X Factor e Sara Loreni. Quando un “non me la sento” diventa “rivoluzionario”
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Fabrizio Zampighi
- 17 Ottobre 2015
Forse non tutti i lettori di SENTIREASCOLTARE conoscono Sara Loreni. Potremmo sintetizzare dicendo che è la cantante che ha “osato” rifiutare il passaggio di turno a X Factor 2015. Arrivata ai Bootcamp (una delle fasi di selezione avanzate del programma), la musicista, dopo essersi esibita con la sua loop station ed aver vinto un seggio tra gli “eletti”, ha pensato bene di lasciare il posto a un collega, giustificando il tutto con un sereno «non me la sento». Il suo gesto, registrato a luglio durante le selezioni ma trasmesso solo poche settimane fa su Sky, ha destato scalpore e ha fatto il giro d’Italia, con tanto di interviste su testate giornalistiche di tutti i generi – da Vanity Fair a La Repubblica, da Letteradonna a Marie Claire – e articoli su La Stampa, Huffington Post, Il Fatto Quotidiano e molti altri. Tutti a interrogarsi sul motivo di un atto così “azzardato”, tutti a valutare se il suo rifiuto fosse stato un «gesto di classe o un grande errore» (come se X Factor rappresentasse l’unico palcoscenico al mondo per chi vuole fare musica), tutti a chiedersi cosa fosse quella loop station con cui l’artista si era esibita – marchingegno sdoganato da anni negli ambienti musicali ma evidentemente alieno ai piani alti del giornalismo italiano (e forse anche della discografia ufficiale).
In realtà ci pare che Sara abbia semplicemente fatto quello che qualunque musicista con un minimo di considerazione per il proprio lavoro avrebbe fatto: una volta compresa la situazione, si è voluta smarcare da un contesto poco rispettoso delle diversità e tarato su un populismo del bel canto – nonostante i luccichii modaioli e “modernisti” che vorrebbero mascherarlo – sempre più fuori dal tempo. Un Colosseo in cui i cantanti diventano gladiatori – sottoposti a una competizione spietata che insegna loro ad essere avversari, prima che collaboratori, cioè il contrario di quello che dovrebbe accadere tra musicisti – in balìa di un imperatore con quattro teste (ovvero la giuria, quest’anno composta da Mika, Elio, Skin e Fedez) pronto a mostrare il pollice verso, e di un pubblico sugli spalti talvolta emotivamente violento, incoerente e spesso musicalmente impreparato. Quel pubblico che, statisticamente, potremmo considerare un campione abbastanza rappresentativo del popolo italiano.
«In quel momento ho sentito una sensazione molto forte, quella, cioè, di non voler appartenere a un sistema fatto di competitività e cinismo», ha dichiarato lei a La Repubblica, una esternazione che nella sua semplicità dà il metro della linearità alla base della decisione – non abbiamo motivo di credere che la boutade televisiva fosse preparata, testimonianza ne sono le lacrime della stessa musicista al momento di abbandonare (abbiamo chiesto lumi anche ad alcuni addetti ai lavori, in questo senso, ed abbiamo ricevuto conferme). Eppure un gesto che ha generato incredulità e sgomento ovunque, a cominciare dai giudici, prima colti dalle telecamere a chiedersi se la formula della Loreni fosse, televisivamente parlando, abbastanza interessante – invece di puntare il dito sulla sensibilità e sulla voce di un’artista che aveva appena portato in dote una versione di Stand By Me a suo modo poetica – e poi sorpresi, quasi scandalizzati, dopo il gran rifiuto della musicista: Fedez che chiosa con un tragico «nooo, ma cosa stai facendo?» (il “raga” non capisce come si possa rinunciare a X Factor), lo stiloso Mika che la saluta con un «sei la più elegante di questa competizione, sei una figata» [What?!?] e il buon Elio – l’unico che probabilmente ha compreso i reali motivi del gesto, considerato il suo passato artistico borderline – che si toglie il parrucchino in segno di rispetto (Skin non pervenuta).
Quella della Loreni è una decisione che in pochi secondi fa crollare il castello di carte che questo genere di trasmissioni rappresenta. Un «non me la sento» che, in quanto atto di consapevolezza e rifiuto delle luci della ribalta, manda in cortocircuito un sistema che non vuole artisti consapevoli, non vuole musicisti innamorati della musica, ma solo figuranti virtuosi in un circolo vizioso sospeso tra marketing, major discografiche e immagine eterodiretta. L’affronto involontario di Sara è a suo modo un atto sovversivo che condanna il concetto di popolarità mediatica per come è inteso oggi (anche se poi la sua decisione le ha garantito una visibilità capillare di riflesso, ma questo è un altro discorso), in una società in cui essere al centro delle cronache, spesso immeritatamente, è diventato un diktat. Un rifiuto scandaloso e incomprensibile soprattutto per chi sbava per quei quindici minuti di popolarità laccata e artificiosa visti come l’unica alternativa a una vita reale vissuta come “uno dei tanti”, per chi teme l’anonimato biografico più di quello artistico.
Il bell’epilogo di tutta la vicenda è un disco solista uscito lo scorso 14 settembre per Maciste Dischi, Mentha, che in qualche modo mette in musica l’onestà intellettuale di Sara: un lavoro perfettibile, ma certamente anche intrigante, pieno di canzoni che parlano di quotidianità, di una dimensione personale che rivela una certa naturalezza. Dentro c’è la loop station, ma non solo quella: c’è un trip-hop basale “italianizzato” dalla melodia, ci sono atmosfere sognanti e pop, c’è un’estetica indie che nulla ha a che vedere con la musica da classifica, ma soprattutto c’è l’entusiasmo di chi sa che la strada da percorrere è ancora lunga e che l’unica discriminante può essere solo la musica suonata. Se avete voglia di dargli una possibilità, potete ascoltarlo grazie al nostro player Spotify integrato. Nel frattempo, spegnete quella televisione.
