Verso Indietube(?)
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Stefano Solventi
- 27 Giugno 2014
E così Youtube ha gettato la maschera. I rumours sul possibile defenestramento dei roster di etichette indipendenti (o forse è meglio dire non-major) dalla piattaforma di video-hosting di proprietà di Google ci ha mostrato l’ennesima nudità dell’ennesimo re. Ammettiamolo, eravamo convinti che il “tubo” fosse una specie di paradiso per la indie generation, un’enciclopedia prensile di sogni sognati da sempre, di quelli ignorati e scordati, il ricettacolo dei ricordi catturati, il catalogo delle meraviglie concertistiche in differita dal globo terracqueo, ma anche un viadotto lubrificato per veicolare clip promozionali di ogni tipo, tanto da plasmare in maniera irreversibile le modalità pubblicitarie (la ormai diffusissima prassi del teaser). Una specie di pozzo senza fondo né pareti del nostro immaginario bisognoso di appigli, di conferme, di materiale visuale quale conferma o smentita del percorso conoscitivo in fieri.
Certo, i contenuti riferibili alla musica indipendente sono sempre stati una parte esigua della faccenda, la maggior parte dei click vanno ad alimentare il mostro sempre più proteiforme del mainstream, con modalità autoalimentanti da brivido. Se volessimo rappresentare la musica degli ultimi dieci anni attraverso la lente del video-hosting statunitense, si potrebbe riassumere in pochi nomi di cannibali quali PSY, Justin Bieber e Jennifer Lopez. Tanto per intendersi, uno dei pezzi più recenti di J-Lo (I Luh Ya Papi) ha fatto oltre quaranta milioni di visualizzazioni in tre mesi, mentre Fever dei Black Keys – se accettiamo di eleggerli a campioncini dell’indie con tendenze mainstream – dopo un mese è ancora fermo a un milione e ottocentomila. Non c’è gara, sono due campionati diversi. Forse perfino due discipline diverse. Una regola che viene messa in discussione solo da fenomeni borderline come Daft Punk (oltre 180 milioni i passaggi di Get Lucky) e Lykke Li (I Follow Rivers – un pezzo del 2011 – gravita ad altezza 48 milioni).
Finora però l’offerta di Youtube copriva tutto lo spettro tra avanguardia e ultra-popular proprio perché si proponeva come piattaforma pura di visualizzazione/ascolto. Non aveva la struttura del servizio in-streaming à la Spotify, rispetto al quale però vantava totale libertà di accesso. Tanto che alla fine Spotify si è dovuto adeguare e rendersi free – nonché sponsorizzato – sui nostri assetati pc e tablet. Adesso però tocca a Youtube, al caro vecchio tubo, scendere in campo, misurarsi con le armi e le strategie degli avversari. La volontà da parte di Google di avviare un servizio di streaming proprietario attraverso appunto Youtube comporterebbe necessariamente una disciplinarizzazione dei contenuti, una rigida trama di contratti tra etichette e la stessa Google. Alle condizioni di Google, condizioni che, come già a suo tempo denunciato da Yorke nella celebre polemica con Spotify, non sarebbero affatto vantaggiose per gli artisti indipendenti. I quali, nel caso si rifiutassero di sottoscrivere gli accordi, potrebbero venire addirittura rimossi. Creando situazioni curiose, nel caso di artisti pubblicati da etichette indie in certi mercati e major in altri (eclatante il caso di Adele, targata XL in UK e Columbia in USA).
Un miliardo di viewers mensili sono avvisati: probabile che non potranno più trattenere il fiato assieme ai Radiohead di No Surprises o sculettare con gli Arctic Monkeys. E’ senz’altro una notizia clamorosa ma stupisce ancor più che qualcuno si stupisca: non si può rimproverare a Google/Youtube di essere Google/Youtube. Se proviamo ad uscire un attimo dall’illusione di una rete architettata e gestita da filantropi animati dal supremo ideale della condivisione, magari riusciremo a stamparci chiaro in testa una volta per tutte che là fuori – dietro le quinte delle home page e i design delle app – i più brillanti cervelli sulla piazza pensano in ogni momento di ogni fottuto giorno a nuove tecniche per fare bilancio con i servizi “gratuiti” del web. I più grandi colossi contemporanei (capitanati dalla trinità Amazon-Google-Facebook) poggiano le fondamenta su questa paludosa incertezza: i miliardi incassati oggi possono diventare il default di domani, e viceversa. Tocca escogitare qualcosa nei prossimi tre millisecondi se non vuoi avvicinarti di tre millisecondi alla fine.
Perciò trovo ozioso scagliarsi contro Youtube, anche se questo potrebbe effettivamente comportare un allentamento delle loro (ipotetiche) pretese-capestro. In realtà il bello della rete è che non pone confini alle prassi di utilizzo, né garantisce lunga vita alle stesse. La francese Dailymotion e la statunitense Vimeo non arrivano assieme alla metà del traffico di Youtube, ma rappresentano alternative consolidate, sul mercato da anni. Non sono le sole ed altre potrebbero nascere. Se Google vuole fare di Youtube un’altra cosa, per la non meglio definita galassia “indie” potrebbe essere il caso di sostituire Youtube con qualcos’altro, una “indietube” vera e propria. Come consumatori/appassionati rappresentiamo un’esigenza, ovvero una domanda, e la rete esiste per fornire le risposte più agili ed efficaci. Se davvero si verificherà la diaspora dell’indie rock da Youtube, si creeranno le tipiche condizioni per vedere nascere qualcosa di nuovo.
Però, se devo essere franco, credo che si tratti di un’ipotesi scolastica: Youtube/Google sta solo mostrando i muscoli, non rinuncerà all’indie, perché la propria offerta ha senso solo se tende alla totalità dello scibile. Senza contare che proprio i “casi” Daft Punk e Lykke Li dimostrano che il diaframma tra dimensioni alternativa e mainstream può venire perforato in ogni momento. Insomma, la conditio sine qua non è: ad ogni ricerca deve corrispondere un contenuto. Anche se quasi irrilevante dal punto di vista economico, l’indie rappresenta una gamba del tavolo. Il banchetto si terrà in ogni caso, ma cenare col morto non è gradevole, soprattutto per l’ospite.


