Slowdive. “Alison”, schegge di un’adolescenza al tramonto
-
Gioele Barsotti
- 19 Settembre 2023
L’uscita del quinto album degli Slowdive, everything is alive, coincide anche con il trentesimo anniversario dalla diffusione del videoclip di Alison, iconico brano che apre le danze di una vera e propria pietra miliare dello shoegaze. Si sta parlando ovviamente di Souvlaki, l’album che, due anni dopo l’ottimo debutto di Just For a Day, ha consacrato il quintetto britannico donandogli un vero e proprio seguito di culto nel corso degli anni che li hanno separati dal disco omonimo del 2017. Merito, questo, sicuramente ottenuto anche grazie al prezioso aiuto del padre della musica ambient Brian Eno, che non ha prodotto l’LP ma ha collaborato lo stesso con la formazione dando vita a Sing e Here She Comes.
Il brano, il più recente tra quelli allora composti da Neil Halstead, è una ballata dolceamara intinta in cascate di riverbero e delay. A differenza della sperimentale (quanto cosmica) Souvlaki Space Station, Alison è un piccolo gioiello squisitamente indie-pop. Come affermato dalla band nel documentario uscito per Pitchfork, la canzone non è stata scritta inizialmente con questo intento: è stato il lavoro di remixing dell’ingegnere del suono Ed Buller ad esaltarne le venature melodiche e a dare la forma definitiva ad uno dei brani più iconici del disco del 1993. Il cantante e chitarrista della formazione ricorda che il testo di Alison nacque quando la sua relazione con Rachel Goswell era ormai tramontata ed entrambi i musicisti avevano già intrapreso nuove storie d’amore.
I versi tanto onirici quanto criptici della canzone, frutto di un processo di scrittura in solitaria del frontman del gruppo, dunque simboleggiano la rinascita personale dopo un periodo travagliato e la riapertura ad un nuovo mare di possibilità che si schiude dalle ceneri di una relazione ormai passata. Il titolo della composizione, invece, è ispirato dal nome di un’amica con la quale il chitarrista dal cuore spezzato condivideva la propria abitazione. Anche se a livello lirico il brano sembra essere un lamento alla ricerca di un amore che si sta sgretolando, per il frontman della band è invece estremamente ottimista e guarda al contempo sia verso le speranze racchiuse nel futuro all’orizzonte, quanto alla seducente nostalgia rappresentata dai ricordi del passato.
Il prodotto mediale girato da Mike Mason traduce perfettamente a livello visivo l’essenza della band e il suo marchio di fabbrica sonoro composto da muri di suono e lontani echi vocali. Nei suoi quasi quattro minuti di durata vengono mostrare riprese a rallentatore di una festa adolescenziale a cui prendono parte anche i membri del gruppo. Baci, risate e abbracci vengono catturati con una telecamera a mano, amplificandone così l’estetica lo-fi e volutamente amatoriale.
A differenza di un altro videoclip simbolo della scena shoegaze, ovvero Only Shallow dei My Bloody Valentine, uscito solamente due anni prima, alla performance della band vengono dunque affiancate delle scanzonate scene di vita quotidiana. I volti spensierati dei partecipanti, interagendo con le liriche intimiste della canzone e venendo rappresentati in un bianco e nero espressionista, diventano oggi delle schegge di un passato ormai lontano. Una cartolina sempiterna che rappresenta con nostalgia una generazione che sta per diventare adulta, lasciandosi alle spalle, come un ricordo remoto, l’emotività e l’acerba impulsività degli anni del liceo.
Un vorticoso caleidoscopio di pulviscoli violacei viene sovraimpresso alle immagini, accentuando ancora di più il carattere onirico e sognante del cantato di Halstead («Alison, I’m lost», afferma confidandosi con la propria amata). I volti del chitarrista della band e di Goswell si alternano scambiandosi a più riprese la posizione in primo piano e sullo sfondo e vengono ritratti seduti sui propri amplificatori e imbracciando le rispettive Rickenbacker e Fender. Come ricordato sopra, i due musicisti al tempo si lasciarono poco prima dell’uscita di Souvlaki, che in qualche modo è intriso, come accade anche nella straziante Dagger, di struggenti lamenti post-breakup, che qui però si aprono alle infinite possibilità inscritte nel futuro. Schegge di un’euforia adolescenziale (e di una relazione) ormai destinata a spegnersi ma a bruciare in eterno nella musica degli Slowdive.
