Schiff faccia a faccia con Mozart
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Daniele Follero
- 1 Maggio 2009
Solo Mozart. Si ripresenta così, Andràs Schiff al pubblico del Bologna Festival, con il quale, il pianista ungherese ha già una certa dimestichezza. Solo Mozart. Una sfida, un faccia a faccia con il compositore salisburghese, un ritratto dei momenti più intimi del Wolfgang Amadeus pianista. In ogni caso, una scelta ben precisa. Quella di proporre il repertorio più significativo della storia dell’artista austriaco: il periodo dell’abbandono definitivo della città natale e della formidabile scoperta del pianoforte. Gli anni a cavallo tra i ’70 e ’80 del Settecento, sono, infatti, anni cruciali per la storia della musica, che segnano l’inizio di un processo irreversibile: la trasformazione del compositore da semplice cortigiano a professionista autonomo, con tutte le conseguenze che ciò determinò in seguito, con la nascita del Romanticismo e di un’arte per la prima volta svincolata dalle catene del mecenatismo.
Il famoso calcio nel sedere di Mozart all’arcivescovo di Salisburgo, suo protettore, è un gesto emblematico della voglia di indipendenza artistica diffuso all’epoca e presto divenuto il simbolo stesso di una generazione di musicisti che, per la prima volta nella storia, rompono con un sistema produttivo statico (anche se sicuro), provando ad autofinanziarsi attraverso l’organizzazione di concerti, lezioni private e la diffusione delle partiture. Il fallimento economico di Mozart è testimone, invece, della fragilità di quello stesso sistema, ancora immaturo per garantire al compositore una vita degna del suo operato. Ma si sa, il pionierismo quasi sempre giova ai posteri.
Mozart scoprì i pianoforti di Johann Andreas Stein ad Augusta nel 1777, durante uno dei suoi viaggi. E fu amore a prima vista. Dotati di una meccanica agevolissima, predisposta per produrre una varietà timbrica e di tocco sconosciuta al clavicembalo e al fortepiano, i pianoforti di Stein ben si adattavano allo spirito innovatore di un Mozart ormai maturo che, non a caso, avrebbe fatto dello strumento il centro della sua produzione più matura. Produzione a cui si riferice la scelta di Schiff, proponendo il lato più sperimentale del compositore austriaco, rappresentato da generi come la variazione, ma incarnato anche in pezzi isolati, di breve respiro, incompiuti o semplicemente marginali.
La sobrietà con la quale Schiff si confronta con le due Sonate KV332 e KV570 è la diretta conseguenza di uno stile pianistico equilibrato, che riesce a mettere in luce sia gli aspetti leggeri, sia quelli drammatici. Il musicista di Budapest accarezza i tasti del piano senza mai abbandonarsi, se non nei finali, a gesti strumentali eccessivamente intensi. Il suo è un gioco di piccole sfumature, evidente negli abbellimenti, nelle pause riflessive, nei delicati rallentamenti, nelle fioriture improvvisate dal piano come se fosse la voce di un soprano in un’Aria d’Opera. Ma è nei due cicli di Variazioni, KV500 e KV455, che vengono fuori più evidenti sia lo spirito sperimentatore di Mozart sia il virtuosismo di Schiff, che è non solo precisione, ma anche (direi soprattutto) attenzione alla varietà di effetti timbrici che risulta dalle pagine del salisburghese, ancora intento a scoprire le magie del nuovo strumento.
Quello scelto e interpretato da Schiff, però, non è solo un Mozart che si mette in discussione guardando avanti, verso nuovi linguaggi espressivi, ma anche (ri)scoprendo il passato, in particolare il contrappunto bachiano, come si evince dalla Piccola Giga KV574, che viene qui eseguita insieme al Minuetto KV 355/576b e alla Fantasia KV397, misterioso il primo, ardita la seconda, con i suoi cromatismi e una spiazzante libertà formale.
Non è un boato quello del pubblico, ma un lungo applauso che, comunque, riesce a richiamare Schiff sul palco per tre bis. L’atmosfera diventa quasi confidenziale e il pianista magiaro, dopo lo stupendo Adagio Per Glass Harmonica, una delle ultime pagine scritte dalla penna del salisburghese, si abbandona al celeberrimo Allegro della Sonata n. 16 (uno di quei pezzi che quasi tutti conoscono, ma nessuno sa come si chiamano) concludendo con la Marcia Alla Turca, un brano talmente noto che stimola nel pubblico, quasi fosse un riflesso incondizionato, la soffocata risatina di compiacimento di chi vorrebbe dire “questo lo so pure io”!. Se ne va così Schiff, con il Mozart più popular, dopo aver sezionato il suo spirito più recondito e avanguardista. Un ritratto completo, in fondo, di un compositore che ha sempre avuto due anime, e nel quale hanno convissuto, sempre in un grande equilibrio, l’aristocratico e il popolare, il dramma e l’ironia, la semplicità e la complessità.
