Sinead O'Connor
Sinead O'Connor, still dal video “Troy”

Sinéad O’Connor. Non c’è un’altra città di Troia da bruciare, il video di “Troy”

Che Sinéad O’Connor avesse un volto in grado di bucare lo schermo è una cosa di cui devono essersi accorti tutti fin da subito. La sua testa rasata – in risposta alla casa discografica che le aveva chiesto di essere più femminile – già da sola incarnava un forte simbolo di ribellione.

Col tempo divenne un’immagine iconica potentissima, tanto che il New York Times, di recente, ci ha dedicato un intero articolo, intitolato The Bald Power Of Sinéad O’Connor. Se poi ci aggiungiamo pure due occhi verdi d’Irlanda capaci di racchiudere tutta la sofferenza di un paese, vessato da una religione invasiva, anni di colonialismo e finanche una terribile carestia, cantata dalla stessa O’Connor in un brano di straordinaria intensità come Famine – dall’album Universal Mother del ‘94 – ecco che allora il gioco è fatto. Il pranzo da dare in pasto alla macchina mediatica per creare una delle iconografie più famose della storia della musica recente è servito.

Non è un caso che quel volto sia stato piazzato anche sulla copertina del suo disco d’esordio, The Lion and The Cobra (1987), uscito in realtà con due foto diverse, negli Stati Uniti e nel resto del mondo, perché per il mercato statunitense l’immagine di una donna che urla era considerata troppo minacciosa – “in realtà stavo semplicemente cantando”, preciserà lei.

A rendere indelebile l’immagine del suo volto ci penserà il video di Nothing Compares 2 U, di cui vi abbiamo già parlato nella nostra ultima videoclip story, ma in realtà il medesimo regista John Maybury, – autore di svariati video per la O’Connor – ci aveva già provato in precedenza con il video ufficiale del primo singolo, tratto dall’album d’esordio: Troy.

Esattamente come nel video più famoso della cantautrice irlandese, anche in quello di Troy il protagonista assoluto è il viso della cantante, cosa che si ripeterà svariate volte nella videografia dell’artista, tanto che citarle tutte è quasi impossibile – si dia un’occhiata ai video di Mandinka, I Want Your Hands On Me, Thank You For Hearing Me, My Special Child e All Apologies, giusto per avere un’idea di quanto il suo primo piano sia sempre stato un elemento centrale intorno a cui far ruotare tutto il resto.

Nel video di Troy, che rappresenta quindi il capostipite di questo filone, il volto di Sinéad O’Connor è ripreso un po’ più da lontano rispetto a Nothing Compares 2 U e con un rasatura totalmente a zero, che rende la sua figura più aliena e meno conciliante. L’immagine trasmessa, in questo caso, non è solo quella di una donna ferita a morte, che si crogiola nel proprio dolore inconsolabile, ma quella di una donna dalla cui ferita sprigiona anche una rabbia incontenibile: un fuoco rappresentato dalle fiamme che prendono vita dentro di lei – A phonenix from the flame, come dice a un certo punto il testo della canzone.

Dal punto di vista musicale si tratta di un brano basato su pochi accordi di chitarra – stando alle dichiarazioni di O’Connor ci sono solo due accordi perché ai tempi erano gli unici che sapeva suonare – arricchiti da un arrangiamento orchestrale, in cui gli archi prendono il sopravvento nei momenti cruciali della canzone per amplificarne l’intensità.

Non ce ne sarebbe bisogno – e basta ascoltare la versione chitarra e voce per capirlo – perché in realtà il brano è tenuto in piedi quasi interamente dalla forza e dall’estensione vocale devastante attraverso la quale Sinéad O’Connor mette subito in chiaro quanto sia potente lo strumento umano di cui è dotata e al tempo stesso quanto questo sia duttile nel creare saliscendi emotivi inarrivabili per molti dei suoi colleghi più navigati.

Tra quelli più giovani, nel frattempo, due conterranei prenderanno appunti: Damien Rice e Dolores O’Riordan. Se scovare le sue tracce nel primo non è così facile, non è un segreto che la cantante dei Cranberries abbia cantato proprio Troy quando fece il suo primo provino per entrare a far parte del gruppo. Il fatto è stato reso noto pochi giorni fa dalla famiglia di O’Riordan, ma il legame tra le due era già evidente dal suo modo di cantare e dal suo look coi capelli corti. Altra coincidenza particolare, nel video del brano più famoso dei Cranberries – Zombie – a un certo punto Dolores O’Riordan, appare ricoperta di una vernice dorata. La stessa cosa succede anche a Sinéad O’Connor nel video di Troy, quando “emerge” dalle fiamme come una sorta di Daenerys Targaryen ricoperta di lava o metallo fuso.

The Cranberries, still dal video “Zombie” (1994)

Del resto il fuoco e le fiamme sono parte integrante dell’iconografia di O’Connor, come testimonia la copertina di Faith and Courage (2000) o il video di Fire on Babylon, dove una giovane Sinéad legge la storia di Giovanna D’arco, indossa la sua armatura e infine brucia casa degli orrori della sua infanzia.

È storia nota che da bambina Sinéad O’Connor abbia subito violenze fisiche e psicologiche da parte della madre con cui era rimasta a vivere dopo la separazione dei genitori. Nella sua discografia ci sono molte canzoni che parlano del rapporto conflittuale con la madre, nei confronti della quale nutriva una sorta di amore e odio, perché sapeva che era affetta da disturbi mentali e che non era pienamente consapevole delle torture che le infliggeva.

La più potente di tutte è proprio Troy. La canzone rievoca il ricordo di quando da bambina la madre la costrinse a vivere in giardino giorno e notte: «Stavo seduta nell’erba per tenermi al caldo. Stavo lì fuori al buio e all’ora del tramonto – ancora adesso odio i tramonti – guardavo l’unica finestra della casa in cui lei teneva la luce accesa e urlavo chiedendole di farmi entrare. Ovviamente non mi faceva entrare, spegneva la luce ed era buio ovunque”.

Il video di Troy comincia proprio con lei accucciata nell’erba che cerca riparo come da bambina – sitting in the long grass in summer / Keeping warm – salvo poi rievocare il trauma attraverso una serie di metafore e di dialoghi interiori.
La location delle riprese esterne non è casuale perché siamo nei pressi dell’Hell Fire Club di Dublino, una rovina in pietra sulla collina di Mountpelier Hill, dove secondo alcune credenze popolari si svolgevano rituali di magia nera per evocare fantasmi e demoni.

Tutti i ricordi di quel trauma vissuto da bambini riemergono come piccoli flashback nel testo della canzone: c’è l’abbandono e la paura dei tramonti (And I wondered where you went to / Tell me, when did the light die), c’è quella dannata luce di casa che veniva spenta lasciandola al buio (And you should’ve left the light on) e ci sono tutte le giustificazioni della madre per i suoi comportamenti violenti (And I never meant to hurt you / I swear I didn’t mean those things I said / I never meant to do that to you / Next time I’ll keep my hands to myself instead). Giustificazioni a cui la protagonista, tornata dalle fiamme dell’inferno, ha ormai smesso di credere, urlando per tre volte di fila You’re still a liar nel finale della canzone.

E infine c’è quel verso da cui nasce il titolo – There is no other Troy / For you to burn – non c’è un’altra città di Troia da bruciare per te – che successivamente viene ribaltato anche in prima persona: non c’è un’altra città di Troia da bruciare per me.

Non si tratta semplicemente di un riferimento alla città dell’antica Grecia come metafora del tradimento e dell’inganno da parte della madre. Ma è anche e soprattutto una citazione di un verso del poeta irlandese William Butler Yeats, tratto dalla sua poesia No Second Troy, scritta come Odi et amo nei confronti della rivoluzionaria Maud Gonne, che gli aveva spezzato il cuore. I sentimenti contrastanti contenuti nei versi del poeta sono gli stessi che infestano il cuore della cantante e della canzone, che riesce ad essere al tempo stesso un fantasma e un lampo di luce.

Perché io dovrei rimproverarla perché ha riempito i miei giorni
Di tristezza, o perché voleva ultimamente
Insegnare ad uomini ignoranti maniere violente,
O avventare le strade secondarie su quelle principali,
Se soltanto avessero avuto coraggio pari al desiderio?
Che cosa avrebbe potuto pacificarla, lei che ha un animo
Reso dalla nobiltà semplice come una fiamma,
E una bellezza simile a un arco teso, di un genere
Che non è naturale in un’età come questa,
Alta bellezza e solitaria e molto austera?
Che cosa avrebbe potuto fare, essendo quella che è?
C’era forse per lei un’altra Troia da incendiare?
W.B. Yeats

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