Francesco Renga
Francesco Renga, still dal video “il meglio di me”

“Il meglio di me” è un Renga che ritrova sé stesso senza reinventarsi

Il percorso di Francesco Renga torna finalmente a muoversi dentro quelle coordinate che più conosce bene: una comfort zone emotiva mai abbandonata, rassicurante per i fan di più vecchia data, che oggi assume i contorni di una riflessione molto esplicita sul proprio percorso artistico e umano. L’ex Timoria ha costruito la propria carriera solista tra i primi anni Duemila, rafforzandola di un’immagine melodico-sentimentale fedele a un mainstream piuttosto conservativo.

Con Il Meglio di Me, siamo all’undicesima partecipazione del cantante bresciano a Sanremo: un brano che guarda avanti nel testo, ma che musicalmente sembra voltarsi indietro. A partire dall’attacco della strofa, che richiama vagamente le atmosfere più malinconiche del Renga dei primi anni Duemila, da Segreti al periodo di Camere con Vista, (l’album che sancì la consacrazione solista al grande pubblico dopo l’abbandono ai Timoria). Sono lontani però i tempi di Angelo: la scrittura è ormai più controllata e consapevole, meno ispirata, e il pezzo resta allineato ai canoni di quel pop italiano più sicuro e prevedibile, senza cercare sorprese.

Renga insiste sulla dimensione sentimentale tipica del suo repertorio, quella che ha contribuito a normalizzare l’immagine del maschio fragile e vulnerabile e che qui, in forma più matura, si confronta con le proprie insicurezze: smettere di fuggire e accettare il peggio di sé. “I pugni chiusi in tasca ed un muro nella testa” fanno da opposto alla presenza salvifica di un “tu” direzionale. Nella riflessione sul tempo il testo trova il suo passaggio più riuscito:

Ancora non so perdonare/il tempo che cambia le cose/ e i segni sulla faccia/ di una vita che ti spacca

Ma è la voce, incontenibile, a dominare la scena: il ritornello esplode in un rilascio emotivo quasi fisico, sorreggendo l’intera architettura del brano. Una ballata costruita sull’interpretazione, firmata da Francesco Renga che torna a essere Renga, con tutti i limiti espressivi che lo accompagnano, a margine di una parentesi non del tutto riuscita con Nek e di una collaborazione più pop che vedeva coinvolto anche l’amico Max Pezzali.

La dimensione introspettiva del brano trova coerenza nel videoclip, scritto e diretto da Marco Braia e girato interamente a Brescia. Il cantante attraversa i vicoli della sua città stringendo tra le mani una piccola fiamma, simbolo di una luce interiore da dover proteggere, che fa da contrasto ai toni volutamente oscuri. Il passaggio del cantante tra le strade della città porta le persone a voltarsi e a seguirlo, fino al passaggio finale in cui la fiamma viene liberata in cielo.

Certo, siamo lontani, anzi, molto lontani dall’urgenza rock dei Timoria. Siamo passati dalla rabbia e la frattura alla ricomposizione. Ma è proprio in questa distanza che si misura il percorso di Renga.

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