David Bowie, "Little Wonder"

David Bowie, “Little Wonder” è un allucinato viaggio dentro la New York mutante di Floria Sigismondi

E’ il 1997. David Bowie è reduce dall’ottimo successo di 1.Outside – The Nathan Adler Diaries e del relativo tour. Felice del feeling con la sua band, se ne va a Manhattan, al Looking Glass, per dare il via a nuove sessioni di registrazione. Sono settimane di lavorazioni veloci, spontanee e fluenti per un disco che, dirà, prendeva forma da solo. Il risultato sarà una conferma della vena creativa inaugurata in 1.Outside che prenderà il nome di Earthling.

Little Wonder è il primo singolo e una – comoda – summa del sound dell’album, a tutti gli effetti il risvolto più pop e immediato delle sperimentazioni del precedente. Dopo un’ufficiosa presentazione del disco dal vivo avvenuta l’8 gennaio in occasione del cinquantesimo compleanno del Duca Bianco, Little Wonder esce il 27 gennaio 1997 e definisce il primo impatto del pubblico con l’album. Fin dai primi secondi cattura l’attenzione con una smaccata citazione Drum’n’Bass (è proprio quello, iconico, campionato da Amen, Brother) che farà da colonna portante lungo tutto il brano. Su di essa si vanno a incastonare gradualmente il suono distorto della chitarra di Reeves Gabrels, un sintetizzatore (probabilmente anch’esso dall’origine chitarrosa) e poi un pianoforte, rendendo il loop tutt’altro che monotono. In effetti, quella che descrivevamo come summa del sound del lavoro, dimostra come le influenze della sottocultura rave siano sì elemento cardine (e sul quale la critica al tempo insistette forse eccessivamente), ma al centro del discorso musicale dell’album c’è invece un vero e proprio mix tra queste ultime e una limpidissima ricerca della forma canzone pop, pur – senz’altro – nata da una rielaborazione di quei momenti. Testimonianza – un’ennesima – dell’ineguagliata maestria di Bowie nel calarsi dentro le acque sorgive dell’underground per portarle altrove. In questo modo Bowie si apre anche una breccia in un nuovo corpo di ascoltatori – magari più giovani – affascinati, sedotti, catturati da questa commistione tra sotterraneo e pop. E, a tal proposito, non possiamo non pensare anche a questa iconica scorribanda a Sanremo di quell’anno.

A fare da controcanto al pezzo, poi, c’è questo vero e proprio gioiellino visivo – è parte della collezione permanente del MOMA – firmato dalla leggendaria artista italo-canadese Floria Sigismondi. L’artista nata a Pescara nel 1965 aveva da poco curato un paio di videoclip per Marylin Manson (The Beautiful People e Turniquet, 1996) che attirarono su di lei più di qualche sguardo. Tra questi anche quello eterocromo di Bowie. Il video, che accompagna una versione editata a 4 minuti e 9 secondi, è uno stop-motion nel quale un Bowie metamorfico si aggira per le strade e la metropolitana di una New York abitata da creature mutanti e mostruose. Sono i luoghi che la stessa Sigismondi racconta come «sotterranei entropici abitati da anime torturate ed esseri onnipotenti», da sempre protagonisti della sua visione filmica fortemente influenzata dal surreale di Lynch, dall’iconografia di Bacon, ma anche da Kubrick. Il video è poi un vero e proprio cofanetto di auto-citazioni e rimandi: c’è Ziggy che spunta qua è là, c’è un Bowie bendato (Rebel Rebel anyone?), c’è – ovviamente – la redingote disegnata insieme ad Alexander McQueen con fantasia Union Jack che indossa sulla copertina di Earthling. E d’altronde lo stesso testo della canzone – nel quale Bowie riesce a inserire non soltanto i nomi di tutti e sette i nani di Biancaneve, ma pure un ottavo, inventato di sana pianta: Stinky – sembra nascondere dietro una giocosità nosense molti riferimenti alle mille sfaccettature della personalità di David Robert Jones. Sigismondi, nel 2013, sarà di nuovo dietro la telecamera per il video di The Stars (Are Out Tonight). Bowie le fece ascoltare il pezzo in assoluta anteprima: da dieci anni (Reality era del 2003) c’era assoluto silenzio riguardo a future pubblicazioni del Duca Bianco. Sigismondi ha in seguito ricordato il privilegio e la gioia quando sentì per la prima volta il pezzo, chiamata a New York da Bowie, e nel capire che lui «stesse scrivendo e registrando di nuovo e volesse condividere la sua musica con il mondo. Parte di un momento veramente speciale nella sua carriera».

A proposito del Duca Bianco, su SA trovate un ampio database in calce alla lunga retrospettiva (un vero e proprio libro) a cura di Giulio Pasquali, Stefano Solventi e Giulia Cavaliere.

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