Luchè. Il “Labirinto” è nella performance
-
Fabrizio Testa
- 27 Febbraio 2026
Labirinto non è soltanto il brano che ha segnato l’esordio di Luchè al Festival di Sanremo 2026. È piuttosto la fotografia nitida di un corto circuito: quello che scatta quando l’aspettativa supera la resa e il palco amplifica ogni esitazione. Un déjà-vu che riporta alla memoria quanto accaduto ad Aiello cinque anni fa, quando una performance fragile e quel celebre “Sesso ibuprofene” diventarono più virali della canzone stessa. Oggi, in modo speculare, l’incertezza dell’ex Co’Sang catalizza l’attenzione, lasciando in ombra un brano che, fuori dall’Ariston, potrebbe trovare un respiro più lungo.
Perché, a ben ascoltare, nella proposta del rapper partenopeo non c’è nulla di fuori asse. Il percorso emotional-romantico inaugurato con Nessuna – apripista dell’ultimo album, Il mio lato peggiore – prosegue con coerenza. Cambia però la luce: se Nessuna si muoveva su coordinate più rarefatte e malinconiche, Labirinto sceglie tinte più scure, quasi claustrofobiche. In studio la voce è trattata come materia sonora immersa nel beat, una scelta che accentua il senso di spaesamento del testo; dal vivo, invece, quella fusione si incrina e il brano perde parte della sua forza immersiva.
Sul piano compositivo la canzone resta solida. La scrittura melodica è compiuta, l’architettura regge, il dialogo tra strofe e ritornello è calibrato con attenzione – dettaglio tutt’altro che scontato in questa edizione. Eppure la narrazione mediatica rischia di ridurre tutto alla caricatura del rapper fuori comfort zone. Ma Sanremo funziona così: non basta avere il pezzo giusto, bisogna anche saperlo abitare nel momento più esposto. Il resto, spesso, è rumore.
