Taylor Swift
Taylor Swift, still dal video "The fate of Ophelia" (2025)

Taylor Swift. “The Fate of Ophelia”, disinnescare la tragedia

Tratto dal nuovo album The Life of a Showgirl, il singolo The Fate of Ophelia è la Taylor Swift più teatrale e autocosciente che si sia vista finora. Nel video che lo accompagna, attraversa i decenni come una turista sentimentale, valigia alla mano e sguardo da chi ha già letto il copione ma finge di stupirsi. C’è un quadro che si apre come un portale, un teatro che pare uscito da un sogno di Broadway e, alla fine, una vasca da bagno che cita John Everett Millais e l’idea stessa della tragedia che non si compie.

L’intento è chiaro: salvare Ophelia, tirarla su dal fondo e restituirle un finale diverso. Ma tra l’intenzione e il risultato si infila una patina di perfezione che toglie l’ossigeno. Tutto è calibrato, persino l’emozione: la disperazione filtrata da un buon direttore della fotografia, la malinconia illuminata a dovere.

C’è Mandy Moore (coreografa di La La Land) a dirigere i movimenti, c’è Rodrigo Prieto alla fotografia, già candidato a quattro Oscar (Brokeback Mountain, Silence, The Irishman, Killers of the Flower Moon) e la vecchia banda dell’Eras Tour che torna come in una gita di classe; tutto sembra studiato per il piacere del riconoscimento, più che per la sorpresa. Swift cita se stessa e il mondo intero: Heyser e Millais, Marilyn e la diva da musical anni Trenta, la sirena e la showgirl, tutto dentro lo stesso caleidoscopio. E poi quel dettaglio, il ciak con la scritta Take 100: per i fan è un messaggio in codice, la somma del numero 87 di Travis Kelce, il fidanzato football player, e del suo inseparabile 13 portafortuna. Un gesto d’amore, certo, ma anche il segno di un gioco di specchi che finisce per risucchiare la storia dentro se stessa.

Il problema è che a forza di rimandi e citazioni si perde la voce viva. Il video diventa un museo perfettamente curato dove si può solo camminare piano, per non far suonare l’allarme. Le immagini sono splendide, ma fredde; la tragedia salvata, ma disinnescata. Swift dirige da padrona, ma la sua casa è così ordinata da sembrare un set: si riconosce il gusto, si ammira la coerenza, ma manca l’imprevisto, la crepa, la scheggia che ti resta dentro.

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