At My Most Beautiful dei R.E.M. – A way to make you Smile
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Fabrizio De Palma
- 1 Novembre 2023
Il 27 ottobre 1998 usciva quello che per alcuni è “il primo disco brutto” dei R.E.M. e per altri è l’ultimo bello. In alcuni punti persino bellissimo.
At My Most Beautiful è uno di quei punti. Il brano, scelto come terzo singolo dopo Daysleeper e Lotus, in realtà, si discostava molto dal sound generale dell’album, che per la prima vedeva i R.E.M. flirtare con l’elettronica e che – soprattutto – era il primo ad essere stato registrato senza Bill Berry, batterista storico del gruppo. Potrebbe sembrare una cosa da poco, ma non nel caso del gruppo di Athens: i R.E.M. sono nati e cresciuti come un gruppo di quattro elementi, e sono sempre stati loro quattro, più che un gruppo una sorta di equazione matematica dove “Michael Stipe : Peter Buck = Bill Berry : Mike Mills”. Se togli un elemento dall’equazione il risultato non torna. Tant’è che il gruppo arrivò vicino al punto di sciogliersi. Berry lo sapeva bene e li costrinse a stringere un patto: il gruppo doveva andare avanti anche dopo la sua dipartita.
E così fecero.
Ma le cose non furono affatto facili, come viene raccontato con dovizia di particolari nel documentario This Way Up, disponibile integralmente su Youtube. Essendo venuta a mancare una componente fondamentale del gruppo, tutti i patti di questo mondo non potevano certo cancellare con un colpo di spugna la bellezza di 10 album in studio e 15 anni di carriera alle spalle. I tre “superstiti” furono nettamente spiazzati dalla nuova situazione: pur comprendendo a pieno le ragioni del compagno – ormai privo di stimoli, in piena crisi matrimoniale e per di più colpito da un aneurisma in tour – al momento di entrare in studio il trio rimanente era ancora estremamente scosso dal suo abbandono.
Molti vi attribuiscono una correlazione diretta di causa/effetto con la svolta musicale della band, ma in realtà non andò esattamente così: se è indiscutibilmente vero che la perdita di Berry aveva dato una scossa al loro baricentro, è altrettanto vero che il gruppo stava già meditando da prima una nuova direzione musicale da intraprendere. Del resto il momento storico era propizio. Nella seconda metà degli anni ’90 – New Metal a parte – si era cominciati a entrare in una sorta di “nuova era elettronica del rock”, per cui diversi gruppi affermati – connotati in passato semplicemente come rock o alternative rock – avevano iniziato a ibridare il proprio suono e a sperimentare con sintetizzatori, loop e drum machine – apripista gli U2 con Achtung Baby, Zooropa e poi Pop (1997), dunuqe i Radiohead di Ok Computer (1997), a seguire gli Smashing Pumpkins di Adore (1998) e appunto i R.E.M. di UP.

In particolare l’apertura di UP – che parte subito con l’elettronica spinta di Airportman, ai confini con l’ambient del Brian Eno anni ’70 (cfr. Another Green World, Before and After Science e Music For Airports) – era una delle cose più spiazzanti che ci si potesse aspettare da un gruppo “rock”, quasi quanto lo sarà, solo qualche anno più tardi, ascoltare KID A. Con il disco da futuro distopico dei Radiohead, UP ha sicuramente in comune il concetto di “alienazione”, sebbene quello “remmiano” resti ben più ancorato al presente (vedi i lavoratori notturni di Daysleeper). Ma incipit parte, il resto dell’album di Stipe e soci non è così audace come quello del gruppo di Oxford e rimane più vicino a una forma ibrida di rock ed elettronica, in cui i due elementi si fondono con risultati ancora collocabili nel primo emisfero.
Oltre che a livello di sound, con l’innesto della drum machine, l’assenza di Berry – in parte sostituito da Barrett Martin degli Screaming Trees e dal turnista d’eccezione Joey Waronker (già con Beck e moltissimi altri) – si percepisce soprattutto a livello tematico. La maggior parte delle canzoni di UP parlano di smarrimento e solitudine, di sentirsi instabili, di navigare in un territorio inesplorato o di chiedere espiazione per dei presunti peccati.
Ma non At My Most Beautiful.
At My Most Beautiful spicca proprio perché all’interno di questo disco costituisce un “canto fuori dal coro” o forse, al contrario, proprio l’unico canto ad esserci dentro. Innanzitutto ha un suono molto più famigliare che lo avvicina alle classiche ballate di cui i R.E.M. sono sempre stati maestri. Eppure in qualche modo ne è anche distante per via di una nuova complessità. Siamo dalle parti di Wendell Gee e Nightswimming per intenderci, ma qui il suono è molto più stratificato e pomposo, con arrangiamenti orchestrali da Wall of Sound spectoriano elevato all’ennesima potenza e armonie vocali che non possono non rimandare a un pop barocco figlio di Brian Wilson e dei Beach Boys di Pet Sounds.
L’omaggio è talmente trasparente da essere stato apertamente dichiarato dai vari membri della band, tutti grandissimi fan del gruppo ad eccezione di Stipe. Nelle note di In Time: The Best of R.E.M. 1988-2003, ad esempio, Peter Buck scrive
Ovviamente, questo è il nostro tributo ai Beach Boys. Mike mi ha raccontato che quando lui e Bill vivevano a Macon, giravano per la città cantando con un otto tracce dei Beach Boys. Mi ha detto che questo ha fatto sì che le loro gamme vocali più alte si estendessero molto. Fino al giorno in cui Bill ha smesso, riuscivano ancora a raggiungere quelle note
Peter Buck
Sia Buck che Mills hanno ammesso di aver scritto le rispettive parti musicali con in testa Brian Wilson, accentuandone le somiglianze. Lo stesso Michael Stipe, che invece ai tempi non era particolarmente ferrato in materia, ha raccontato così la genesi del brano «L’idea è nata guidando su e giù per Santa Monica Boulevard a Los Angeles mentre stavo mettendo insieme il libro di Patti Smith [Two Times Intro: On the Road with Patti Smith]. Avevo in macchina CD e cassette di nuove canzoni. Mi è venuto in mente questo verso: “I found a way to make you SMILE”. Sapevo solo che i Beach Boys avevano un disco o una canzone che si chiamava Smile, giusto? – così mi sono detto: “Beh, questo sarà il mio regalo per Peter e Mike, e Bill all’epoca”».
Avvolto in questa nuova luce quel verso (I found a way to make you smile / ho trovato un modo per farti sorridere) assume nuove sfumature di significato: “ho trovato un modo per farti sorridere”, sì, ma anche “un modo per farvi (fare) SMILE”.
Coperto da un alone di leggenda, SMILE è l’album incompiuto dei Beach Boys che sarebbe dovuto uscire nel 1967, ma venne poi abbandonato. In parte disperso e in parte distrutto, è il disco che fece quasi impazzire Brian Wilson, a cui venne un vero e proprio crollo nervoso durante le sue infinite sessioni di registrazione. Tra le varie ragioni c’era l’ambizione di “superare” Sgt. Pepper’s dei Beatles, dopo che quest’ultimo aveva a sua volta “superato” Pet Sounds. Ma la sfida tra i quatto genietti di Liverpool e il singolo genio di Wilson era impari. Alla fine il disco diventò una chimera irraggiungibile. I suoi rimasugli sono stati ri-assemblati soltanto nel 2004 per l’album solista Brian Wilson Presents Smile, ma stiamo ormai parlando di un altro disco, uscito quasi quarant’anni dopo.

Nel suo piccolo, At My Most Beautiful può essere considerata un po’ come la versione di Smile di Michael Stipe, visto che gli causò anche un blocco dello scrittore: «È stato difficile scriverla. Era un impegno grosso dire: “Ho trovato un modo per farvi sorridere”. Ho dovuto pensare: “Ok, quali sono questi modi?” È stata dura». In effetti dopo aver scritto quel primo verso in macchina, il leader dei R.E.M. non riuscì più ad andare avanti e impiegò circa un anno prima di scrivere il resto del testo – che alla fine arrivò sotto forma di Haiku giapponese, partendo dal titolo del brano: “At my most beautiful, I count your eyelashes secretly / Al mio massimo splendore, conto segretamente le tue ciglia”. E da lì tutto il resto.
E così arriviamo alla seconda ragione per cui questo brano è così speciale, non solo all’interno di UP, ma in tutta la discografia dei R.E.M.: questa è la prima vera canzone d’amore scritta da Stipe – famoso soprattutto per i suoi testi ermetici, inizialmente cantati addirittura in modo che non fossero del tutto comprensibili, così da lasciare sempre un alone di mistero. Non a caso questa è la prima volta in cui i testi, invece, vengono pubblicati ufficialmente sul libretto del disco. Ci sono momenti all’interno di At My Most Beautiful di una dolcezza disarmante, che mai ci saremmo aspettati di sentire. Come negli altri brani del disco, c’è “una specie di solitudine” cheeveriana dettata da una distanza – in questo caso fisica – solo che qui questa è ampiamente colmata dai due amanti attraverso i messaggi che si lasciano in segreteria e che si incrociano tra loro in quella che è la strofa più bella della canzone:
Io leggo delle poesie scadenti
nella tua segreteria.
salvo i tuoi messaggi
soltanto per sentire la tua voce.
Tu ascolti sempre attentamente
quelle rime goffe.
E dici sempre il tuo nome,
come se non sapessi che sei tu,
al tuo massimo splendore.
Da un capo del telefono la voce narrante legge le sue brutte poesie. Dall’altro c’è qualcuno che ne apprezza comunque le rime nonostante la loro goffaggine, e che conclude i suoi messaggi dicendo sempre chi è, come se la sua identità non fosse così scontata. È questa tenerezza quasi carveriana che commuove chi ascolta e gli fa cambiare la persona al verso che dà il titolo alla canzone – At YOUR most beautiful – trasformandolo in una dichiarazione d’amore.
Come scrisse all’epoca Ann Powers nella sua recensione per Rolling Stone “i R.E.M. hanno reso il romanticismo del mondo interiore avvincente quanto tutta la lussuria e la ribellione che il rock ha raccolto nel corso della sua rumorosa storia”.
Il potenziale romantico del singolo verrà sfruttato dallo show televisivo della Fox Party of Five (in Italia “Cinque in famiglia”) durante un episodio della quinta stagione in cui la band si esibirà dal vivo nel finale di puntata. La versione deluxe di UP per il suo 25° anniversario contiene un set inedito di 11 canzoni dal vivo, tratte proprio dalle registrazioni effettuate per la serie televisiva.

Il video ufficiale del brano girato da Nigel Dick, invece, non c’entra nulla con la storia d’amore narrata dal testo – sarebbe stato troppo didascalico per i R.E.M. – ma si avvicina di più al mood solitario del disco. Dick che ha girato centinaia di video musicali e collaborato praticamente con chiunque dai Black Sabbath a Britney Spears coglie l’umore umbratile dei tre R.E.M. superstiti: nel video li vediamo aggirarsi per uno stanzone enorme, ognuno chiuso nel suo auto-isolamento d’artista: Stipe appunta dei versi su un taccuino, Mills delle partiture al pentagramma, mentre Buck è immerso nella lettura.
La luce è “blue” malinconia come nel video di E-bow The Letter con Patti Smith, dove “la paura aveva il sapore dell’alluminio”. Ognuno qui è solo. Ma nel video c’è anche un’altra protagonista femminile che inizialmente sembra far parte di un’altra storia. A interpretarla è Rain Phoenix (con cui Stipe inciderà un brano intitolato Time is The Killer nel 2019), sorella degli attori Joaquin Phoenix e – soprattutto – River Phoenix, alla cui morte i R.E.M. avevano dedicato il loro disco del ’94 (Monster). La ragazza cammina per strada con un grosso strumento sulle spalle, ma mentre si muove per la città le succede un po’ di tutto: pronti via un autobus le schizza addosso l’acqua di un enorme pozzanghera mentre è ferma al semaforo; subito dopo, urtando un gancio di ferro che spunta da un palo della luce, cade per terra e perde tutte le monete in un tombino.
Proseguendo ancora il suo tragitto viene strattonata da un ladro in fuga, cade di nuovo e perde gli occhiali che vengono calpestati dal poliziotto all’inseguimento, inoltre nella caduta si buca anche i pantaloni. Una brutta giornata insomma. Anzi “it’s been a bad day”, come canteranno gli stessi R.E.M. un lustro più tardi nell’inedito pubblicato insieme al Greates Hits del 2003 (che poi in realtà era un vecchio demo risalente alle sessioni di Life’s Rich Pageant, ma questa è un’altra storia). Potremmo quasi dire che la ragazza sembra finita nel video della canzone sbagliata.
Invece è quella giusta, ma questo lo scopriremo soltanto alla fine. Nel frattempo le sue disavventure metropolitane vengono intervallate dalle immagini della band, rinchiusa nello stanzone di cui sopra, dove ognuno continua a farsi bellamente gli affari suoi: i tre R.E.M. non interagiscono mai tra loro, ognuno sembra perso nel suo mondo, soprattutto Stipe che ogni tanto lo vediamo “fingere di dirigere” un’orchestra con le mani e tutta la musica nella sua testa, proprio come faceva Brian Wilson in sala di registrazione. Ma nonostante le atmosfere malinconiche in più di un’occasione gli vediamo comparire anche un sorriso sulla faccia.
Solo alla fine del video scopriamo che la ragazza si stava recando proprio in quella stanza a fare un’audizione con i R.E.M., davanti ai quali suonerà al violoncello il pezzo finale del brano. Per la prima volta i tre confabulano tra di loro e si scambiano delle occhiate d’intesa e di apprezzamento. Grazie alla musica la ragazza ha trovato così un modo per riavvicinarli e “farli sorridere” di nuovo insieme come una band unita; nonché per sorridere di rimando lei stessa, nonostante la giornataccia, gli occhiali rotti e il pantalone bucato sul ginocchio che tenterà di coprire con la mano nella scena finale.
L’audizione potrebbe essere un velato riferimento alla ricerca di un sostituto per Bill Berry. Ma in realtà non era un sostituto quello che stavano cercando – e nemmeno ciò di cui avevano bisogno. Era un suono. Per questo nel comunicato stampa ufficiale che annunciava la partenza di Berry, Stipe contribuì con una citazione che sarebbe poi diventata una sorta di manifesto per la continuazione della loro ultima parte di carriera:
“Per me, Mike e Peter, come R.E.M. – Siamo ancora i R.E.M.? Credo che un cane a tre zampe sia sempre un cane. Deve solo imparare a correre in modo diverso” o in altre parole deve “trovare un modo per farti sorridere” – A way to make you SMILE.
