Re-boot #9
Che strane sensazioni regala l’ascolto di Marie Antoinette, al secolo Letizia Cesarini da Pesaro: una rabbia “riot” tenuta al guinzaglio di una vena cantautorale tesa, voce che s’incapriccia d’inquietudini Beth Gibbons e guizzi Billie Holiday un attimo prima di pagare pegno a Nina Nastasia o PJ Harvey, la chitarra come mitraglia ritmicoarmonica, il glockenspiel a sgocciolare incantesimi, canzoni come battaglie ormai spente che non smettono di gridare dolore. L’album Marie Antoinette Wants To Suck Your Young Blood (Picicca Studio, 7.4/10) sembra la tipica istantanea d’artista nella sua fase iniziale, con quella grazia ruvida e grezza, l’entusiasmo sanguigno e un po’ disperato. Teniamola d’occhio.
I Luther Blisset da Bologna iniziarono nel 2007 come un duo basso + batteria, poi l’espansione a quintetto con l’innesto di contrabbasso, chitarra elettrica e sax. Formula inconsueta sì, però è naturale quando l’improv chiama a raccolta istinti e volontà. Eccoci quindi al disco omonimo (Eclectic Polpo Record, 7.2/10) che sgrana groove tosti e spasmodici incrociando le due linee di basso come binari del rollercoaster. Tensione e vitalismo, urlo primordiale e discesa in folle, ciak si gira un noir spietato e ridanciano. Sono appena al secondo lavoro, sembra che di strada ne abbiano fatta già tanta, e tanta ancora ne faranno.
Tolta la retorica obsoleta di alcuni testi (citiamo un “leccare il mondo con l’anima / sentirlo sulla pelle” che sa tanto di Manuel Agnelli fuori tempo massimo) e il solito dubbio del “ci è o ci fa?” legato a un’onestà artistica un po’ facciata (e che facciata!) e un po’ reale esigenza comunicativa, A volte capita (6.1/10, Dcave) della torinese Monica P rimane un esordio musicalmente non disprezzabile. Anzi, con qualche ottima idea, visto che si viaggia tra il blues contaminato della P.J.Harvey di Rid Of Me e una concezione di pop all’italiana trasversale e piena di spigoli. Piace soprattutto, oltre a una voce ruvida quanto basta, il sapersi muovere con agilità tra arrangiamenti affatto banali (chitarre acustiche, accenni noise, registrazioni in reverse, synth). Merito, crediamo, dell’ottimo lavoro in fase di produzione di un Daniele Grasso già collaboratore di Cesare Basile, Afterhours, Hugo Race e John Parish.
Una solida preparazione accademica alle spalle (diploma al Conservatorio in musica jazz), un background da polistrumentista (tromba, basso, synth, ukulele, banjolele, batteria e chissà cos’altro) e una versatilità musicale che non fa sconti (turnista per il liscio di Castellina Pasi e lo swing dei Good Fellas, oltre che co-fondatore con i Quintorigo Andrea e Gionata Costa del progetto Big!Bam!Boo!). Lui è il romagnolo Enrico Farnedi e il suo esordio solista Ho lasciato tutto acceso (6.9/10, Sidecar) è l’ennesimo esempio di un cantautorato ironico e di basso profilo. A far da mattatore, l’ukulele, riciclato un po’ in tutte le salse, siano esse il valzer in odore di Messico di Quanto piangere o il Ben Harper allo strutto di Lonely Planet, il blues-country della title track o i caraibi del trip demenzial-gastronomico Salsa di lumaca. Spicca l’ottima scrittura, capace con pochi suoni essenziali di tratteggiare un universo affezionato a un localismo sentimentale e accogliente.
I Kozminski sono un quartetto milanese dedito ad un folk-rock psichedelico in italiano assieme ruspante e sghembo, squarci su atmosfere acidule e tentazioni di cantautorato più o meno indie-pop (Lettera dall’Etna), su cui talora tepori di tastiere e fiati (sax, diamonica) arrivano a pennellare trepidazione. L’omonimo album d’esordio (autoprodotto, 7.0/10) riallaccia legami che credevo perduti tra il presente ed il miglior pop rock italiano a cavallo tra settanta e ottanta (Dalla, Fortis…), più per attitudine che altro, ovvero per quella volontà generosa e cocciuta di raccontare visioni ora pungenti e ora accorate. Ben venga poi che essi stessi dichiarino d’ispirarsi a Wilco o Arcade Fire tra gli altri.
Stessa citta ma diverso il fronte sonoro. Un trio con la ragione sociale tra il goliardico e il blasfemo: Black Wojtyla. Batteria, tromba, basso. Effetti elettronici e distorsioni. Funk, rock e dance in una più vasta fregola jazz. Una visione post senza l’angoscia del post, neanche una briciola. Sei tracce che fanno un ep omonimo (autoprodotto, 7.0/10) dove l’estro scorre, guizza, zompa come più il momento gli aggrada. Semplicità metodica, trame acattivanti e fragore impro. Visioni di celluloide e brume noir. Frenesia e fragore. E la sensazione di un linguaggio che ancora deve sperimentare il proprio estremo. I nostri più cari auguri.
Dal post-rock degli A New Silent Corporation provengono i quattro quinti de Il Buio, ma le coordinate ora sono del tutto diverse. L’hc-punk d’autore con testi in italiano del loro primo ep disponibile solo in vinile (autoprodotto, 7.2) ha tutta l’intensità d’asfalto e la densità elettrica di pelli e corde degli ultimi Fine Before You Came, seppur più compatti. Vengono da Thiene, ed è da qui che si origina quella mescola di esistenzialismo e sguardo critico sulla provincia potenziati da un’urgenza rara, essenziale, ossea. La dedica a Georg Elser (vano attentatore di Hitler) e versi basilari come “un nulla eravamo e siamo ancora e resteremo fiorendo nessuno ci impasta dalla terra e dal fango nessuno dà parola alla nostra polvere” ce li rendono cari per il futuro, li seguiremo.
Infine, perderebbe d’interesse e presa il rock variegato (pop, stoner, canzone d’autore, disco) dei messinesi SansPapier senza il ripieno di liriche sfacciate e sardoniche del loro esordio Manuale d’uso per giovani inesperti (Imago Sound, 6.4). Un bignami per sopravvivere a “paure atmosferiche, ubiquitarie, fumose, anticipatorie”, come recita la prefazione nel booklet, ad anticipare le voci di Valeria e Già, eccentriche quanto basta (in Vodka con ghiaccio c’è un po’ di Battiato) per emergere dal suono robusto del resto della banda. Al mese prossimo.
