unico modo per arrivare dall’albergo di Perry allo studio dei BB è prendere la metro. Incredibilmente, il genio giamaicano acconsente. I Beastie Boys si trovano davanti il loro idolo, e sottopongono alla sua attenzione una bozza di pezzo che hanno composto ispirandosi ai suoi dischi; gli mettono in mano qualche percussione, poi un microfono, e lo lasciano libero di creare e improvvisare: nasce così uno dei capolavori assoluti di Hello Nasty (e della discografia BB tutta): Dr. Lee, PhD.

Il tour di Hello Nasty vede il trio sfoderare un altra genialata: con l’obiettivo di dimezzare la distanza dal proprio pubblico e raddoppiare i buoni posti ai loro concerti, rivoluzionano il loro impianto live. Non più concerto frontale e pubblico davanti, ma un palco rotondo posto al centro dell’arena e tutto il pubblico intorno (una cosa portata al livello successivo da Kanye West con il suo Life of Pablo tour: lì il palco verrà addirittura sospeso sopra al pubblico). Come in un evento sportivo. Ma non solo: volendo regalare a tutti gli spettatori diverse prospettive, il palco viene programmato per ruotare su sé stesso ogni dieci minuti. Anche l’approccio al tour dei tre rapper sta cambiando: non più falli di gomma e camere di albergo devastate. Ora ci si sposta di tappa in tappa con il “family bus”, su cui viaggiano mogli e famiglie. I tre disperati di un tempo sono ormai diventati uomini adulti. Forse.

[Continua la lettura su Piccole storie che dobbiamo raccontare, il nostro approfondimento sui Beastie Boys]

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